Skip to main content

Full text of "Istoria della vita, e fatti dell' eccellentissimo capitano di guerra Bartolomeo Colleoni di ..."

See other formats


This is a digitai copy of a book that was preserved for generations on library shelves before it was carefully scanned by Google as part of a project 
to make the world's books discoverable online. 

It has survived long enough for the copyright to expire and the book to enter the public domain. A public domain book is one that was never subject 
to copyright or whose legai copyright term has expired. Whether a book is in the public domain may vary country to country. Public domain books 
are our gateways to the past, representing a wealth of history, culture and knowledge that's often difficult to discover. 

Marks, notations and other marginalia present in the originai volume will appear in this file - a reminder of this book's long journey from the 
publisher to a library and finally to you. 

Usage guidelines 

Google is proud to partner with libraries to digitize public domain materials and make them widely accessible. Public domain books belong to the 
public and we are merely their custodians. Nevertheless, this work is expensive, so in order to keep providing this resource, we have taken steps to 
prevent abuse by commercial parties, including placing technical restrictions on automated querying. 

We also ask that you: 

+ Make non-commercial use of the file s We designed Google Book Search for use by individuals, and we request that you use these files for 
personal, non-commercial purposes. 

+ Refrain from automated querying Do not send automated queries of any sort to Google's system: If you are conducting research on machine 
translation, optical character recognition or other areas where access to a large amount of text is helpful, please contact us. We encourage the 
use of public domain materials for these purposes and may be able to help. 

+ Maintain attribution The Google "watermark" you see on each file is essential for informing people about this project and helping them find 
additional materials through Google Book Search. Please do not remove it. 

+ Keep it legai Whatever your use, remember that you are responsible for ensuring that what you are doing is legai. Do not assume that just 
because we believe a book is in the public domain for users in the United States, that the work is also in the public domain for users in other 
countries. Whether a book is stili in copyright varies from country to country, and we can't offer guidance on whether any specific use of 
any specific book is allowed. Please do not assume that a book's appearance in Google Book Search means it can be used in any manner 
anywhere in the world. Copyright infringement liability can be quite severe. 

About Google Book Search 

Google's mission is to organize the world's information and to make it universally accessible and useful. Google Book Search helps readers 
discover the world's books while helping authors and publishers reach new audiences. You can search through the full text of this book on the web 



at |http : //books . qooqle . com/ 




60001 3353L 



. 






-* 4 

■ * 



ISTORIA 



DELLA 



VITA E FATTI 

OBLI.' ECCELLENTISSIMO 

CAPITANO DI GUUUM 
BARTOLOMEO OOLLEONI 

SCRITTA PER 

PIETHO SPINO. 



TRIESTE 

Colombo Coen, Tip. Editore 

1859. 

£/0. Ù . 4C}0. 




I 



-^ . 



AL LETTORE. 



Ba 



Sartolomeo Colleoni, di cui riproduciamo la 
biografìa, fu uno dei più celebri uomini d' arme del 
secolo XV, il miglior tattico de' suoi tempi, il primo 
che acconciasse su carretti i cannoni ed usasse le arti- 
glierie nell'apèrta campagna, l'uomo sotto il comando 
e direzione del quale potè esser tratta à buon fine la 
memorabile impresa di far transitare all'esercito vene- 
ziano il Lago di Garda sopra navi trasportate con nuo- 
va mirabilissima industria attraverso erte montagne. 

L' autore che ne ha' tessuto l' elogio, Pietro 
Spino, sortiva i natali nel 1513 nel borgo d' Albino 
presso Bergamo, e chiuse la sua carriera mortale nel 
1588. Oltre la biografia da noi riprodotta sulF origi- 
' naie edizione di Venezia MDLXIX appresso Grazioso 
Percaccino, abbiamo di lui alcune poesie stampate nella 
raccolta di Licinio (Bergamo 1557 in 8.° ) ; e la fa- 
ma eh' egli di sé lasciava fu tale da meritare che il 
biografo di Torquato Tasso e di tanti altrf illustri 
(Pier Antonio Serassi) ne tessesse la vita, che si legge 
nella raccolta calogerana. 

Una ristampa della biografia del Colleoni fu 
messa in luce dal Santini (Bergamo 1732, in 4.) col- 
l' aggiunta di due orazioni funebri. L'edizione però non 
va scevra di errori. 



— 2 — 

magno e po' ente. Tra questi noi troviamo, che un Car- 
piglion Colleone, Panno 1182 con la bacchetta in mano 
(cerimonia di giuiiscpziKlne e dominio) egli investisce un 
Mascaro del Piazzerò , *dena - metà d' alcuni poderi nel- 
l'isola, contrada del contado di Bergamo. Oltre ciò 
nell'arma IH 8$ tarpigliene ? il; medesimo cbnU, bacchetta 
in mano, egli investisce gli uomini del comun di Calusco, 
terra della stessa contrada, del Fodero, del distretto, della 
Castellanza dello A. Messere, clell'Astoràtico, del Tratto, 
del Traverso e d' altre, sue giurisdizioni e pertinenze; che 
così di que' tempi si appellavano! Ed appresso ne viene 
pei detti e Der^ajtri istromenti , di tempo in tempo co- 
stando, chéW^flef BàrpigitÒTaf tó^é-^Sb erigo ; di Al- 
berigo messer Ghisalberto giudice; di Ghisalberto Ga 
leazzo; di Galeazzo messer Capigliata: al quale troviamo 
darsi titolo di uobile e potente capitano sotto Urbano V. 
sommo pontefìce v .Hf ^iptflifitft fHftfue Guardino e Gui- 
dotto; di Guidotto quel Paolo, detto corrottamente il Pùho, 
che fu padre di Bartolomeo Colleoni. Leggesi parimente 
titìn*' Istoriò flel Gotto; 'che V amo V210 ub Trusairdo Col- 
"tèStìi, bóritru la^voMrtàtié' miWtìèsf fu eletto eoohwjotto 
' >h ÌL' 'jiottéstà di ; Lodi: H ' qx&l dignità Idi' *¥uei tempo- nelle 
feièfo4ibè ( rte f àv%a kuròrftfà •si^rtìmtt'Kelte' leggi >e aéll'knm. 
*"tìà wVn'inWt&ntf ktìb(k^pd se*bic*i e perafltrìlu'ogM'pub- 
l;l Ì3ici antichissime ittBegnte' ed afmi, tettis^amètotìe >atte- 
Ll ' Stantì la vetustà' deliri ! s4fopè >ldrb: £ eitaoistati alcuni, i 
"filali dilèttatIM bielle ^anléite lii*«st%B8Ìoiil, davafiti^pro- 
'dtìbdmò Ercole, segnalato della pelle del lete da lui vhrto: 
*tt lui ! vòletido il prteeipio della» loro •« genealogia' rappor- 
tarsi ta qual coèa, nel domestico' volgàr linfc*uftgg4o fon- 
'^arittb'trii , ed alla fionrigfiabz* del coglioni e e ad 'alcune 
"ttàè^ne ] ctie 'tuttavia se riè vieggoao,i io dtfeaèarò 'facil- 
ìiiènte, che non si 1 disètoiVetigà. Conoiosslachè da' qnatan- 
!'; tjàe &ià fti Questa famiglia segava il mestile 'Aerarmi, 
" a^usò di portai-e èapi di léotai ( hi tessuti nel le" sb piovesti 



— 3 — 

militaci, D£., qui fage^osi quei tali a credere, che Colleoni 
<la principio si denominassero^ Ma alunno andare di tempo 
{quale, -è- T U8jw^a,e, peicca. dpi yoigp) è l'appellazione*. 
e4 ili significalo; J^orp, di CoHeoni.in Qoglioni, muta'meptp 
aver fatto. Che queste qpse nondimeno vere siano, ne false, 
npi lascieremo nell', altrui g^udiziq: .quandi l' approvare. , 9 
riprovare,, coaetaU, ella non è opera, che meriti il prezzo. 
Molte cose, nelf vero ai, narrano $eg\i uqmini illustri j.je 
quali, con tatto che .vere npn-.sieno, contrappesate, nondi- 
meno alLa^ gloria decoro chiari .fatti, ei pare che tra le ve- 
rità, colla grandezza di quelli si sostengano. Ohi mi pq- 
tvà, però, masttfarq, (e sia detto con pace de' latini scritj 
tori) che Qesage^^a, Giulio Ascanio, principe de'. troiani, 
discendesse pex.oerio grado di sangue? Oppure, Antonip, 
da Anione, 4> $rcole figliuolo ; il genio q T ingegno, dql 
qua>, , nei vestimenti e nei gesti egli si sforzò sempre di 
rappresentare,^ ,Qpn ragion pari adunque (chi seco stesso 
ben considera); ciò, che. d' intprnp alla discendenza de' Col- 
leoni abbiam,. detto , potrebbe certamente vero essere al-, 
tresl Qomenon.esserq. Io nondimeno terrei più per.vero, che 
1! animqs a. insegna del leone , fosse un. ritrovato di questo 
capitano chiarissimo, perchè \eggendosi tuttavia innanzi 
aglj occhi, esso ognor più e più s'infiammasse, a dovere, 
nella .ferocità e bravura militare ugguagliarlo. Comunque, 
<^.ai sia, , (perciocché l'antichità fu sempre d'incertezze- 
piena,,. e, nelle, cose atte diversi pareri concorrono) questo, 
aJmeap, nell'opinione 4' ognuno è chiarissimo., e dall' au-, 
tprità 4e' civili annali approvato , la. famiglia Colleoni, per 
molti -secoli addietro essere staja nella città di Bergamo f 
crestata: ed ora in amministrando la, repubblica; ora ify 
esercitando, magistrati, e quando a tutte le grandi e di£^ T 
ci)t imprese, ne} turbamenti delle cpsq.spttpentraniip, tjjfr 
tay^, averci tra ,le principali ottenuto luogo onoralo, e 
graire» Ma queste sono cope fuori, deli' ordine, e proponi-, 
qqento, nostro^ £v#n$o. io proposto, di dover scriver,© fa 



— 4 - 

vita e fatti d'un solo di questa famiglia, poco sopra a' 
nostri tempi famosissimo capitano. Il quale; eziandio, che 
da progenitori di bassissima sorte egli avesse tratto ori- 
gine ; ei fa però tale , che e predecessori e discendenti 
suoi, quasi un sole nel mezzo de' pianeti, con lo splen- 
dóre della propria virtù bastò ad illustrare. £ ben so io» 
che volendomi pigliare a descrivere tutto ciò, che nella 
patria e fuori, ed in pace ed in guerra, egli operasse de- 
gno di laude; ella sarebbe troppo grande impresa per le 
forze mie. Ma io mi anderò restringendo, a guisa di co- 
loro che di spaziosissimo campo vanno i più bei fiori scie- 
gliendo, e corona intessendone. Nacque adunque Bartolo- 
mèo Colleoni Panno della religion cristiana mille e quat- 
trocento, in una torretta del contado di Bergamo, che- Sol- 
za dagli abitanti si chiama. Poco giù dalla quale, nell'al- 
tra ripa dell' Adda siede il Castel di Trezzo. Il padre ebbe 
nome Paolo, detto altrimenti il Pùho ; la madre Ricardona , 
di casa Valvasori, per soprannome iSaiguint; trale altre 
della città non ignobile. Il padre (che si dica) non fu di 
molte facoltà: rimasto tuttavia piuttosto che nato povero, 
conciossiachè le due castella di Solza e Chignolo, fossero 
già ne 1 suoi beni paterni. Ma esso fa ben d'animo e d'in- 
dustria avanzante qual si voglia patrimonio ben grande. 
Di che assai tosto con somma altrui meraviglia rendè prova 
ili- fatti. Imperocché di quel tempo , che Gio. Ruggieri 
Suardo, cittadino di Bergamo; cacciatone Gio: Piccinino 
Visconte; per induzione e favore di Pandolfo Malate sta 
8' èra fatto della patria tiranno ; Paolo , che con gli altri 
nòbili della parte Guelfa, era stato cacciato dalla città dal 
Visconte ; con prova di sagacità e d' ardimento grande 
introdottosi nella tocca di Trezzo e eacciatone il castel- 
lano , occupolla: luogo, per natura di sito e per artifizio 
di struttura, sopra tutti gli altri fortissimo ed inespugna- 
bile. Ma del modo veramente,' con cui Paolo occupasse la 
rofeca, dagli autori, ch'io bejgtio, variamente si parla. Il 



— 5 — 

Carrara nelle latine istorie d'Italia scrive, che di notte 
tempo egli 1' assaltò* . e prendella per forza. Il Cornazzano 
dice, che con simulato commercio introdottovisi, ed ucci- 
sone il castellano eie guardie, occupolla. Baldassare Zailo 
confessa non sapere in qual modo T rezzo pervenisse nelle 
mani a' Colleoni gentiluomini di Bergamo: che tali ap» 
punto sono le parole sue. Neil' istoria finalmente del Co- 
rio hassene in due luoghi una menzione si fatta: nell'una 
cioè : che dell' anno 1405 la famiglia de' Colleoni prese il 
castel di Trezzo, ma finalmente essi tra loro si uccisero: 
nell'altro, che avendo gli anni avanti Gio. Galeazzo, per 
V importanza del luogo ; eh' avea doppia fortezza , ed era. 
la chiave di tutto il suo impero; postovi due castellani; 
l' uno il Turturone di casal santo Evasio ; 1' altro Ottobon 
Salimbene, che fu Piacentino, e questi per grande ava- 
mia avendo tradito, e fatto morire il compagno, e ridotta 
in so il dominio di tutta la fortezza, ed in progresso di 
tempo, conversando con esso, il Sozzo, e Paolo e Pietro 
Colleoni, e fattovi introdur molte armi da condottieri di 
vino, mostrando che al Salimbene il donassero; per si 
fatto modo il cacciar del castello. Questo appunto in so- 
stanza ne racconta il Corio. Ma per qual si voglia modo 
questo fatto avvenisse; non si potè veramente a malvagità 
d' animo imputare a Paolo : cosi portando la maligna condì" 
zione di quei tempi. Nei quali tra le due fazioni, Ghibel« 
lina e Guelfa, atroci e sanguinose discordie fieramente 
bollivano, e di quella in tutta la Lombardia i Visconti, 
di questa nella città di Bergamo i Colleoni erano capi, I 
quali oltre a ciò gravemente in privato si tenevano offési 
dalla casa Visconta ; per la morte di Guglielmo Colleoni, 
pròde e valente guerriero. 11 quale negli anni 1373 avendo 
per buon pezzo valorosamente difeso la badia di Pontita, 
contro le genti mandatevi da Bernabò Visconte, a vendi* 
care col ferro e col fuoco la morte d'Ambrogio il fi- 
gliuolo, stato a pezzi tagliato dagli uomini di vai sa* 



- 8 — 

poscia aS' Colleoni, soverchia cura ed impaccio, tener pri- 
gióne una donna; e posta in libertà Ricardona; ella con 
Bartolomeo si ricoverò in Solza. Ove spogliata di tutti i 
beni del marito , eoi redditi d' alcun suo fondo dotale si 
sostentava egramente. Ma non perciò ancor qui termine 
ebbero i suoi mali. Perciocché la fortuna il dolor del ma- 
rito le trasportò ne 1 figliuoli. Ella avea un altro figliuolo 
di maggior età, il cui nome fu Antonio. Il quale veggendo 
nel padre e nella madre in cotal guisa incrudelire il fato; 
s'avea (non so come) fuggendo, la vita dalle mani dei 
persecutori riservata: e sotto Giorgio Benzone, tiranno 
allora di Crema.; accordando l'animo alla contrastante 
fortuna; con assai umil condizione proso avea a militare* 
Questo alla nuova della liberazione della madre* tutto 
lieto per poter rivederla nella patria tornandosi ; dato di 
Spia a coloro che morto il padre gli aveano, fu da loro 
tolto improvvisamente di mezzo, ed oppresso. Ohe essendo 
"egli giovane spiritoso e feroce, ed a cui nulla di magna- 
nimità Veramente mancava; dalla considerazione di questo 
e dalla coscienza del fallo commossi, per levarsene il so- 
spetto, e continuando la loro perfidia ancor lui ammazza- 
rono. A questa seconda orribilità alla madre, nuovo do- 
lere di cattività si aggiunse. Avea Giorgio Benzene prestato 
denari ad Antonio, come si costuma, a conto, dèi soldo. 
/ Laonde la sua mòrte sentendo; oon importunità ed im- 
prudenza, poco degna del nome eh» egli s' avea usurpato 
di principe, sollecitava e molestava la madre, tirandola: in 
giudizio, per là restitnzion loh>. Ma per la strettezza delle 
'cose domestiche mal potendo- l'esazione procedere, più per 
' violenza ed ingiuria che perlagione veruna, Bartolomeo 
"11* figlinolo intraprese: ed ih prigione a ssrì disonesta il 
£ tenne inaino' à tanto ohe- con alienazióne di' ipavte; della 
: 'xiòHè matèrna égli si *fedossei Or tyui; se ce* «iòi-ei mon 
"fesse un totóitotìipérel'ord'itfe ?e proposito nostro^ potrei 
°fc di j due dttbbT proponere^tinà questioni* :*aa : volgare: 



— 9 — 

l'imo cioè, se a' dolori dell' infelicissima madre, da tante 1 
angustie e calamità circondata e battuta, ei si agguagliasse 
il gaudio mai della gloria, nella quale vide ella ancor poi 
fiorire il figlinolo. Perciocché ella a tanto della sua età 
pervenne, che più volte il vide dalla battaglia tornarsi in- 
torniato da capitani prigioni: e tatto risplendente della vit- 
toria e del sangue nimico, nel limitare della casa inoon- 
trollo ed abbracciollo. L'altro véramente, quale tra questi' 
due più fosse, il fondamento di Bartolomeo umile, o la 
sommità superba. Conciossiactiè dalle immondizie ( per 
cosi dire) damestiche, per fi gradi della propria virtù 
ascendendo, a tanto d'altezza ei pervenne, che presso ai 
potentissimi signori Veneziani la maggioranza suprema del 
l'imperatoria potestà nell'armi egli ottenne. Ma questo è 
ben accidente di considerazione assai degno: che di co- 
loro i quali 1 già col ferro la strada a' regni e potentati 
s* apersero, tali per il più reggiamo essere stati i princi- 
pi, «che se non come miracoli presso a' posteri fede nott 
trovano, diro* fu pastore, pastor Romulo , Camilla calcia- 
trice, Mitridate di casa bandito, Mario lavoratore di terra, 
Cesare métto mendico: e questi finalmente, del quale scri- 
viamo, tra le morti del padre e del fratello, abbandonato 
fanciullo ed in servitù rimaso. A qual grado poi dì gran- 
dezza e di gloria tutti costoro salirono, che ciascuno d'essi, 
d'emulazione e d'invidia la loro età stancarono. Ma ripi-» 
gtiando l'istoria: essendo Bartolomeo dall' estrema povertà 
materna raccolto, ed uscito già dalla pueril fanciullezza; 
nuli' altro conoscendo essergli oggimai rimasto, che l'i- 
gnudo corpo, in cui la fortuna incrudelire potesse, ed a 
sé ancor veggendo, coni' egli fosse in età più ferma, dai 
medesimi uccisori del padre e del fratello, il pericolò della 
morte soprastare, egli deliberò di casa partirsi, non però ancor 
ben certo a qual esercizio ei dovesse piuttosto appigliarsi. Ma 
un generoso animo nelle picciolo cose la fortuna esperimenta- 
re non degna. Perchè risolutosi di procacciare la sua vent 
Vita di Colleoni. i* 



-,. 10 — 

tura, nell'anni, egli aa do andò a Piacenza. J^ra lo stato 
allora* d! Italia tutto in una faccia ed Ju uno spettacolo 
solamente di guerra. Concia fosse cosa, che alla morte di 
Qjkx. Galeazzo Visconte,, primo .duca di Milano, rimasti 
Gjjo. Maria e Filippo iruqì figliuoli nello stato pupilli, e 
riufiKJepdp Gio. Maria, il primogenito, principe tantq scelle- 
rato ed infama; eh' egli nutriva ed. avvezzava ferocissimi 
cani a sbranare e divorare gliuqmini vivi, e perciò per 
congiura dei suoi cittadini nel ..fiore della sua gioventù 
venendo ammazzato, alcuni da' principali delle sue città, e 
quelli massimamente .press o a' quali si ritrovava la poteste 
dell' armi, cominciando insjno avanti eh' egli fosse morto, 
(perciocché era divenuto quasi &d una specie d' Insania 
ed. a vilipendio, ed .odio di £#&'. i suoi popoli) ma, dopo la 
sua morte con maggior licenza, in tanto di novità e turbamen- 
to di cose, e quello che ciascheduno potea dello stato suo 
usurpandosi; ojja Tua tiranno <?on l'altro dello nuove 
giuriadizioDi , a., confini .tra jjloro contendeyano. „ Filippo 
d'ArcelUv chiarissimo capitano, avea occupato la citta di 
Piacenza. Otto, della famiglia de' Terzi, uomo veramente 
a ; quei tempi nell'armi senza paragone terribile, s'avea 
preso Parma. Di qua dal Po, Facino Cane in Pavia,, Ugo- 
lino Cavaicabue in Cremona , G io vannin. Vignate in I^odi, 
tiranneggiavano, Pa&dol fa Malatesta egli ancora s'era 
cop male arti insignorito prima <}i Brescia e, ftoacia di 
Bergamo., Concios^iach^ Qio. Ruggieri Suardo, : j)W ch'egli 
ebbe occupata la patria, veggendosi impQteAte a difenderla 
contro le foeze, de' Visconti, Ja vendè a Pandolfp per trenta 
mila fiorini: ed . andatosene pel mantovano ad Ostiglia, 
quivi visse e. mori finalmente; disonorato, e povero. ..Giorgio 
Bttnaone Gal, seguite, $ e; guelfi, cacoia^onp i Guinzpni ed 
altri* della fazione contraria, s,' ; era:impadrqnit9 di Crema, 
Ttfcz*o,i.cpme sopra : dicemmo, f preso da, paolo CoUeoni, 
era per la suamerte venuto ; in mano, a, Giovanni e fratelli; 
i quali confederatisi con Pa;ndqlfo t ;guereggiando alcun tem- 



— -11 — 

pò, diedero ohe fere assai a' Visconti. Dall'Altra parto 
d'Italia, gli eserciti d'Una reina e di dae re potentissimi, 
avevano -ogni eosà ripieno di guerra. Lodovico d'-AngW» 
venuto eon grande armata di Francia, è di ttrtta la rivie- 
ra della Sicilia .di' qua insignoritosi, il regno di Napoli 'a 
Giovanna, la quale succedendo al fratel Ladislao del dtfen- 
dea eoi possesso, per ragion di adorazione addimandava. 
Ma. non essendo ella di forze a lui pari, e la fortuna della 
maestà reale non poco temendo, il vicino > re dell'alt fa 
Sicilia, Alfonso id- Aragona r in figlinolo e successore del 
regno adottatosi, in lui tutta la potestà e la difesa rimesso 
n'avea. Ricevuta Alfonso adunque in» fede la città di Na- 
poli e de' suo*' presidi! fornitala, con armata di diciotto 
galere alla difesa del regnò si mise. Ma secondo il vatici- 
nio poetico: ninna; fede è tra compagni nel regno. Vinto 
costui d' ainbiflioue e cupidigia di regnare , cadde in un 
scellerato pensiero di dover la madre levarsi dinnanzi. La 
quale avvedutasi dell'insidie, lui privò dell' adottaziòne , 
ina non già della possessione del regno. Erano a si fatti 
contendimene le cose ridotte, che tutto con violenza, eira 
inganni e tradimenti si trattava* E due, 1* uno : e l'altro 
bellicosissimi capitani, Braccio e Sforza aveano gl'imperi 
delle genti di terra. «Li quali ancor che ptr altro tra lo*o 
discordassero, tale nondimeno era in questa parte la 1 con- 
venienza Ktegl* animi loro, che ambedue ad esempio dei 
loro re > alla tirannide aeplravanov l£ cotale- etato adunque 
4elle cose d'Italia j per apprendere i primi ammaestra^ 
menti della militar disciplina, «tette Bartolomeo sotto Fi- 
lippo d'Arcelio, il qual dicemmo aver occupata 1 Piacenza, 
aiaervigì.di paggio, Jdà'dueiin' «re ianniV alla* servitù del 
nuovo tiranno » facilmente introdottosi, 'no* con altro meziid, 
che eoi chiaro beine della' famiglia del padre. "Nel!* qua! 
ednflizione, l'ingegno e l' indùstria < all' età del 'gair^n' pre- 
valendo, egli ne- divenne i sopra tutti gli 'altri 'stief fcarl al 
signore ^earissimoi Tuttavia non stimando esso lungamente 



— .12 — 

Coverei pelle corti e delicatezze dei principi le forze am- 
mollire, a più alte cose la robustezza della gioventù, ve- 
, anta eh* ella fosse, disponendo egli andava. Né molto dopo 
f#, l'intenzione del giovanetto egregio da molto opportuna 
iOcpasiope. aiutata, Perciocché inchinando giài presso: gì' In- 
subri la guerra, e fattosi oggimai atto alle militari fatiche, 
egli se ne andò nella Puglia, là dove s'era vòlto e fermo 
itutto lo sforzo dell'armi. Era in quel mezzo tempo Filippo 
Maria Visconte venujto crescendo in età ed in potenza; 
perciocché essendo egli stato alcun tempo in potestà e 
.soggezione di Facino Cape, il quale assai parcamente del 
fisco gli provedeva il vivere, ed alla morte di Facino, la 
,qual segui nel di medesimo che fu Gio. Maria ammazzato, 
trovandosi Filippo presso lui in Pavia, il quale senza figlioli 
parendosi a Beatricina Tenda sua moglie lasciò tutt'i 
suoi tesori» e mancando Filippo di tutte quelle cose che 
gfi abbisognavano a dover ricuperare lo «tato paterne, 
egli facilmente s'indusse a. pigliare la Beatricina per mo- 
g)ja-: la quale k ancor che attempata e molto per età a lui 
dispare, sospjpta da procacità femminile, gli abbraccia- 
npe.nti e le nozze del. bel giovane ambiva. Dalla quale ci- 
,eevò. Filippo, che in pecunia e «he in gioie, una dote d'i- 
neetiniabjl valsente: ed oltre a ciò il favore, e seguito 
d'una fioritissima milizia di tutt'i veterani capitani e 
•saldati del morto Facino : tra quali principal grado a 
nome d'autorità e divaJLore, Francesco Busuoni, detto 
il Carmigaola, teneva,: con ^'auspicio ..edarmLdel quale, 
in brevissimo tenxpo Filippo, non pur • redirtegrossi , ma 
grandemente anopr in' aconebbe T antico dominio: e farc- 
ino eziandio i Colleoni scacciati di Trezzo : la qtal seac- 
cjata troviamo in cotal modo , successa. Che avendo il 
rCarmignola. per .molti me» indamo assediato e combat- 
tuto : il castello,, e. Giovanni Denudacelo.., .oogl' altri della 
(Gasa Collepna, valorosamente il difendessero, e tra l' aV- 
;tre, una volta usciti con, grand 1 animo ad- assaltar* i 



- 13 — 

nemici, i quali . avean già il procinto espugnato della 
vecchia Fortezza, egli avvenne, che Paolo di Giovanni fra* 
teUo, audacissimo giovane, lascia tetsi da cupidità, di vendetta 
e di gloria ip-otoaie oombatteiido troppo oltre, soperchiato 
dallo stuolo d^ nemici vi Timaae prigione. Oade il Carmi» 
gnola dispettato oggimai pSù dell'onta, che del danno» che 
gli parca ricevere, di- si lunga e pertinace, oppugnazione e 
difesa, fatto a» veduta 'diiquei denti» dirimpetto al castello 
rissare una: forca, e ;col ealpfestro al collo «privi eondur 
Paolo , minacciando loro» che non si arrendendo tantosto 
glie V avrebbe fatto sugli occhi impiccare, ed aspettarsene 
loro anche il medesimo supplicio, óve s'eglino si arren- 
dessero patteggiava e prometteva loro la vita e la libertà 
non pure di Paolo, ma di tutti ancor loro, con 'un dono appres- 
so di non piooìol denaro, e eon-la; grazia sopratutto del prin- 
cipe, essi.finaknante per piet& -pure e per salute di Paolo 
accettate le condizioni s' arresero. < Debellati adunque da 
Filippo i thranni, e posate nella Lombardia l' armi , Bartor 
lomeo 4* età oggimai di ventanni trasferissi alla guerra, 
come dicemmo idi Puglia, Dicono, ohe appresentatosi a 
Braccio, per la nobile indole »e presagio di futura riuscita 
nell' armi» eh* egli di sé dava in vista, benignissimamente 
fu da lui raccolto. Ma non avendo Braccio veduto ancor 
prova del #«10 valore veruna,, datogli per allora armatura 
e cavallo nel numero dei suoi ragazzi lo tolse. Né Barto- 
lomeo si fé* punto beffe di condizione si bassa; conoscen- 
do assai bene, gli uomini industri potersi, per qualunque 
umili prìncipi, aitati' i sommi onori facilmente far strada. 
Ma ei non indugiò però molto il trapassare a cose più 
grandi Perciocché avendo egli già dal capitano in ricono- 
scimento de' suoi meriti, ricevuto la banda e divisa mili- 
tare della fazione bracciesoa, elise n'andò a Napoli, per 
le discordie -df essi re da continua guerra combattuta e 
commossa. Sono* tuttavia altri che- dicono» lui aver prima 
grandemente «degnato richiesto a Braccio licenza: parur 



— 14 — 

togli di non ricevere grado alla virtù convenevole. La 
quale impetrata, con: due partigian ette, l'ama in mano 
l'altra in collo, essersi a pie partito. Indi; quasi egli avvi- 
sasse dover in mare migliorar: fortuna, navigando a pigliar 
soldo in Francia,: e vichi di Marsiglia da corsari preso» 
ed a Napoli ridotto, e quivi liberatosi fuggendo, aver di 
nuovo preso a militare sotto le mostre insegne. Comunque 
ciò avvenisse,' fu Bartolomeo da Jacopo Caldera, eccel- 
lente capitano di guerra, il quale per la reina Giovanna 
stringeva Napoli d'assedio, a prima condotta fatto capo 
di venti uomini a cavallo. Ma poco appresso col suo pro- 
prio valore meravigliosamente egli confermò la sua invi- 
diosa fortuna. Perciocché nelle incursioni e- depredamenti 
fatti sopra quel de' nemici, benché poco menò che prima- 
ticcio soldato, per tale ei si fece conoscere^ che ai più 
veterani meritò compararsi; ~ fi presasi finalmente Napoli, 
ed i nimici della reina andandone a sacco, niuno tra suoi 
pari v'ebbe che o> di fatica o di preda Bartolomeo av- 
vanzasse. Quivi lo splendore della sua virtù- primieramente 
apparve: ed alle accresciuta ricchezze novi onori s'ag- 
giunsero. Perciocché,' oltre ai primi venti, la condotta d'al- 
tri quindici cavalli ei n' ottenne. Egli é statò ancor voce 
dì non oscura fama* che la sbarra vermiglia tra le due 
bianche liste, che di bocca allo teste dei due leoni par 
ch'esca, in guisa di due lingue, che sianoorigiuntiéin una, 
ella fosse insegna ed impresa,! la quale, in testimonio e 
pegno di. conseguito ' amore, gli donasse a portare la ?eina 
Giovanna. Indi a pochi giorni v assediando Braccio l'A- 
quila , né dai : principi italiani bene intendendosi l'inten- 
zione di quell'uomo; Jacopo Caldora* per comandamento 
della reina fattosi capitano del sommo pontéfice, 1 l'armi 
contro Braccio rivolse.' - Perciocché preso «V egli avesse 
l' Aquila, tutti poi della costui potenza agli stati: loro te- 
mevano. Essendo egli uomo aopra tutto feroce, e d'animo 
oltre ogni- credenza grand», né all' audacia saa la virtù, 



— 15 — 

né la fortuna mancando. Conciò fosse cosa, ch'essendosi 
egli popò .innanzi accampato a Perugia, e Carlo Malate- 
sta, e Biordo capo della fazion nimica, con grand* esercito 
a soccorrere quella città venissero , esso . con assai poco 
numero de' suoi avea . loro rotti e sconfitti. Per la qual 
vittoria i Perugini disperati d' ogni altrui soccorso, aperte 
al vincitor le porte, sé e la città volontariamente gli die- 
dero. Perchè adunque da' novi acquisti il sospetto impero 
di Braccio non aggrandisse, gli ajuti di quasi tutti i prin- 
cipi d'Italia s'interposero. £ con l'auspicio del già detto 
Caldera tu sotto le mura dall'Aquila, fuori d'ogni altrui 
speranza, sparto&jj di qua e di là molto sangue, superato. 
Braccio ed ucciso. In questo fatto d' armi, nel quale avea 
la fortuna le pose quasi di tutto il regno in un rischio ri- 
dotte,, fu la fortezza e, la virtù di Bartolomeo conosciuta 
grandemente chiara ed illustre. Conciossiachè più volte ri- 
chiesto dal pericolo, e eoi .consiglio e con la mano egli 
v' adempiesse V uffizio, quando del cayaliere e quando del 
pedone. Più volte. veduto d'alpun lato la battaglia allen- 
tarsi, riprendendo ed animando i suoi spaventati, egli solo, 
la rinfrancò e rimesse. E finalmente fatto una grandissima 
preda, con buon numero di n imi ci prigioni, lieto alli a}?, 
loggiamenti tornossene. Già per le corone e circoli cam- 
pali; in ragionandosi (come s'usa) tra soldati; per la 
libera confessjon d'ognuno incominciava il Colleoni ad es- 
sere con somme lodi alzato: quando Jacopo Caldura , tolta 
l'assedio all'Aquila, con nova ^spedizione approvò la ce- 
lebrità del. suo nome. Perpiocchè avendo il Caldora a man- 
dare Gio. Antonio il figliuol giovinetto con parte dell' e- 
aercito nella Marca; come quello che dar fondamento in- 
tendeva alla grandezza nel figliuolo affettata; la somma 
di tutta l'impresa, ed il governo di lui ali! autorità di 
Bartolomeo commise. $è certamente rimase il Caldora 
punto della sua opinione ingannato. Perciocché; poi di 
molte correrie fatte sopra tutti que' popoli, ed alcune loro 



- 16 -* 

terre, già da Braccio occupate!, Hi dcfliziòn : ricette; k lofi 
se ne tornò il Colleoni con' gratadteéimà laYldé 1 . Dogo que- 
ste cose, Martino sommo pontefice, dal* precèdente felice 
suc'cessb divenuto più Volenteroso* eli guèrra,' églf deliberò 
mandare iJvittotiòs'o/ esercitò so^ra Bologna: la ^ttale.ttVèa 
ribellato ' alla chiesa. Andatovi adunque 1 a òainr)o' 3'àHòpù 
Caldora, è cinta la città di fossi e trinciare ; ebbevi della 
vSrtfl è prodézza di Bartolomeo; paragóne e tétetim<Hiio 
tuttavia maggioro'. Òònciossràchè in tutte le scaramuccia 
e coinbàttiinenti ; or tra cavalieri, e quando tra pedoni tro- 
vandosi !'; ei non si vedére mai putito ké a tehipò uè* ». 
luogo mancare. Egli il prinib s empire, chef dove la notte- 
risuonassero l'armi nimièhe cortes* 1 e alle mura. Egli il pri- 
mo ancora, che dando fuori '1 nimici, ad affrontare gli an- 
dasse. E dovè mestlef : fosfee 1 d'esborsi a notabile rischio, 
da nessuno giammai si lasciò por piede 1 innanzi. Le quali 
cose, còme qufVi gli accfébbeVo' gloria, cosi l*iodiò itón gli 
scemarono altróve, tó trovo nel vero tta diversi tapitani" 
passati, mólti' consimili esempi di àvvenlnièiitT contràri, 
ma niun ve n'ha per certo, òhe a quésto il ^uafó' di Bar- 
tolomeo trévo scritto, paragonare si deggia: cosi fatta- 
niènte in travagliando e faticando quésto giovane trapassò^ 
la fortuna ogni ségno. In prò 1 va 'detta ó;uàr còsa riebute- 1 
remo una scelleratezza Memorabile. Que* nfèdeftitm* parénti,* 
i quali (come già dltemrao) il padri? ed il' fratello a Bar- 
tolomeo avean morto, cfòme il vtdèr cresciuto ra riputa- 
zione e nome di valente soldato, cosi cominciarori d'aver 
la sua virtù sospetta: né quelle dose che' di lui j veniàn 
loro rapporte, con Orecchie molto sicure ricéveànó: pa- 
rendo loro tuttavia sentire quella spada annotarsi, che 
avesse a vendicare un di nel loro sangue ia mólte di 
Paolo. Prèsero pertanto Consiglio di dover infantarlo, con 
ordimento d' un inganno il più strano, che mài cadesse in 
ùman sentimento. Cosi il rjiù delle volte egli avviene, che* 
colui che t' ha offeso, non si rimanga di perseguitarti, comèV 



.— 4 7 -- 

. quello, , II, quale . jivQlgendo nell' animo la *ua scelleratezza 
più si crede aver .peccato* che eia qnal si voglia uomo an- 
OQF ctemratissuno. possa perdonarglisi Concertatosi. adun- 
que l' inganno,» jubL medesimo campo un certo nomo d'arme, 
loro Qtì^e, cautamente mandarono: il quale con isfac- 
ciaja temerità ed, audacia si attribuiva falso nome <ii 
3a,i;tPlomeo ^Coll^pni. La qual novella da principio mosse 
a .fiso alcuni cfye ,l' udirono. Ma perseverando in ciò colui 
pure con maggior pertinacia, tutto d' una cotal novella si 
riempiè, 1' esercito ! tyiasi di nuovo rappresentante l'antica 
favola ,. d' Àmfitrione. La posa finalmente : all' orecchie de' 
cajri dell' esercito pervenne. Li quali fattisi venire davanti 
i ,dne rei, ohe della usurpazione de' nomi loro ragion di- 
fendessero ^ 4icesi Bartolomeo sorridendo aver mostro di 
ciò non curarsi, L' altro all' incontro in testimonio chia- 
mar Dio e Santi: e col viso e coi gesti confermar gridan- 
do ;. ae essere Bartolomeo Colleoni, di quel Paolo ed An- 
tony figliuolo e fratello, che da' loro consorti, li quali a 
parte dev'acquisto di T rezzo ricevuti aveano, iniquissimi 
sopra tutu gli uomini, stati erano uccisi. Ponessero ,ben 
mente, .e. credessero, sé uomo veritiere; pò punto avvezzo 
a fingimenti o menzogne; quest'altro uomo bugiardo, e 
o> poqq: il quale dall' ombra dell' altrui chiaro padre , ri- 
putazione a commodo procurava usurparsi. £ di quanto 
eg}i .affermava, con lioenza de' capitani, s' offeriva, di venire 
jn., prova di singoiar .battaglia: né Bartolomeo era punto 
per. .dover tirarsene indietro. Di che parea dover essere 
difficile il farne giudicio: guardandosi ognuno per mera- 
viglia in viso V un l' altro. Quando dalla turba circostante 
4ue buoni uomini fattisi avanti ; d' aver avuto conoscenza 
dei due padri, de' quali tra loro contendevasi, a voce alia 
testimonio renderono. De' quali testimoni a ben certificarsi 
del vero, i capitani valendosi, lettere a Bergamo manda- 
rono. Dalla cui risposta scoprissi la fraude, e giustifica- 
.^unente la veracità trovossene. Di che gli onori in somma 

Vita di Colleoni. t 



— 18 — 

e le land! a Bartolomeo si accrebbero: 
mente In si fatta contesa portatosi, che presso tatto Fe- 
sercito egli ne contrasse amore e grazia. L'altro inconti- 
nente, toltogli»! arme e cavalli: e vietatogli in pena dola 
forca di più poter militare; fa con aspre ed ignominiose 
parole castigato e scacciato dal campo. Il progresso di 
questa veramente nuova e strana querela, io non pure in 
sostanza, ma quasi di parola in parola ho tatto dal Cor- 
nazzano tradotto. Ed ancor, che in cotal modo narrala, 
ella potesse altrui parere poco verisimile , hassi nondimeno 
a credere eh 9 ei ne dovesse pure qualche cosa essere. Per- 
chè meco stesso pensando ; come il Cornazzano, stando*' e- 
gli forse al rapporto della fama sola, la quale éi sarebbe 
quasi impossibile, che da si lungo tempo eli 9 avesse reca- 
togli la verità del fatto cosi intiera intiera, con l'aver 
tralasciatone oppure alteratone, alcun particolare ; ègri sé ne 
fosse mostrato scrittore meno veritevole , io mi risolvo nei 
credere : che facendosi Bartolomeo conoscere per figlinolo, 
siccoine egli era, di Paolo, ancor che il padre non si ap- 
pellasse, né si conoscesse per altro, che il Ptìhò; ed aven- 
done la famiglia quell'altro, di Giovanni fratello, appel- 
lato e conosciuto pure per Paolo, il quale poco' anzi di 
ceinmo, aver co' suoi fratelli contro ai duchi- Visconti gner 
"reggiata la signoria di Trezzo, potè facilmente' 'essere, 
che dalla equivocazione e conformità de' nomi, dette quel 
malvagio uomo fondamento e colore alla sua fàì&a accu- 
sa : affermando Bartolomeo non essere figliuolo ' df ' Pàolo. 
"Ma ch'egli eziandio affermasse, sé Bartolomeo essere, 
questa falsità veramente a me pare tanto avere dello 
sterminato, eh' io non so né come in duri ami a credere, né con 
quale discreto giudizio da que' capitani conosciuta', élla 
fosse poi castigata con si leggiera pena. Ma con fatto 
ancor questo ella potè pur passare nel preciso modo, che 
il Cornazzano la narra: tanto alla temerità e malizia del- 
l'uomo ciascuno eccesso è possibile. In questo 



— _ 19. — 

essendosi f tra il pa,p* ed i Bolognesi le cose composte», 
e tutta la guerra da quel canto venendo a risolversi ; Barto- 
lomeo deU' ozio nemico, deliberò sotto altre insegne pro- 
cacciarsi gloria nell'armi. Laonde quasi divenuto tra' 
giuochi della fortuna più illustre, a' signori veneziani con 
grande riputazione e credito si condusse. Li quali di quel 
tempo con giossissimo esercito, capitanato dal conte Carmi- 
gnola, a Filippo Maria su quel di Cremona facevano guer- 
ra. Avea il duca Filippo per induzione di giovani disonesti 
ed infami , eh' ei si nudriva in corte ; preso ad odiare e 
aprezzare ed a villanamente oltraggiare il conte Carmi- 
gnola. Di che sentendosi egli a gran torto vilipeso ed 
offeso; fuggitosi dell' ingratissimo principe, s'era fermo 
in Venezia. Ove nella consultazione della guerra, la quale 
ai prieghi de' fiorentini mossero i veneziani a Filippo ; 
introdotto esso ancor nel penato , e per lui gravemente 
discorrendosi delle ragioni e modi del maneggiare la guer- 
ra , e per la sua autorità i padri grandemente incitatisi 
all'armi, egli fu da loro condotto general capitano. Già 
prima ancora il Carmignola, mosso dal desiderio concetto 
dalla fama del valente uomo, avea ricercato e fatto ogni 
prova di trarre Bartolomeo sotto le sue insegne. Il quale 
per non mancare alla fede altrui obbligata, alle richieste 
e preghiere di quello non avea dato orecchio. Ma or 
1' occasione di soddisfarsi all' un l' altro venuta ; il Car- 
mignola suo intento ne ottenne, e Bartolomeo fu da. lui 
condotto con quaranta cavalli. Il quale non molto poi de- 
liberatosi di dare al nuovo capitano alcun notevole sag- 
gio della sua virtù, come di natura impigro, e d'animo 
infiammato a' fatti, eh' egli era, scorse dando il guasto so-, 
pra il cremonese. £ con Ciarpellone da Sanseverino, con- 
dottiero illustre della Sforzesca milizia, scontratosi, e ve- 
nuto alle mani, e con buon numero de' suoi fatto aven- 
dol prigione, carico d'onore e di preda si tornò in quei 
di Bergamo. Questo fatto trovo io dal Cornavano sola 



'- m -=- 

attribuirsi slÌ Collèoni, scnz' altra 1 più*' certa eé^re^Sdiié; '" <y ; 
di tempo d di luogo liei quale Ciarpèlloh ftìstìerprisò^ilW 
et non è perciò, da dubitarne punto: avendoli Cornai atto-' 
potuto aver certa e particolare notizia di ciascun fatto e L 
progresso dì Bartolomeo Colleoni: còme quel, che nòir 
solo a tempo di lui visse, ma égli ebbe eziaiiflib corner 
eéso medesimo attesta, nella' corte di quello per alcun 
tèmpo ricetto: èssendo il Cortiazzairo allora fuòri* uscìtcr 
di iParma. Ed avendo egli de 1 fatti di 'Bartolomeo dòpo là 
sua morte scritto; cesto in lui veramente ogni sokpèzfone 
e càusa di adulazione. É non bì deve inai credere,' che àl L 
cun scrittore, qualificato pure e nobile^ temerariàmehte ; do- 
vesse attribuire altrui quello di che per mille testimoni 
viventi, costandone la verità in : contràrio, egli si' potesse 
riprovar per mendace. Ma il Cornavano ne' suoi 'commen- 
tari andò succinto non altriménti è ristretto, come s'egli 
avesse appuntò inteso di parlar non a' posteri , ma cogli 
uòmini sempre di quella età; li quali parte per veduta e- 
parte per la fama recente eran dèi più delle còse, ch'egli 
scrivea istruttissimi. Ma tornando là onde partimmo : ivi 
a' pòchi giorni il Colleoni, dalla medesima animosità sospin- 
to,' Imprese di fare una prova, più dégna di memoria, che 
ella pàja di fede. Conciòssiachè mentre il Carmignolà , 
accampatosi vicino a Cremona, giva di di in 1 di, non senza 
sospètto di mala condòtta, prolungando il gire a'dar l'assaltò, ' 
Bartolomeo accompagnato da Mòccfno da Lugo e dà Ca- 
valcabue figliuol di Ugolino già signor diCfembna, àtntJU 
due condottieri nell'esercito; il qual Cavalcabile gli dava 
speranza d'avere nella città intendimento, e fattosi dì notte- 
tempo con gran silenzio alle mura, e da quel lato òVégtf 
av'èa appostato con mena Cara da' nemici guardarsi; ap- 
poggiate' le' scale; prrmb d'ogni altro con intrepidissima 
animo safiv ed occupò la ; robea di san Luca P uccisone iV 
«JétsUèllàno ,: è le guardie, ed ' al' Carmagnòla fticohtanentè la ; 
tlubva' ifiàntiàtòiìe. Il quale 1 afe gedtìndo 1* kVviàb egli" a- 



— 21 — 

vesse affrettato il soccorso; Cremona senza dubbio in 
potestà dei veneziani veniva. Ma la tardanza di quello 
die tempo di ripigliar animp a|la città- ed al presidio, che 
vacillar cominciava»*. : Perete fortificando e riparando i 
terrieri di dentro e con carra e travi serrando la presa 
rocca di jftkbrT, Je flon Infinita battitura > di bombarde la mu- 
raglia rompendo' e disperandone oggfmai Bartolomeo il 
soccorso, egli fu costretto abbandonarla a 9 nemici ; il terzo 
giorno poi che l'ave* 'occupata: Ognuno a cui della per- 
duta rocca la fama pervenne, maraviglia grandissima del 
Oarmignola prendeva? altri nome 1 di lento, altri di timido 
ed altri di traditore gli dava. La verità nondimeno presso 
ai più ne paHft&ffei r calOan temuto WoogmH*. Alcuni ezian- 
dio credettero, che il Carmignola perciò s'astenesse di 
mandare il soccorso , che non potendo oggimai V onore 
della città acquistata suo essere; egli non apparesse ancor 
d' altri. Conciossiai^è queir nomn nel partecipar degli 
onori fosse sopra tutti gli uomini avari ssimo. Comunque 
il fatto s' andasse per la novità ed importanza del non 
vano sospetto/ fu il Carmignola sotto intinta cagione di 
dover consultare oon esso dell* futura guerra, poco appresso 1 
dal" padri chiamato a Vetieztfe Ove accusato da Paolo 
Tronca egli fo costretto a difènder mei ferri la causa di 
quésta e di altre pereiòaeéresctutesospizioni di- tradimento.) 
Desile -quali essendosi assai. male difeso e per lettere di. 
srta wHno e pel testimonio di Moccinov rimanendo convinto^ 
degradatolo del militare impero, il sentenziarono a morte/ 
E Ira le* -due colonne, con lo sbadiglio in: bocca, fin con-.' 
tumelia fórse e nota ed a ludibrioso castigo della suaj 
linguai perfida ) gli tagiUwon la testa. A Bartolomeo, tal» 
testimònio e riconoscimento di sì» egregio fatto, altri ottani 
ttf> cavalli' assegnarono? eoo' sommai laudi infind<al ciaf» 
portandone; \.j: ■■••■/ 



ISTORIA 

DELLA VITA E FATTI 

dell'eccellentissimo 

capitano n numi 

BARTOLOMEO OOLUSOn 



LIBRO SECONDO. 

Decapitato il Carmignola e rimasta senza eapitano 
la veneziana repubblica, ai due provveditori, Giorgio Cor- 
nare e Santo Veniero, fa commesso Y esercito. Questi dando 
assai onorato principio al loro governo nei passar del- 
l' Oglio tolsero a Filippo, Bordelano, Romanengo, Fonta- 
nella e- Sonano, castella su quel di Cremona. Iodi andati 
ad assaltar le montagne, soggiogarono con Panai la 
Valoamonioa in prima e poi la Val Telina. Ove Nicolo 
Piccinino, capitano delle genti duchesche, chiamatovi, dai, 
principali della farion Ghibellina, partigiani a Filippo* e 
due volte venuto co 9 veneziani a battaglia, egli nella prima 
fu vinte con gran danno e scacciato, nella seconda aiutato 
dai montanari , che tutti a lui s' eran vòlti, egli diede ai 
veneziani poco sopra Lecco una grave sconfitta: nella 
quale il provveditore Cornaro, con molti nobilissimi con- 
dottieri fu preso e mandato a Filippo. £ siccome in tutte 



— 23 — 

le spedizioni ed imprése, lei quali al veneziano esercito, 
poi «he senza Capitano ei rimase, felicemente successero; 
grande segnalata : egli apparve la virtù e la prodezza di 
Bartolomeo; cosi nell'avversa fortuna, egU s'acquistò 
somma laude d'aver con Gattamelata, magnanimamente 
difeso i venedani 1 stendardi: e raccolto e rimesso, e per 
lunga e malagevole strada sottratto di mano al vittorioso 
nimico, il più del rotto esercito. La qual rotta intesa a 
Venezia, mosse i padri a 'far l'elezione di un general ca- 
pitano: ed elessero Francesco Gonzaga marchese di Man- 
tova: poste «otto la sua condotta tutte le lande spezzate 
del predecessor smorto, con altri seicento cavalli. Il quale 
come infino allora -disdegnando il generale governo, éhe 
poco avanti offerto gli aveane, temporeggiato avea Man- 
dare all'esercito; cosi ricevuta la dignità del capitano, 
egli andò senza indugio alla guerra. Ove poco poi sopra- 
preso da gravissima cura di dover le genti dal bergama- 
sco nel bresciano traducere; égli in ciò grandemente del 
consiglio e "dell 9 opera di Bartolomeo si valse. Coneìossià- 
chè Nieeilò Piccinino, ferocissimo nimico, era Venuto se- 
guendo e soprastando loro^ di tattfi luòghi onde loto 
potessero Mandar vettovaglie insignoritosi. . DI che oggimai 
più con la fame che còl nimico avéanoa combattere. Erasi 
ti' veneziano esercito fermo presso a Bolgaro, terrainqòbl 
' di Bergamo sopra il iCherio fiume. E per numero di sol- 
dati e per animosità ancor forse del suo capitano, assai 
inferiore al nimico, fortificandosi : di stanca in. stanza dea- 
i"Sro ai' fossi e trincee attender piuttosto à ritirarsi e tei- 
i vttrei , che a fare 1 altrui copia v di combattere; Ma Nicolò 
"Fiocinino, Dòn più che due miglia quindi lontanò, accam- 
patosi vicino a Malpagaj e mandato in un subito ad oc- 
cupar Monticelli," stava in sull'aie appostando, ohe nel 
diteggiare il nimico occasione gli desse di far bene i suoi 
fatti. Alla novella di Monticelli occupato, F esercito ve- 
tafettftafeo grandemente commosso^ la mattina per tempo si 



— 84 — 

,«rfc> ipestOfiiiAan»! : ira: ilo .stare e tt andare* da necessiti >e 
; da timore cHenuta del par i e sospinto; In tante adanque 
ìflii difficoltà e di pericolo , motye ennolte tose «eooadoie 
toro, opinioni avendo proposta, tutti finalmente* alPiorii 
>nìone dèi .general capitano accostandosi in A fatto parere 
(Oqnve.nneiso ; che »di notte tempo in battaglia quadrata a 
PalaaaaolD si conducesse l'esercite : e quindi per il ponte 
,j3i traducesse oltre TOglio: e <per più sicuramente an- 
darne, tutti gl'impedimenti e. le Zagaglie con una falsa 
mostra di , alloggiamenti, addietro lasciassero. Tal ièbe 
tt nimko da cotale credenza ingannato» della loro fuga 
non si avvedesse, e camminando al vantaggio, loro vie 
'.t&ese il passo. Iljche avvenendo» vedeasene ai veneziani 
- sovrastare grandissimo datino. Aspettandosi adunque a 
«dover ciò eseguile la comoditi della notte:; Bartolomeo 
solo alla comune opinione dei capi dell' esercito opponen- 
dosi ; per niente non. loda che a PaAa&zuolo si vada, : né 
[<die s'indugi a. notte, n$ le bagagli© si lascino; addietro. 
Or che altro (dicendo egli) potrebbe, maggior vergogna 
recare al soldato, ohe gì' impedimenti,, che i padiglioni; 
pel quali sì deve sin. alla morte combattere; lasciare in 
i pregia e senaa punto ài battaglia al nemico? pigliarne! pu- 
it& tutt'i noatrì arnesi e senza dar più tempo al nemico 
{divenirne al vantaggio pe* altra più; corta e più spedita 
-strada inviamei a Pontogtio: che per di là suo malgrado 
ie senza offesa o perdita di pur un soldato, siamo , per awe 
Il jpasso.. -Che quantunque .egli senta, per doverne essere 
bile spalle, che noi ee ne andiamo prima, che ai pq^ 
.alloggiamenti ei pervengalo già .^i troveremo, nell'alfa 
-ripa del fiume; o sop raggiungendone egli ancora, questi 
impedimetoti appunto e bagaglio» ci torneranno a gran 
l comodo: che ci faranno : da spalle munitone e difesa: e 
inegli estremi casi un allettamento di preda, atto, a tener- 
ci da lungi la furia nemioa. Piacque al ,prQVYfl)ltoTO lt pd 
M più dei, condottieri >4 fu eo«ww»e«lìeipdato ed.im^Ma- 



— 25 — 

thtaitfe eseguito il parer del Colleoni. Quando il Piccinina 
accresciuto di forze da Lodovico Gonzaga, il quale il di 
innanzi abbandonando i veneziani ed il padre era a lai 
passato oonf cinquecento cavalli; sentendo la partita e lo 
insperato cammino che i veneziani facevano, tenendo loro 
dietro con la cavalleria spedita, die' loro nel retroguardo 
un terribile assalto. Ma mentr* egli s* occupa nella preda 
d* alcune carrette e dei più vili arnesi del campo; l' ordi- 
nanza veneziana, tuttavia marciando a gran passo, senza 
impedimento se ne passò a Pontoglio. I soldati poscia da 
tanto pericolo Scossi ; colà onde per salute dell' esercito 
diteggiati s' erano, campo della paura nome imposero. Ed 
fnsrno al ÀI d'oggi vien dagli abitanti quel luogo ancor 
nfostro, cne il campo della paura si appella: della pruden- 
za, di Bartolomeo CoWeoni testimonio e trofeo memorabile. 
Fu sòspeziònè di molti , la quale tra per lo trasfugio del 
figlinolo, e ciò che poco appresso successe, grandemente 
s'accrebbe, éhe il marchese Gonzaga, tenendo segreto in- 
tendimento 'ed accordo col duca Filippo, andasse a cam- 
mino di lasciare i compagni, venendosi a giornata in prò- 
da ai ntfmffeo. Di che tanto ancor più di frutto e di laude 
Venute Bartolomeo a ritrarre dal suo non meno ardito oh» 
étfgà'ce cbnstgftò: avendo egli con esso in tanto di frangente 
dàlie apèrte forze di fuori e dalle insidie di dentro difeso 
e conservato 1* esercito. Da indi innanzi gli animi dei ve- 
neztàtàr s' 1 empierono intanto della speranza di lui e del 
crèbftò nella militar disciplina , che qualùnque cosa nelle 
ttubbfe occorrenze usa fosse parere impossibile a fars* 
tifano era che col consiglio dì lui dubitasse non dover 
)pò't4r fers^ Ma quantunque ognuno quel fatto ammirasse 
è" fodatìse; Bartolomeo nondimeno, dell'avere al veneziano 
ttèfrito'la via d'ella salute aperta per la carità delia pa- 
tta un 'cotale Kmordlmento sentiva. Laonde a' casi della 
efttfc dì 'Bergamo non poco temendo, la quale egli avea 
«Sènza difesa lasciata >a gran rischio di dovere del nimico 
Vita di Colleoni. * 



— 26; — 

esser preda, egli propose ai «api dell' esercito, dover pro-r 
vedersi, perchè i bergamaschi senza presidio rimasti, non- 
fossero dal Piccinino assaltati ed oppressi, À prima voce, 
adunque fu la proposta approvata, e di consentimento 
d'ognuno l'impresa a lui datane. Andasse egli; vedesse, 
e provedesse -, che le cose de' bergamaschi, dentro nella 
città almeno , non ricevessero danno. Essere loro assai 
noto; ciò che il Piccinino non avea potuto contro 1' eserf 
cito , dover contro bergamaschi, presso ai quali egli era 
stato deluso ; alouna cosa grande tentare. S' era il Picci- 
nino intanto, senza perder tempo, camminando contro il 
fiume, condotto a Caliepio: sperando dovergli essere fal- 
cile ottenere il castello, che soprastante all'Oglio , difende 
quel passo. £ quindi traducendo l'esercito e tirando i ve- 
neziani a giornata, dovei, riportarne, indubitata vittoria. 
Ma egli trovò quivi il conte Trusardo signor del castello, 
il quale con tutto ch'ei vedesse le cose de* veneziani in-» 
chinate e poste in manifesta disdetta, egli per ciò- non si 
perde punto nò di fede: nò d'apimo: ma contro lo sforzo 
di si potente esercito, e la ferocità e bravura <tf« quel ca- 
pitano terribile, per più di venti giorni magnanimamente 
difendendo il passo, e fattovi mal capitare gran numero 
decimici; finalmente mezzo abbattuto dall* a;rtf glorie, ed 
oggi mai di nessun profitto al nimico, abbandonò il ca- 
stello: conoiossiachè in quel mezzo tempo le genti vene- 
aifcne alla salvezza loro provvidero. Diche il Piccinino in 
dispetto e vendetta egli arse tutto e rovinò il castello; 
nella cui rovina ed incendio s' estima , che, con tu^te le 
ricchezze ed arnesi domestici, perdesse il conte fr usar do 
il privilegio ancora del suo contado antichissimo, jyia poco 
appresso da' padri ben conoscenti .e grati di tanta sua 
fede e servizio, a lui ed a' suoi discendenti fu concessa jn 
perpetuo feudo la giurisdizione della nobilissima yaj.?d^ 
Caliepio. Accettatosi da Bartolomeo adunque reepeflizione 
e carico della difesa di Bergamo, e eonsigliandq ognuno 



— 27 — 

ohe al primo aprire del giorno egli si ponesse in cammino; 
ih di nuovo egli sol d' apparere a tutti altri discorde. 
Antri (dicendo egli) doversi affrettare la gita nella prima 
vigilia. Nono certamente alcun uomo, il quale non si senta 
alle volte toccar dentro ed accorgere, da un certo genio o spi- 
rito, ohe lo vogliamo appellare, indovino delle cose avvenire. 
-Ma Bartolomeo Colleoni per singolare privilegio di natura, 
sopra tutti i capitani de' suoi tempi, di tutte le cose ad 
avvenire possibili, la prudenza ebbe sempre fida rivelatrice 
ed interprete. Avea preveduto il Colleoni, che il Piccini- 
no, perduta nella oppugnazion di Callepio l' occasione di 
rovinare il nemico, discorrerebbe pieno d'ira predando e 
guastando. Onde facilmente avverebbe, che incamminando 
egli al soccorso di Bergamo, cadesse nelle mani al nemico: 
e con Bl poca gente, eh' era la banda sola dei suoi uomi- 
ni d'arme con da trecento fanti, vi rimanesse con danno. 
Perché ingegsoBamente avvisando, che avanti che in vir- 
tù si convertisse il furor del nemico; era bene affrettarsi, 
egli si pose a prima notte incammino: e con celerità quasi 
incredibile fra poche ore entrò nella città; la qual sopra 
tutto nella speranza ed aspettazione di lui confidava. Nel 
di seguente il Piccinino, secondo l' avviso di Bartolomeo, 
Mòne dirubando e guastando il contado: avendo ai suoi 
comandato, che qualunque cosa non si potesse via portare 
mettessero a foco, talché in un subito le ville e le castella 
delle valli Callepia e TreBcoria egli ridusse a somiglianza 
•d aspetto d'una vasta e spaventosa solitudine. Indi 
accadendo nella pia bassa contrada ed occupato Urgnano 
# Cologiio con tutte le castella di quel tratto di piano, e 
Toltosi lungo il Brembo a ponte san Pietro, egli v' espugnò 
% rovino il castello, che v'era di quel tempo fortissimo, 
Bartolomeo dall'altra parte, avendo gli animi dei suoi 
«cittadini ben disposti al difendersi, tutto nella cura del 
«oprastaete pericolo s' occupa. Qui provedendo alle mu» 
risioni delle rocche s quivi disponendo i presidj; altrove 



— 28 — 

le torri e le mura ristorando, di bastioni e fossi cingendo, 
Milla perde di tempo: interrompendo tuttavia il cammino 
*1 nimico, e necessitandolo alla espugnazione di più d' un 
spasso. Il quale fattosi finalmente con 1' esercito alla parte 
orientale della città, e dato un fiero assalto alla rocca, 
ella fu da Bartolomeo francamente difesa; e con tanto suo 
danno il Piccinin ributtatone, eh* egli non si ardi più ten- 
tarla. Ma rivoltosi ad assaltar le montagnose trovato an- 
cor quivi di montanari armati, e di pioggie e nevi (ch'era 
èi mezzo novembre) un durissimo incontro; diffidando di 
poter espugnare i bergamaschi dal Colleoni difesi; l'e- 
sercito contro i bresciani tradusse. Ma seguendolo incon- 
tinente il Colleoni, e premendolo tuttavia ed infestandolo, 
ogni potestà di campeggiare gli tolse. Perchè ladroneg- 
giando egli piuttosto che guerreggiando, ed alcune tor- 
rette del bresciano occupate, e niuna cosa importante fe- 
licemente tentata, in Milano al suo duca torneasene. Ma 
Bartolomeo con lo sturbamento solo avendo quasi rotto e 
«cacciato il nimico, senza tempo intramettere si spinse a 
dare il guasto nella Valoamonica. Ove nella cocca di 
dardone due conestabili di fanteria nimica al presidio Co- 
vandosi, fattovi di molte incursioni ed assalti,. egli oo*- 
strinse il castello ad arrendersi: ed i due^afùtani di chia- 
rissimo nome, Pietro Bruno da Parma, ed Andrea Trivi- 
giano darglisi prigioni. Ai quali tolto -solamente, arme e 
«avalli, lasciolli il vincitore magnanimo del rimanente an- 
dar liberi. Avendo Bartolomeo Col leoni anche queste cose 
magnificamente fatte, e con preda grandissima ed altrettanta 
gloria a Brescia tornatosene; un ambasciatore del vejaer 
Mano senato trovò, il quale in nome de' padri infinite gra- 
fie, pendutegli, ed altri cento uomini a cavallo alla sua 
condotta aggiungendo , dei capitanate di tetta la mttìftia 
pedestre onorollo. Ed in questa sopravenuto il verno, tutti 
jj capitani ridussero le genti alle stame. AH' entracte della 
^primavera nacque diversa eondtaione 4i guerra, <> Piratato- 



- 89 .- 

che il marchese di Jlattova, sotto intinto pretesto d'es- 
sere oggimai sazio dal maneggiar l'armi, s'era di quei 
di licenziato da' veneziani, e poco appresso scopertosi lpjr 
manifesto nimico: patteggiatosi tra lui e Filippo di guer- 
reggiare i veneziani con armi e forte comuni: e toglien- 
dosi loro la citta di Verona,, ella .rimanesse al marchese, 
Antiprendendo adunque Filippo nei provvedere alla guerra 
l'intervallo e spazio di quella vernata; egli comandò ai 
Piccinino* che .tratte le genti in campagna, alla oppugna- 
zione di Brescia n' andasse. 11 quale accresciuto di fidanza 
e di forze per la nuova confederazione del marchese, che 
per tutti i suoi fini libero passo gli dava; subitamente si 
pose in cammino. Aveano i veneziani, dopo la ribelUon 
del Gonzaga, dato il general governo flegli eserciti loro 
ad Erasmo da Narni, detto altamente Gattamelata: uomo 
da porre tra i primi di quella età nelle cose di guerra, 
Or mentre questi, non avendo potuto al potente nimico 
difendere il passo dell' Oglio, e come inferiore di forze, 
osservando i suoi progressi, e con prudenza e vantaggio 
campeggiandogli appresso; giva quanto ei poteva i suoi 
disegni rompendo ; : Bartolomeo, il quale nel subito movi- 
mento delle cosò chiamato dalle stanze, era ito alla difesa 
di Brescia, di ordine di Francesco Barbaro governatore 
4i quella città, accompagnato da Giovan Conte, e Leandrq 
Martinengo, egli tornò ad assaltare la valle Camonica: ty 
quale Antonio Beccaria capitano di Filippo, passando dalla 
YaUellipa con due mila cavalli avea poco f anzi corsa ed 
opfupata.. Con costui venuto più d' una volta il Polleoni 
A battaglia, dopo molta uccisione de'nimici lo ruppe e 
oacciò della valle: ed arsovi .. e saccheggiato per tutto, 
torneasene a Brescia; ove Gattamejata intanto s'era con 
titfta, le genti : ridotto.:. Ma pigliando ogni di più forga 41 
punico o per accrescimento {li .sqlda^, e .per accessione, 
& molte castella, che temendo d'essere saccheggiate. a, lui 
#i davano, e da J>e* tutto j le jjiUe^ dai ornici infestate ? }ft 



plebe contadina a gran turine nella città rifuggendo per 
là moltitudine della gente che tuttavia v' ingrossava, ella 
pàrea di dover in breve da sé : stessa assediarsi , perchè* 
tra' magistrati exapi dell' esercito in deliberazione si venne : 
che lasciando nella città sufficiente presidio, per quale più 
sicura via si potesse, nel veronese si traducessero le genti. 
Cosi veggendo nella città doversi più lungamente tolle- 
rare 1* assedio : e V esercito conducendosi fuor salvo, po- 
ter a tempo esser loro di maggiore profitto. 11 preso par- 
tito era da ciascuno sommamente approvato. Ma il per- 
durlo ad affetto, questo altrui difficile e quasi impossibile 
fcbsa pareva : essendo loro' dal nimico nelle parti del piano 
ciascun passo impedito, e la via dei monti per molta dif- 
ficoltà giudicata inaccessibile. Quando standosi ognuno in 
Sospeso, e come nelle cose disperate si fa, né qua né là 
risolvendosi, Bartolomeo al quale il sottoentrare e sot- 
trarsi a carico di tanto pericolo, parimente premeva, dalla 
stessa difficoltà del fatto finalmente preso animo, e con 
parole grandi e magnifiche assai facilitando l'impresa, e 
sopra di sé togliendo di condurre a salvamento V esercito, 
egli n'eccitò e rincorò il capitano ed i provveditori, di 
modo che tantosto in deliberazione ne vennero. Ed in te- 
stimonio di quanto nella virtù del Coìleoni considerassero 
in queir espedizione a lui diedero il carico di guidar V an- 
tfgùardo, É la città di Brescia m alcuna sua parte situa- 
ta all' alto. Da quel lato, che a tramontana riguarda, va 
jper continoVi' monti con la Magna a congiimgersi. Di verso 
il mezzo giorno si va stèndendo al basso: e quindi fino 
à Cremona ha un lunghissimo tratto di campagna. Or tutto 
questo trattò infino ai borghi della città 1 , avea il nimico 
occupato. Né alla parte di sópra vèfun presidio avea pò- 
feto : avvisando che il naturale presidio, cioè la sola asprezza 
ite* monti, dovesse bastare ad impedire ogni passo che i 
Veneziani da quella parte tentassero. Lasciati adunque in 
difesa della città Taddeo da Eate-co'n' 1 seicento cavalli, e 



T-r 81 — 

ì>ieti Salve Lupo cun mille pedoni , e d' ordine del capi- 
tano mandatosi avanti Qiovan Villano condottier di ca- 
valli a spiare il cammino, e nella seconda vigilia tratte 
fuori « disposte in lunga ordinanza le schiere, chiudendo 
le bagalie nel mezzo, e difendendo Gattamelata il retro- 
guardo, Bartolomeo emulo e concorrente ad Annibale,' 
per dove meno si temea dal nimico; capo e guida degli 
altri pigliò a superar l' alpL II primo giorno assai pacifi- 
camente camminarono. Ma come su nei monti più a dentro 
salirono, cosi negli errori ed intrichi del cammino aspris- 
8imo ad intoppar cominciarono, ed a spaventarsi le squa- 
dre. Perciocché in quelle angustie de' passi, per dove ad 
uno ad uno k i soldati poteano appena aver transito; gli 
alpigiani parziali a Filippo, alla nuova del passar dell 1 e- 
eercito, con speranza di uccisione e di rapina concorsivi, 
gente per luoghi piani e non piani presta ugualmeute e 
spedita, soprastando loro da' più alti balzi con sozzo e 
villano insulto ogni cosa turbarono. Prima spingendo loro 
addosso grebani e gran massi di pietra, alcuni uomini d'arme 
oppressero. E di poi assalendo il retroguardo, altri pochi 
n'uccisero, non perciò l'ordinanza rompendo. Superati li- 
lialmente tutt'i primi perìcoli, per la china del monte in 
più aperti campi alla ripa del fiume Sarca le squadre per- 
vennero. Gorre questo fiume assai grosso sotto Arco ca- 
stello, e quindi egli scende a fare il lago di Garda, il 
quale dagli antichi Benaco fu detto. Quivi il Piccinino, 
sentendo la partita del veneziano esercito , avea mandato 
pel lago Lodovico dal Verme con buon numero di soldati: 
il quale accompagnato da gran moltitudine di montanari 
della fazion Ghibellina, e d'altri soldati inaliditagli dal 
vescovo di Trento, nell'altra ripa del fiume s'era postq 
in battaglia per difendere il passo. A questo nuovo ed 
assai duro incontro si perturbò pure alquanto, e commos- 
sesi Gattamelata. Ma considerato ohe quivi come nella. 
prima salita dei monti, non avea luogo speranza di tor- 



- ss - 

narsene indietro, ripresi prima a voce alta, ed innanimati 
alcuni de' suoi i quali impaurivano, egli comandò al Col- 
ledni, che con Te squadre in battaglia si mettesse al guaz- 
zo del fiume, e facesse impressione nello stuol de'nimici. 
TI qtfale con intrepidissimo animo, sprezzando l'altezza e 
rapidezza dell'acque, con tutta l'iniquità del luogo andò 
ad assaltarli. Ed in quell'empito e sforzo, molti di loro 
e de' suoi uccisi e sommèrsi, egli loro malgrado valorosa- 
mente passò in su P altra ripa. Indi per tor loro di po- 
tergli altro impedimento intentare , egli maiidò innanzi a 
preoccupare i gioghi de' monti, là dove per altri luoghi 
fati-etti nel rimanente della yià da passare s*avea. E cosi 
Quando delle forze, e quando dell'ingegno valendosi, per 
animosità e consiglio di Bartolomeo Colleóni, il quarto 
giorno poi del predo cammino, V esercito veneziano in quei 
di Verona fuori d' ógni pericolo si condusse. Già non mi 
è punto incognito, che Marc' Antonio Sabéllico, di molta 
autorità istorico, descrivendo con mólta eloquenza questa 
traduzione d' esercito ; in tanto ne dà l' onore a Gattame- 
lata, che non fa pur menzione di Bartolomeo Colleoni: ed 
41 Cornazzano in contrario si ne attribuisce a Bartolomeo 
ogni laude , come se Gattam elata non ve n' avesse parte. 
Ma s'ha d'avvertire, che il Sabéllico* scrisse presso ad 
pttant'anni poi, che questo fatto avvenne. E siccome in 
altre cose succèsse nella medesima guerra, né punto meno 
di questa per la grandezza loro notevoli, talor si vede il 
Sabéllico andare a tentone, e confessar egli stesso di non 
avere potuto cosa certa ritrarte, egli potè ancor di facile 
non essere bene instrutto d' ogni particolare di questa» 
Nella quale dovè tuttavia assicurarsi il Sabéllico di non 
dover errare gran fatto: dandone l'onore a quel capitano 
sótto 1' auspicio e condotta del quale l' impresa eseguissi» 
Non dirà giammai contro il vero, chi della rotta e presa 
(Liì re di Francia a Pavia, darà tutta la laude a France- 
sco d* Aralo* marchése 'di Pescara, che fu general capii- 



— 33 — 

taao in quella giornata: con tuttoché né il marchese fosse 
però quello che il re facesse prigione, né mancare ancor 
dovessero altri capitani e soldati che con lui concorressero 
di virtù e d'onore alla somma di quella vittoria. £ cosi 
in ogni fatto d'armi egli ò necessario che avvenga. Ben- 
ché i fatti egregi del più di quei tali (quando la fortuna 
alla loro virtù non arrida talmente, che gli conduca ed in- 
nalzi a grado di tanta eccellenza, che ad aleun fedele 
scrittore paia opera che meriti il prezzo, l' andar racco- 
gliendoli per onorarne i suoi scritti) si van dileguando e 
perdendo nella oscurità del loro nome, ed appena tanto 
reggono e bastano contro la violenza del tempo, quanto 
dura la vita di quei testimoni, che vi si trovarono pre- 
senti; tal che l'onore tutto e la gloria ne ritorna final- 
mente e ridonda, come nel mare ciascun fiume, nei gene- 
ral capitani. Ora il duca Filippo alla dispettosa nuova 
dell' insperato passaggio eh' avean fatto i nemici, giudi- 
cando quanto Brescia fosse con minor presidio rimasta, 
tanto più dover rinforzarsene l' oppugnazione e 1' assedio, 
egli comandò al Piccinino, che con ogni sforzo a combat- 
tere quella città n' andasse. Cinse il Piccinino Brescia con 
ben venti mila armati, e con numero grande di bombarde 
gros8Ìssime e d'altre macchine belliche la combatté, ed 
assaltò ferocissimamente da più parti e più volte. Ma di- 
fendendosi egregiamente quei di dentro, e non pure ribut- 
rando gli assalti, ma spesse volte ancor uscendo a com- 
battere il nimico, egli fu costretto abbandonare l' impre- 
sa: lasciato tuttavia buon numero di soldati alla guardia 
d'alcune bastie, ch'egli avea rizzate presso la città, per- 
ché non vi andassero vettovaglie. In quella oppugnazione 
e difesa perde il Piccinino più che due mila uomini. E 
Tadeo da Este , e Dieti Salve Lupo, diedero della loro 
virtù paragone molto chiaro ed illustre. Né Gattamelata; 
mentre fu combattuto a Brescia, stette punto indarno. Per- 
ciocché col consiglio e con l'armi di Bartolomeo Colleoni 
Vita di Colleoni. S 



— 34 — 

passando in vai Lagarina y egli prende per forza Borgo, 
Gorvaria, Penetra e Torboli: luogo posto su nell'estreme 
angustie del lago, con termine ai monti di Trento, e gran- 
demente opportuno ad aprire il passo delle vettovaglie 
ai bresciani. Li quali avendo già; il nimico occupato Pe- 
schiera col più delle castella poste a destra parte di quella 
riviera, e con una grand 1 annata usurpatosi tutto 1' impero 
del lago cominciavano fieramente a sentire gl'incomodi 
dell'assedio. E dubitandosi, che vinti alla fine dalle ul- 
time calamità s'arrendessero, e sopra il modo del dover 
loro soccorrere venendosi presso il capitano- a spessi con- 
sulti, e tra quanti altri v' erano , non avendo uomo a cui 
cadesse nell' animo ( come cosa riputata impossibile ) di 
dpver proponere eh' ei si mettesse nel lago un'armata; 
con la quale, o nelle circostanti contrade pari impero al 
nimico ottenessero, o col felice successo d' un navale con- 
flitto, non pure all' amica città, l' assedio levassero, ma fine 
eziandio ponessero a tutta la guerra; solo Bartolomeo 
Colleoni , la «li grandezza dell' animo, con la sagaoità del- 
l' ingegno , dentro ai comuni termini delle cose possibili 
non poteano capire, ultimo e sommo di tutti i provvedi- 
menti, egli propose e consigliò, e per fattibile approvò 
eh' ei st mettesse nel lago un' armata. Animosità e prontezza 
di militare ingegno veramente mirabile. Perciocché non 
essendo alcuno, il qual pensasse dover potere Palmata 
tradursi pei altra via del lago, ohe per quella del Min- 
cio; la navigazione del quale, insieme con Peschiera, si 
trovava in potestà del nimico, con l'auspicio e scorta di 
Bartolomeo Colleoni, furono a forza di remo condotte le 
galee all' insù per 1' Adige infino al pie d' un monte, che 
soprastante a. Torboli quel fiume dal lago divide. Indi con 
artificioso ed ispedito ordigno di ruote e dì funi, secondo 
l'avviso ed ammaestramento pur d'esso, per forza d'uo- 
mini e buoi, furono ad una ad una tratte alla cima del 
monte dirupato e scosceso. E quindi con grandissimo stu- 



— 35 — 

pere di tutte le genti, ( temendo grandemente ognuno ohe 
tanto peso , mandato giù per quell' erta ed asprissima co- 
sta non cadesse d' atto e facessesi in mille scheggie ) fa- 
rono con diligenza, calate sopra Torboli e poste in acqua 
ed armate. Ove con tre ordini di grossissime travi feoesi 
toro un serraglio in forma lanata : e nella bocca del fiume 
Sarca rizzosei un castello e fermossi con potenti ripari alla 
difesa dell'armata. Leggesi nel Sabellico della proposta 
e condotta di questa nuova armata, tutto darsi l'onore a 
non so quale Sorbolo , uomo ignoto di Candia : volendo 
che quel tale la proponesse al senato, e che i padri a 
parole di quel nuovo uomo in deliberazione ne venissero. . 
Ma egli 8' ha più tosto a credere che quel Sorbolo fosse 
un ingegnere del campo: col quale avendo il capitano 
comunicato il disegno di Bartolomeo, e per giudioio an- 
cor d' esso trovatolo riuscitole, lui a propor ne mandasse 
la bisogna al senato: perchè alla professione dell'uomo, 
in cosa tanto a prima faccia impossibile i padri maggior 
fede prestassero, e con maggior animo l'impresa abbraccias- 
sero. Talian Forlano intanto capitano di grande stima e va- 
lore presso il duca Filippo, avendo dal mantovano e bre- 
sciano raecolto da due mila villani, con queste ed altre 
genti da pie e da cavallo, che potevano fare un numero 
di tre in quattro mila, s' era mosso da Penetra, terra nei 
monti di Trento, per gire a combatter Lodrone, castello del 
eonte Paris del nome veneziano amantissimo. La qual cosa 
sentendo il magistrato di Brescia; (ciò fu Francesco Bar- 
baro nomo di singoiar valore ) levati dal presidio della 
città seicento fanti; capitano Dieti Salve Lupo; mandollo 
con Gherardo Dandolo in soccorso di Paris. Questi pas- 
sando per vai Troppia e col favore di Pietro Avogarò 
accresciuti di gente collettizia, che volontariamente se- 
guiva l' insegne marehesche, andarono a trovare Paris. Ed 
avendo già il Forlano, per il ponte da lui fatto, passato il 
fiume Sarca, e con le squadre in battaglia salendo verso 



Lpdrone per l'erta del monte, Paris conDieti Salve d'ina- 
provviso assaltarono e tagliarono a pezzi il soccorso, eh' e- 
gli avea lasciato al ponte, onde il Forlano dallo strepito 
dell' armi e dalle grida che di lontano s' udivano, avvisato 
del perìcolo de' suoi, rivolta 1' ordinanza, e venendo ancor 
che tardi al soccorso, egli fu da Paris e da Dieti Salve, 
come impetuoso torrente gettato dai monti, sostenuto con 
{anta virtù e franchezza, che dopo una lunga e più volte 
redintegrata battaglia, con grande uccisione e preda la 
sconfissero: rimanendovi de'nimici, tra morti di più chiara 
nome, un figliuol bastardo di Talian Forlano, Pietro Ca- 
,pozio nobile condottiero e Pollonio capitano delle genti 
di Trento , con più che mille prigioni , e fuggitosene, il 
Forlano ferita per aspri monti a Riva. Apparve in questo 
fatto d' armi assai risplendente tra gli altri l' opera e la 
virtù di Dieti Salve: il quale chiamato dal capitano a Tor- 
toli fu posto alla guardia e difesa della munizione e ca- 
stello, la cui opera s' era in quel mentre fornita , a presi- 
dio dell'armata: e Gherardo Dandolo egli ancora al go- 
verno lasciatovi. La quale armata, secondo il prudentis- 
simo avviso di Bartolomeo CoUeoni, uscita poco appressa 
del porto ; costeggiando e dando spalla alle terre amiche , 
ella allargò ed assicurò i passi delle vettovaglie, di modo 
ohe molto se ne sollevarono i bresciani. Di che in ricono- 
scimento di questa e d' altre cose notabili, fu Gattamelata 
absente dichiarato da' padri general capitano sopra i loro 
eserciti: ed a Bartolomeo accresciuto condotta fino al 
numero di trecento cavalli: e la difesa e Governo della 
città di Verona alla sua fede commesso: alla quale oggi- 
mai parea che il più della guerra s'andasse appressando. 
Avea Nicolò Piccinino, poi che fu rotto il Furiano, con 
più felice successo combattuto e vinto Lodrone. Indi al- 
l', espugnazione di Romano, castello egli ancor di Paris, 
e. quella indarno tentata, s' era con le genti condotto su 
quel di Verona. Ove unite le forze col marchese Gonzaga 



— 37 — 

ed espugnato Legnago, scorse nei confini del padovano 
e del vicentino, ed in quasi corso di vittoria prese castel 
Baldo, Lonigo, Brendola, Montecchio, Arcignano e monte 
Orso, con la valle di Dressino e Valdagno : e nel veronese 
occupò Soave col più delle terre ivi intorno. Perchè insu- 
perbito il Piccinino di tanta prosperità, egli mise campo 
a Verona. Onde Bartolomeo più volte con tutta la cavalle- 
ria ischi erata uscendo ad affrontare il nimico, e commet- 
tendo ogni giorno grosse scaramuccie, ne rimase sempre 
al dissopra, ricoverandosene co' suoi e con le insegne sal- 
ve. Più volte. per diverse porte della città assaltata, le 
schiere dentro ordinate, con uscimento forzevole spinse 
addosso ai nimici, li quali non potendo sostenerne l'im- 
peto voltarono le spalle, ponendo sé medesimi in rotta con 
la fuga loro. Ed alcuna volta gito ad assaltarli fino den- 
tro agli steccati, riportonne il vincitore e predatore ma- 
gnanimo, ripre3aglia e bottino quando di giumenti e quando 
di bagaglio. Aveano i veneziani di quei di condotto un 
capitano di cavalli, che Guerrier Marziano avea nome, ed 
alla difesa di Verona mandatolo : affine, che uscendone ogni 
giorno Bartolomeo a combattere , la città rimanesse con 
più forte presidio. Questi veggendo il Colleoni dal conti- 
nuo molestare il nimico tornarsene tuttavia di nuovi onori 
fiorendo ; gonfio di boria d' ambizione militare e tocco di 
una strana invidia , (tal eh' egli ancor paresse guardiano 
della città non inutile) uomo tuttavia (V animo più smisurato 
che grande, trasse il giorno seguente i suoi fuori a combattere 
con speranza d'averne a conseguire vincendo, riputazione 
e grado a Bartolomeo eguale. Ma andando egli con ordi- 
nanza lunga e mal chiusa inconsideratamente a ritrovare 
il nimico, e quello avvedutosi di non dover avere a fare 
col primiero, lietissimamente la sua impressione ricevendo» 
e mandato innanzi chi lo ferisse da' fianchi, assai facilmente 
mettendolo in fuga, con perdita e sangue di molti dei suoi 
fino dentro la città ributollo. Trovossi tra' nimici un sol- 



— «8 — 

-dato di sua mano valente , il quale mescolato eo' nostri , 
tuttavia lor ferendo alle spalle e passando dentro alla 
porta nel calarsi della cateratta, chiuso nella città rimase. 
Costui veggendosi tolto ogni speranza di uscirne, e sozza 
«cosa pure parendogli il dover prigion darsi a cui egli avea 
vinto; a Bartolomeo Colleoni, che era allora nella guardia, 
con queste supplichevoli parole ricorse. tt Ecco me nimico , 
il quale proseguendo il nemico son dentro a questa tua 
città rinchiuso. Io mi vergogno a dovere di vincitore, che 
io sono, divenir prigione del vinto: né la ragion della 
guerra, né ia virtù mia certamente il comporta. Però a te col 
quale ho io sempre combattendo perduto, io mi rendo prigione: 
contento di si fatta sorte nel danno, che io abbi almeno 
d'ubbidire a bellicosissimo capitano. „ Bartolomeo il quale 
dall' altrui umanità e grandezza dell' animo , ben si lasciò 
piegar sempre, ma superare non mai ; tt anzi per Dio, disse 
«gli, né la tua virtù, né le tue* parole di prigionia son de- 
igne: ancora che tu sii nemichevolmente venuto, conoscerai 
tu il nimico al tuo valore amico: niun ti ha preso, né io 
ancor ti prendo : rimanti libero ed al tuo signor ti ritorna. „ 
Quegli allora stupefatto restando alla liberalità dell' uomo 
invitto, gli si gettò alle ginocchia, ed il capitano inchina- 
tosi e presolo benignamente per la mano e donatolo ài 
una eletta spada militare; licenziollo, comandando eh' ei 
fosse accompagnato al campo. 



ISTORIA 

DELLA VITA E FATTI 

dell' eccellentissimo 

CAPITANO DI GUERRA 

BARTOLOMEO COLLEOVZ 



LIBRO TERZO 

Erano le cose de' veneziani in tale stato intorno* 
1' Adige quando al lago di Garda fu con alquanto maggiore- 
felicità combattuto. Avea il duca Filippo, dopo la rotta 
datasi a Talian Forlano sopra il fiume Sarca, mandatogli 
supplemento di più che duemila cavalli, condotti da Nicolò* 
Guerriero e da Antonio Triulzi, con buon numero di fanteria*, 
guidata da Jacobuccio da Taranto e Gherardino Terzo.*. 
Con queste genti il Forlano trovandosi a Salò, e desiderando 
fare ammenda de' ricevuti danni, a tutto potere intendeva, 
a cacciar i veneziani di Maderno, di Penetra e Torboli^ 
ed aveva già preso d'oppugnare Maderno; nella quale»* 
oppugnazione facendosi dal veneziano presidio un gagliardo 
contrasto e per la molta fatica eh' egli aveva a» suoi data . 
in più d'un forzevole assalto, cessando per alquanto ik 
combattere , del poco numero de' nemici eh' ivi intorno 
avea, niuna cura o guardia prendendo; Dieti Salve Lupo,, 



— 40 - 

soldato vigilante ed intrepido, essendo il giorno innanzi 
venuto spiando e diligentemente avvertendo la disposizione 
e sito de' campi nimici e della poca stima eh' egli avviso» 
di lui farsi, animatosi all' impresa d' un fatto memorabile, 
comunicato il disegno con Gherardo Dandolo, od a lui 
raccomandata la guardia di Torboli, ed appresso ordinato 
col Zeno provveditore dell'armata, che lungo la riva del 
lago secondando il venisse egli con un numero eletto dì 
seicento fanti de' suoi mercenari e con alquanto maggioro 
tie' partigiani e guelfi, guidati da Pietro Avogaro, usci a 
prima notte di Torboli, e per insolite strade condottosi 
con gran silenzio sopra Maderno, e nell* aprire del giorno 
-con altissime grida fatto impeto negli alloggiamenti nimici; 
prima che spaventati dall'improvviso assalto si metessero 
in arme, eglino fece una grande e crudele tagliata. Pus 
per animosità e prudenza de' loro capitani, tumultuosa- 
mente e sossopra raccolti i soldati all' insegne ; appiccolì 
ti' ambidue le parti una sanguinosa battaglia , la quale 
quasi con egual fortuna durò insino al vespro; ma la 
cavallerìa dei nemici, secondo il saggio t avvedimento del 
Lupo tra quei luoghi montuosi e stretti grandemente impe- 
dita, contro l'agilità e prestezza delle fanterie spedite 
nulla o poco adoprando, e perciò accortamente il Foriaao 
facendo a poco a poco i suoi ritirar dal conflitto, traty- 
cesse loro per una via assai stretta lungo la rtn del 
lago, ed il Zeno intanto avvicinata l'armata con balestre 
ed armi da lanciare loro molestando da' fianchi, e Disti 
Salve da fronte premendo acremente ed instando; rotti 
finahnnnte e sconfitti con grandissima strage n' andarono» 
Vennero in mano a Dieti Salve più che 400 de' umici 
prigioni, e tra essi circa cinquanta uomini illustri, nei 
quali fu Nicolò Guerriero, Antonio Triulzi, il Tarantino 
ed il Sferzo. Taliano già disperate le cose, pittatosi da 
«cavallo, per l' oscurità della notte uscito di mano al nimico 
«per vie precipitose e traverse a Salò si ridusse. A me 




— 41 — 

non deve rincrescere nò a vizio «kaputarmisi, che senzj} 
interrompere 1» istoria, io vada inserendo nell' opera alcun 
fatto notatale óV altro » ancor della, patria, che. Bartolomeo» 
CoHeoni. Non mi parendo di dover senza nota d'una 
quasi impietà, poter lasciare in oscuro la fama d'ano 
compatriota mio, per la sua virtù degnissimo di vivere 
nella perpetua luce e ricordanza degli uomini: tacendone 
io ingratamente e sopprimendo quel tanto che, mentre 
non senza -qualche fatica io cerco peraltro e rivolgo le 
antiche memorie, ho trovatone. scritto.. Io parlo di Dieti 
Salve Lupo: il quale esercitatosi nella sua prima milizia 
«otto Facino Cane, e dappoi fra i oonnestabili d* piò 
chiaro nome col %nte Cacmignola al soldo , de' veneziani 
gassando, e per molte- (egregie prove nell' aumi acquistatosi 
g*sdo e carico di colonnello di fanti, edappresso otteimtone.il 
generalato delle fanterie e la condotta di cento cavalli, con 
perpetuo tenore d'una lede costante insino all'estremo 
seguendo l'iiuMgiie marchesche ; carico ,d' onore e di età. 
Panno 1461 felicemente i suoi giorni terminò nella patria^ 
conseguendo ancor poi morte da' ben. grati, signori, nella 
provvisione perpetua,» e nelle) immuniti ed essenzioni concessa 
a* suoi posteri un testimonio illustre del suo fedele servi» io. 
Continuando dunque l' istoria ; fu ^grandemente a Filippo 
molesto a sentire: questa nuova rotta de* suoi a Maderno* 
e soprattutto la presa di Nicolo Guerriero, capitano di tanta 
estimazione e grazia presso -quel . principe , ,che avendo 
egli messer Giorgio Cornaro il quale, cerne sopra dicemmo» 
fu preso nella Vatlellina; tenuto più che sei anni in 
prigione secretissima nei forni di Monza, e nella pace la 
quale tra lui ed i veneziani in quel mezzo tempo successe, 
non lo restituendo secondo- il vicendevole patto con gli 
altri prigioni, e perciò deliberando il senato senza la resti- 
tuzione del Cornaro non essere fattala pace, e con falso 
giuramento Filippo ingannati i padri, affermando il Cornaro 
esser morto, e per tale da' suoteda tutta la ditta fosse 

Vita di Colleonì. 8* 



— 42 — 

pianto, ora egli mandò loro offerendosi a far cambio de! 
Guerrier nel Cornato , e con nuova ed insperata letizia 
de' padri l'offerta accettatasi, fu messer Giorgio da' suoi 
e dalla patria tutta, quasi uomo rivooato da morte, caris- 
simamente raccolto, ed a Dieti Salve ricompensossi la 
taglia di Nicolò Guerriero con assegnamento .di beni nei 
bergataasco e bresciano per altrui ribellione devoluti al 
fisco. Era in questo mentre Verona da Nicolò Piccinino e 
dal marchese di Mantova stata combattuta aspramente; e 
dal Oolleoni altrettanto valorosamente difesa. Onde essi 
tra V imprese di quello niuna veggendone, che alla fortuna 
o al nimico si potesse dire temerariamente commessa; del- 
l' espugnazione della città disperati, Sciatovi parte delle 
genti all' assedio, e finito d' occupare quanto di qua e di 
là dall'Adige tra Vicenza e Verona, i veneziani possede- 
vano, facendo incursioni sopra l'una città e l'altra; ave- 
vano inaino a Padova ogni cosa ripieno di spavento e di 
guerra. £ Talian Forlano, il quale nò vincitore, nò vinto 
potea quieto starsi; di nuova gente rifatto, con iscorrerìe 
continue molestava pur anche e tenea assediata la città 
di Brescia. Nel qual tempo ancor Bergamo era gravemente 
oppresso da tutti quei mali, ch'altri può recare un duro 
e diuturno assedio. Perciocché, ancor che alla città non 
avesse esercito de'nimioi intorno; trovandosi nondimeno 
in potestà loro tutto il territorio, con tutte le circonvicine 
castella ; si le n' era ogni passo delle vettovaglie interchiuso, 
che ridottane a quasi estrema penuria d' ogni usato alimento 
cominciava a dar di bocca a cibi immondi e schifevoli: 
superando ella tuttavia il suo crudele infortunio con quella 
fede intiera, con la quale ella avea ancor poco auzi di 
libera volontà porto il collo al giogo del veneziano impero. 
Tra questi calamitosi frangenti, Isnardo Comenduno da 
Bergamo e Pietro Avogaro da Brescia, uomini nella sua 
città l' uno e l' altro d' autorità principale, sospinti dalla 
carità della patria, né senza difficoltà e pericolo, tenendo 



— 43 — 

ciascun passo occupato, quasi in un tempo medesimo} 
volontariamente andarono ambasciatori a Venezia. Ma non, 
gravi al benigno lettore per incidenza intendere d'Isnardp. 
Comenduno questo poco più avanti. Fu tra Pietro Avogaro 
ed Isnardfe una congiunzione d'amistà e di benevolenza 
antica e grande, la qual cosa essendo nota al duca Fi- 
lippo, tosto eh' egli senti parte della città di Brescia, per 
induzione pure, ed opera d'esso Pietro Avogaro, aver 
ribellatogli e datasi a' veneziani, egli scrisse al Comenduno 
e pregollo eh' ei volesse far opera di rivocar l' Avogaro 
alla pristina fede: talch'egli ne ricuperasse, la città per- 
duta: promettendone ad amendue larghissimi premj. Al 
quale il Comendufife, che come uomo libero e di sincera 
bontà, fieramente in segreto odiava il tiranno; dicesi così 
avere [accortamente risposto: che ratino a quell'ora, che 
Pietro Avogaro amico e ben servente alla signoria era 
stato; dell' Avogaro amico era stato egli ancor: ma pò-, 
scia che al comune signore era Pietro Avogaro diventato 
nimico; egli ancor avea sciolto e rotto ogni legame d'a- 
micizia con esso. B non che Comenduno s'indusse a do- 
vere in prò del duca Filippo alcuna cosa operare, anzi 
poco stante egli e Concino il fratello, furono de' principali 
autori, che la città di Bergamo abbandonando Filippo, si 
commettesse alla fede de' veneziani. Dai quali onoratamente 
ambidue furono riconosciuti, e loro date provvisioni per- 
pètue, le quali io non so come poi ne' loro posteri siano 
venute mancando. Il Comenduno e V Avogaro adunque nel 
senato introdotti, dimostrando efficacemente a' padri il mi- 
serabile stato dell'uno e l' altro popolo ; supplicarono loro* 
di provvedimento e soccorso alle due città fedelissime. 
Di che mossi a compassione i padri, e parte indégnairientè 
portando, ehe l'insolente nimicò, quasi in su le porte é 
negli* occhi della libera città guerreggiando insultasse j 
giudicarono l' arroganza di Filippo doversi confondere con 
accrescimento d'armi, e con la condotta d'un nuovo ca^ 



— 44 — 

pitano. Laonde rinovata co' fiorentini la lega, includen- 
dovi Francesco Sforza, principe «allora nella Marca, lui 
general capitano dell' una repubblica & 1' altra condussero. 
H quale raccolte- di tutta lo sforzesca milizia un fioritis- 
simo esecito, e pel ferrarese- nei padovano traduttolo, ed 
a Gattamelata congiùntosi, senza punto d'indugio per il 
vicentino contro il nimico si mosse: ricuperato tra vìa, e 
saccheggiato Lonigo, s' era Nicolò Piccinino , presentendo 
H venir dello Sforza, ritirato a Soave, castello posto alla 
radice de' monti tra Verona e Vicenza, e quindi infino alle 
paludi dell'Adige, per lungherzaa di ben cinque miglia, 
<tón tumultuaria ed accelerata opera egli avea tirato e 
travato un gran fosso. E dal dissoprà al castello , nella 
aontermine costa del monte, ove ^rano i paesi più facili, 
due bastie avea fatto e fermatele con potente difesa: con- 
fidando con si fatti ripari doversi l'impeto reprimere del 
potente nimico. Pervenuto lo> Sforza alla vista del fosso, 
egli si fermò con stupore guardando lo sterminato e de- 
forme lavoro : il quale non passando, vedeasi in nulla tor- 
nare tutta P impresa fatica di tanto cammino. Perchè con 
la necessità del gire innanzi, egli mescolò ingegno e for- 
za, tentando di ottenere il transito; ma non potendo da 
veruna parte senza molto sangue, la via col ferro aprirsi, 
perciocché il nimico per tutto l'argine di dentro avea le 
fanterie disposte, che virilmente' il (difende vano; a guisa 
di vinto per alquanto di spazio rimiseli combattere. E 
reggendo non potersi il nimico tirare contro sua voglia 
a. giornata, nò per altra via che per montagne asprissime 
con lungo, e faticoso cammino passare a Verona, se ne 
stava con animo ansio gravemente e sollecito. Quan- 
do Bartolomeo Colleoni queste cose sentendo , e deli- 
berando oon mano adiutriee d'onestar lo schernito e 
presso che infamato) viaggio di quel capitano ebiarìssi- 
moy nel silenzio della notte, accompagnato da due soHusci 
di Verona. £ preso un! alta volta 04 maiagevalis sima strada. 



— à5 — 

per monti, dal nemica remoti, scese giù nella valle, sopra 
cai fronteggiavano le dette bastie. £ con diligenza spia- 
tone quanto faoea mestiere passando fra le poste deci- 
mici a gran rischio* appresentossi insperatamente allo Sforr 
za; a cui promesso di mostrare il transito , egli fu da Usi 
ricevuto come dono appunto che Dio gli mandasse. L' or- 
dine v da Bartolomeo proposto fu, che dopo il di seguente 
lo Sforza a san Giovanni alla Rognia, castello posto nella 
esaminata valle con. tutto l'esercito avesse a trovarsi. Ed 
esso' dall' altea pai-te , con quanto maggior numero di 
scelti soldati comodamente potesse dal presidio della città 
condurre, all'ora terminata avesse occupato il giogo del 
colle soprastante alla valle : della quale egli: avea spiato 
la salita assai facile : e da dover ancor potervisi senza disvan- 
taggio , facendosi innanzi il nimico venire a giornata. $!« 
quanto Bartolomeo diviso, per giudicio d'ognuno, quasi 
tocco con mano, e primo di tutti lo Sforza con lietissima 
fronte approvollo. Né gli parve ancor poco vedere il Coir 
leoni disposto a farsi parte delle forze sue: rimanendo 
per P industria d' esso oggimai libero d' una lunga ansietà 
dell' animo ; molte cose in. prima sopra quel passaggio con 
incerti consigli esaminate e discorse. Cosi. fermo adunque 
e conchiuso, Bartolomeo . pel medesimo giro di via. nella 
città tornossi. £ nel di statuito, secondo l'ordine posto, 
tacitamente ambidue camminando la notte, nei destinati 
luoghi pervennero. £ già Bartolomeo ; con una squadra 
eletta di cavalieri e fanti dalla città condotti occupato il 
giogo del colle) inanimava, al: salire le fanterie, le quali 
dall' apposita parte montavano. Quando dalla bastia, ohe 
gli era da' fianchi, una bene instrutta ordinanza di cavalli 
e pedoni, impetuosamente uscendo venne ad assaltarlo. Di 
ohe immantinente, appiccatasi una zuffa terribile, e fran- 
camente il Colieoni infino alla bastia ributtando, i nfmic^ 
ed ili Piccinino, il quale' sentita la. mossa del nimico, con 
le schiere i in battaglia s'era fiatto innanzi, mandando/ ai 



— 46 — 

Buoi nuove squadre in soccorso/ e dall' altro canto lo Sforza 
di s'iin picoiol colle, ov' ei s'era fermo con tutto l'eser- 
cito, rimettendo egli ancora contro il nimico, il fatto d' ar- 
me attaccosBi: il quale durò per buon pezzo d'amendue 
le parti sanguinoso ed aspro. Ma non si combattendo per 
anche, nò di qua né di là con tutte le forze, e veggeri- 
tlosene il Piccinino a peggiore partito, egli comandò che 
si suonasse a raccolta: lasciato allo Sforza libero il passo,, 
od al luogo del conflitto nome memorabile. Avutosi poi 
da' capi della veneziana repubblica del fatto contezza , se 
ne magnificò grandemente il nome di Bartolomeo: cotante 
belle prove e fazioni di guerra, con tanta prudenza e 
fortezza da lui imprese e fornite , maravigliosa grazia e 
favore presso tutti gli ordini della città acquistandogli» 
Ed affermando ognuno impossibile quelli dover esser vinti* 
che. sotto la condotta del Colleoni militassero: che nel 
comprendere gli avvantaggi è disvantaggi dei campi, 
raun più intendente e risoluto giudicio di lui conoscevano*» 
niuno ohe con più presto ed acconcio modo una batta* 
glia ordinasse, che ordinata l'affrontasse al nimico, che 
affrontatolo, ciascheduno ufficio di capitano prudente e 
di valente soldato adempiesse: che finalmente con mag- 
gior coraggio tutte le cose a fare prendesse, e con mi- 
glior consiglio a line le recasse. £ perchè alle debite laudi, 
debiti premi ancor seguissero , fu per deliberazione del 
senato accresciutogli condotta, da trecento infino ad otto- 
cento cavalli. Ottenutosi il transito , l' assedio si dissolvè 
di Verona: e tutte le castella al d'intorno, che col ter- 
ror del suo nome avea il Piccinino a ribellare indotte, 
parte costrette, nella primiera fede tornarono. Egli si con» 
dusse poi lo Sforza lungo il lago di Garda: sforzandosi 
dalle parti montane aprire le vottovaglie ai Bresciani. 
Ove per terra e per acqua combattutosi più volte con va- 
ria fortuna; e finalmente dopo due rotte notabili, l'una 
al capo del lago l'altra presso a Tema, datesi al Pieci- 



— 47 — 

«ino, incominciarono andar vettovaglie alla città assediata. 
Nelle quali tutte imprese non pure in uà venne, ma con 
somma ancor sua lande adoperassi il Colleoni. Ora mentre 
lo Sforza, con tutte le forse intendeva al soccorso di Bre- 
scia; il Piccinino , col marchese Gonzaga, per tradizione 
<T alcuno di quei dentro, e per negligente custodia, scalata 
la cittadella. una notte, s'indussero nella eitta di Verona. 
Di che venuto nuova allo Sforza, il quale con le genti 
alloggiate ivi intorno si trovava a Torboli, e con Gatta- 
melata ed altri capi dell' esercito comunicata e consultata 
V importanza del fatto, e per subitaneo provvedimento e 
rimedio ordinatosi, che con gente scelta eì s' andasse tan- 
tosto a pigliar tutt'i passi, per dove potesse all'amica 
città soccorrere, mentre sopra ciò tra capitani si consulta 
e delibera; Bartolomeo Colleoni, il quale alquanto lunge 
dagli altri, e più di verso Verona con la sua banda al- 
loggiava; al primo sentor della nuova, considerata la gran- 
dezza del pericolo, di proprio avvisamento e consiglio, 
eavalcando con la sua gente d' armi, con prestezza quasi 
incredibile ebbe occupato un passo sopra tutti gli altri im- 
portante, che la Chiusa si chiama: di poco mancando, che 
da Francesco Piccinino, di Nicolò figliuolo, fattosene la 
considerazione medesima, se pervenuto non fosse. Di che 
certificato lo Sforza ; da quanta costernazione dell' animo 
alla fama della perduta città egli era stato abbattuto, ed 
Altrettanta letizia e speranza di doverla ancor riacquistar 
sollevossene. Perchè raccolto incontinente l'esercito, per 
il passo da Bartolomeo occupato , il qual volle in quella 
•spedizione compagno, con celerità grandissima si condusse 
a Verona. Ricévuti per la rocca di San Felice dentro alla 
città; ( che non ancor tutta l' avea il nimico occupata) e 
con lui magnanimamente affrontatisi, e dall'una parte, e 
dall' altra combattutosi fieramente in più luoghi, con igno- 
miniosa fuga alla fine fuori ne lo spinsero, il terzo giorno 
poi, eh' egli v* era entrato. Come poscia lo Sforza, ajutato 



— 48 — 

tfettavia dal consiglio e dall' anni di Bartolomeo, non ostante 
il Terno, che di quell'anno ebbe ssprissimo; ricondotto 
l'esercito ai monti, e con fosse e bastie assi evirata la via 
che da Tema a Brescia conduce, assai comodamente prov- 
vedesse di vettovaglie a" bresciani: e come tornatosi al 
piano, per ponte fatto in sul Mincio nel bresciano pas- 
sando egli riacquistasse ciò, che già v'avea il nimico oc- 
cupato 3 e cerne fesse in quel mentre, da Stefano Conta- 
rini e Pietro Braserò, rotta e fracassata nel lago l'ar- 
mata dttchesoa, ed indi espugnato Riva di Trento castello: 
e come poco appresso le citi* di Bergamo e Brescia, li- 
bere oggimai dall'assedio sostenuto' tre antri; in rieono* 
scimento e grado di' tanto beneficio, mandassero ambar 
sciatori in campo, con magnificai doni allo Sforza ed a 
Bartolomeo: e come finalmente, dopo vari e diversi avve- 
nimenti e pregrèssi in queste ed' in altre parti della pre- 
sente guerra; nella somma della quale, ebbe la viltà e 
l'opera di Bartolomeo Solleoni grande ed eminentisshaa 
parte, mentre lo Sforza in Venezia se ne- stava 'consul- 
tando coi padri, Nicolò Piccinino, fornito di potentissimo- 
esercito, improvvisamente tornasse ad assaltare il bresciano» 
e dato una gravissima rotta a Giovanni Sforza, più che 
due mila cavalli delle squadre sforzesche dentro di Chiari 
castello facesse prigioni: il voler io di tutto ciò, e di 
quanto nella detta guerra degno di memoria avvenisse» 
dare altrui piena e particolare contezza, egli non è punto- 
ne mio intendimento, né decoro eziandio pella presente fa- 
tica. Nella i quale bastandomi aver nome più tosto di pri+ 
vato scrittore, che di assoluto istorico, né mi piacendo 
inettamente altrui occupare in soverchia, lettura di cose» 
diffusamente per altri, e con dignità trattate, dove a bea 
trarre in luce, e porre altrui sotto gli occhi la gravità ed 
importanza d'alcun nobile fatto, non mi sia gir bisogna 
per circostanze lontane; io me né passerò a pie sospeso. 
Poscia che Gattaraelata, per il. freddo intollerabile preso- 



ì 



— 49 — 

in su quei monti, perdutosi della gocciola, e portatosi a 
Padova, fra pòchi giorni venne a morte, egli ne rimase fi 
Colleoni facilmente il primo di autorità e di grado tra 
tuttfi condottieri della milizia marchesea. Ed in quel nuovo 
e subitaneo eccitamento é<f impeto d'armi, che il Picci- 
nino avèa 'mosso, prima che il veneziano esercito si met- 
tesse in campagna; fu a Bartolomeo Colleoni commesso 
il governo e carico della difesa di Bf escia; e Dieti Salve 
ancora' co 1 suoi fanti mandatovi : sopra quella città volgen- 
dosi di tutta la guerra il pondo. Nel qual mentre aven- 
do lo Sforza coi veneziani operato, che in luogo di Gat- 
tamelatà conducessero* Mìcheletto Attendolo , • capitano 
d^inreteràta ' esperienza nell'armi, amendue con nume- 
roso esercito contro il Piccinino si mossero. Il quale 
pressò a Cignano, castello dodici miglia da Brescia lontano, 
8' era di maniera fortificato nei campi, eh' egli non potea 
contro voglia sua tirarsi a combattere: intendendo con 
tenendolo à bada di stancare io Sforza. It qnale a» sé 
chiamato da Brescia il Colleoni e con esso comunicati i 
consigli della guèrra, ed avvicinatosi' col campo a due 
miglia al nemico e della gloria dell'armi e dell' imperio 
defilé còse deliberatosi combatterò, egli andò con grande 
àifinio ad assaltarlo. Attaccossi un fatto, d'ami, che 
secondo quéi tempi fiero e sanguinoso fu sopra tott' altri. 
Ove il Cavalcale e molti altri valorosi uomini, peritone : 
e v'ebbe di feriti gran numero t ne* quali furono Troiloe 
Fiasco condottieri H lustri della milizia sforzesca. Durò la 
battaglia dalla mattina al vespro fiera ed ostinata d'ambedue 
le parti? pure non senza alcun vantaggio, per il sito forte 
del campo; di Nicolò- Piccinino; Ma sopravegnendo la -notte, 
l' un capitano e r altro, pareggiato onore e danno, coman- 
dò Che s* sonasse a raccolta. In questo fetto d'arme, 
£er qfcantò venne attestato 1 p&t udita: e veduta di knolti, 
eWsi trovarono In fatto, ir Piccinino, avrebbe senza dub- 
; biò 1 prevalso? e rimasone lo Sforna con qoaèclto rotta no- 
vità di Colleoni. 4 



.— 60 — 

tabile: se Bartolomeo Colleoni con l'usata sua animosi- 
tà e prontezza non gli avesse la vittoria interrotta, li 
quale essendo gi& dal destro corno scompigliata e rotta 
l'ordinanza de* nostri, egli veduto il pericolo, di mezza 
la battaglia eon la sua banda intiera velocissimamente 
v'accorse. Ed a quelli che fuggivano, con lo stocco im- 
pugnato opponendosi, e loro minacciando, che se alla zuffa 
non- tornassero, sarebbe stato loro peggior che il nimico, 
fatto un stuolo di quelli ehe dalla fuga ei ritrasse, egli 
andò con esso a percuotere, e valorosamente ripresse il 
sinistro corno dell'ordinanza nimica; e la condizione per 
la sua virtù fatta eguale spiccò la battaglia. Ora il Pic- 
cinino, divenuto al Colleoni più ohe allo Sforza nimico, 
come a colui il quale la presso che acquistata vittoria 
«gli avea di mano tolta, indi a pochi giorni, dissimulando 
J\ suo disegno, l'esercito oltre i'Oglio per ponte Vico 
nel cremonese tradusse. Ma Bartolomeo , nel segreto di 
lui penetrando ., n' andò rattamente e con improvviso as- 
• salto egli combattè e vinse Pontoglio : luogo di passo 
poco anzi da' nimici occupato, il quale con un ponte ab- 
, brapoia l'Una e l'altra riva dell' OgUo, onde ai veneziani 
era libero tradurre nel bergamasco l'esercito, ed opporsi 
al nimico. Imperocché, secondo; V avviso del Colleoni, nes- 
suna vendetta più grave giudicava il Piccinino poter- 
ai di cotante offése da lui ricevute pigliare, ohe s'egli 
avesse potuto alla patria sua dare il guasto. £ cosi il ri- 
manente delle ville e campi di tutto: il piano bergamasco, 
allettato dalla dolcezza ancor della preda, egli er* per 
dover disertare. Ma come nuova gli venne della presura 
di Pontoglio , cosi veggendo . ogni sua speranza andarne 
per cammino traverso, dicesi, che tutto acceso d'ira, in 
maledicendo Iddio e santi, egli non servò ne modestia né 
modo, e pel medesimo passo si ritirò nel bresciano, Di 
-ohe manifesto apparve il prevenimento animoso e sagace 
"di Bartolomeo, averlo dal suo crudele disegno , eh' era 



— 51 — 

di dover dare a' bergamaschi il guasto, impedito e ritratto. 
Ma Francesco Sforza , # il cui animo di ciascuna prova di 
Bartolomeo Colleoni meravigliosamente si soddisfaceva,, 
deliberò non mancare all'occasione contro il nemico pre- 
statagli, il quale della sua speranza ingannato, pareva un 
cotal mezzo impigrito, ed avere assai dimesso dell'usata 
bravura. Foste adunque in arme ed ordinate le squadre; 
e per il ponte dal Colleoni occupato nel bergamasco pas^ 
sando, a Martinengo, castello allora de' nimici, accampossi 
con quelle stesse armi il Piccinino imprudente assaltando, 
con le quali esso indarno a' prudenti avea tentato far 
danno. Perciocché da per tutto abbruciando e guastando, 
a guisa d' impetuosa e crudele tempesta, con grande fra- 
gore e strepito d'armi, sopra quei dintorni si sparse 
stringendo tuttavia e combattendo il castello : e già tan- 
ta parte di mura con le bombarde abbattutone, che 
con un forte assalto parea dover essere facile entrarvi. 
Né di questa impresa, la quale parea dover allo Sforza 
partorire gran gloria, perciocché dalla espugnazione del 
castello pendea la dissoluzione dell' assedio di Bergamo 
alla quale il Colleoni soprattutto intendea; egli non si 
sdegnò di palesemente Bartolomeo autore appellarne. Con 
cio8siachè ad udita di tutto V esercito gliene desse magni- 
fiche lodi: attestando, che dovunque il Colleoni si trovasse, 
quivi eziandio la vittoria con una certa favorevole inchi 
nazion di fortuna seco stesso tirarsi. Ma il Piccinino, per 
non dare credenza d'avere l'autorità e le sue cose ab- 
bandonate del tutto; già ripassato l'Oglio, era ad ac- 
camparsi e fortificarsi venuto quanto è un tiro d'arco 
presso al campo nimico. Onde facilmente poteva cono- 
scere l'audacia ostinata di due capitani, concorrentìa vi- 
cendevole mina; mentre l'uno più dell'altro mostran- 
do robsidion • vilipendere, intendea ai vincere più con 
la fame, che con Parme il nimico. Ma intanto che lo spa- 
zio brumale in contendimene di leggiere battaglie consu- 



— 52 — 

mavaao, fa tra veneziani e duca Fitippo segretamente pra- 
ticato di paca. L'indebolita pote%aa di questo, e la re- 
pubblica di quelli, tra te procelle della guerra lungamente 
agitata, a patti di quiete e pace facilmente convennero. 
E senza saputa di Nicolò Piociniao, fa Francesco Sfona, 
di comun consentimento, eletto giudice ed arbitro al ter- 
minare e eomponere d' ogni loro differenza. Di che final- 
mente l'un capitano all' altro rimise l'assedio: e l' Italia 
tetta per la pace allargossi: il ohe segui nell'anno IMI 
ali 9 uscita di luglio. Nella qual pace a Bartolomeo Colleoni 
aggiudico lo Sforza, Rumano, grosso e nobile castello in 
quel di Bergamo, e Covo ed Antegnate, altresì due buone 
castella sn quel di Cremona. Ma ninna cosa mai tra due 
pari con disuguale bilancia per alcun si pondera, che Pan 
d' essi col tempo non se ne risenta. Il che poco poi nel 
Piccinino si vide. Perciocché presso tutte le genti, che 
maravigliate restavano d'una tanto insperata e si subi- 
tana concordia; senza poi né intervento, né participa- 
zione pur d'esso, per autorità, e eoi mezzo del suo nimico 
seguita; gli parca dover rimanere con non picciola so- 
spesone e macchia della sua dignità. Questa pace adun- 
que per il Piccinino, non solo poco onesta, ma in tutte le 
cose eziandio incomoda; necessitollo ad irrompere, pieno 
d'indignazione, con la guerra altrove. Che diffidando po- 
tere tra detti due potentati lo stabilito accordo dissolve- 
re, a distruggimento e rovina dello Sforza, égli passò nella 
Marca. Dicesi nondimeno il duca di Milano al costui dise- 
gno segretamente favore aver dato. Non gli dispiacendo 
di vedere lo Sforza reprimersi tuttavia piuttosto che op- 
primersi. Il quale con granissimo esercito tantosto se- 
guendo il nimico, fu Bartolomeo dal medesimo Filippo, 
perché l'uno nòti avesse a rovinare l'altro, di tutt'i ca- 
pitani d'Italia eletto per terzo: e dal soldo de' veneziani 
con dna fioritissima banda di mille cinquecento cavalli ai 
tuoi stipendi condotto: per dovere nella Marca mandarlo. 



— 53 — 

Mosse Bartolomeo ad acconciarsi col duca un giustissimo 
sdegno causatogli dal proveditore, che fu Gherardo Dan- 
dolo, uomo veramente di valore per altro, ma di costumi 
alquanto duri ed aspri. Questi avendo d' ordine del se- 
nato» come s'usa a tempo di pace, casso al più (de' con- 
dottieri, cui tutte, cui parte delle genti loro, e lasciatosi 
intendere di dovere al Colleoni fare il medesimo ; non po- 
tendo ei soffrire d'aspettare cotai nota veramente inde- 
gnissima di tanti suoi meriti , e gitosene a risentire col 
Dandolo , e non pare insistendo nel difendere le ragioni 
intiera della sua condotta , ma dimandando eziandio ed 
instando, che gli si pagassero 84 mila ducati a lui debiti 
de' passati stipendi; dove altri compiaciuto s' avrebbe del- 
l' animosa e confidente baldanza, e della soldatesca licenza 
di quel capitano valente; ei si non potè il Dandolo della 
,sua natura scordare : ripigliandone Bartolomeo, ed aspreg- 
giandolo con parole vilipendiose e superbe. Le quali pe- 
netrarono troppo altamente in quel generoso animo, e si 
lo dispettarono, che poco poi licenziatosi, egli s' acconciò 
con Filippo. Onde il generalato della pedestre milizia, per 
la partita del Colleoni vacando, ebbe Dieti Salve Lupo, 
Ciò fu l'anno 1443. Nell'entrante del quale andò Barto- 
lomeo con bella e grande compagnia a visitare il duca 
in Milano. Il quale non avendolo più visto , si la ricevo 
con ogni spezie di carezze e di onore : provedendo di pub- 
blica spesa a tutta la sua famiglia, e spesse volte a so 
convitandolo, e per lunghe ore in secreti parlamenti te- 
nendolo. Donolli il liberal principe castello Adorno su quel 
di Pavia, ad abitazione e stanza (dicea) di Madonna Tisbe 
la moglie: alla quale egli mandò ancor donando alcune 
gioie di prezzo. Condottasi adunque il Colleoni nella Mar- 
ca; in mezzo ad amendue gli eserciti del Piccinino e dello 
Sforza, si fermò in Sinigaglia. Avendo da Filippo secreti 
contrassegni avuto di lettere, da non dover prima che 
.con essi il , richiamasse , di colà partirsi, e ne' comanda- 



— 54 — 

menti , che ora opponendosi loro , ed ora a bada tenen- 
dogli, affienasse la ferocità de' loro animi: infino a tanto 
che con altri mezzi que' turbamenti si quietassero. Mentre 
Bartolomeo adunque tu loro soprastante , quelli si tempe- 
rarono dall'armi. Ma come il rivocò Filippo; cosi dalle 
furie de' loro combattimenti grande perturbamento e scom- 
piglio di tutte le cose successe. Perciocché lo Sforza 
presso Monte Lauro ruppe Nicolò Piccinino: e Francesco 
il figliuolo ancor poi , lasciato per il partire del padre, 
(avendolo dopo la rotta a sé chiamato Filippo) oppor- 
tuna preda air armi del sagace nimico , fu dallo Sforza 
medesimo rotto e preso a Mont' Olmo. Di che il Piccinino 
cadde in tanto cordoglio , eh' egli ne ammalò e fra pochi 
di morìs8Ì in Milano. Quasi ne' medesimi giorni presso ai 
Bolognesi nuovi movimenti di guerra suscitarono. Dai 
quali appare va, se il loro nascente fuoco non si estin- 
guesse tantosto, minacciarsene al duca Filippo gravissimo 
incendio. Laonde, come rimedio a tatt'i pericoli presto fu 
Bartolomeo dal duca con esercito mandatovi. Il quale in 
una state con vittoriose armi domò quella nazione talmente, 
che fra Ié città d'Italia per la loro potenza sospette, nessuna 
altra poi trovossene per lungo tempo più quieta. Dopo quel- 
la vittoria gli fu V espedizione contro i cremonesi com- 
messa. La qual città da Filippo ; siccome egli allegava, 
per 60 mila Filippi ( ciò era una sua sorte di moneta d'oro) 
a Francesco Sforza il genero data in pegno, quando al 
pattuito tempo le pecunie erano per rendersi, di ritornare 
alla primiera potestà del duca ella rifintava. Allegandosi 
per Io Sforza in contrario, e per cui le sue ragioni difen- 
dea , quella città non in pegno, ma libera essergli data 
dal sòcero' in fondo dotale. Ma io non so con qual più, 
o gloria 0' infelicità Bartolomeo quivi maneggiasse la 
guerra. Perciocché per astio ed invidia degli emuli suoi 
é contrari, dalle cui maledicenzè e calunnie egli era tuttavia 
indegnamente punto e trafitto, nel fiore appunto delle sue 



— oo — 

vittorie, fu preso ed incarcerato dal duca Filippo. Bai- 
dassare Zailo ; il quale come fedele scrittore, in molti luo- 
ghi di quest' opera ho io volentieri seguito, perciocché 
esso non pur visse e scrisse di quel tempo appunto, che 
queste cose avvennero; ma buona parte ancor d'esse con gli 
occhi propri suoi vide, e trovossene in fatto : essendo egli 
cancelliere e soldato di Antonio Martinasco, condottiero 
d' assai chiaro nome a quei tempi : questi ne' memoriali 
suoi lasciò scritto : che mentre Bartolomeo Colleoni era in 
campo a Bologna, venne a passare una notte lungo le mura 
di Sonoino, castello su quel di Cremona , un uomo in abito di 
corriere, il quale ad alcuni che nel dimandarono, ebbe a 
dire: che Bartolomeo Colleoni, venuto a parole ed all' ar- 
mi con Carlo Gonzaga, che gli era in quella guerra com- 
pagno , e gravemente feritolo , s' era levato dal campo 
e con le sue genti d'arme entrato d'accordo con la lega 
in Bologna. Aggiungendo , eh' ei veniva da Bartolomeo 
mandato, per dar di ciò nuova agli uomini d 1 Antegnate , 
di Covo e Rumano sue terre: ed a madonna Tisbe la mo- 
glie: perchè nò di lui, né d' essi loro temessero; ma stes- 
sero* di buon animo e. perseverassero in fede. £ siccome 
egli disse; così alle dette terre egli andò portando la nuova. 
La quale fu talmente creduta, che gli uomini di Rumano, 
mandarono a Bergamo e Brescia richiedendo, che alcuno 
presidio loro mandassero. Ma Filippo anticipando mandò 
subito e forni de 1 suoi presidii ciascun di quei luoghi. Ed 
ancor che poco appresso nuova certa venisse; nulla di 
ciò vero essere, eh' aveva rapporto quel tale e per ciascuno 
ella fosse riputata invenzione di qualche malvagio; quale 
avesse pensato dovere il duca Filippo facilmente indursi 
a pigliar del Colleoni alcun precipitoso partito, non potè 
tuttavia quel principe, che dalla malignità ed incostanza 
sua propria l' altrui misurava; talmente sincerarsene l'animo 
che egli non richiamasse il Colleoni da Bologna: più per 
assicurarsi tuttavia di lui da quel canto, che per dover 



- 56 — 

nella guerra di Cremona servirsene. Nella quale nondimeno 
il Colleoni, con tanta fede e virtù, e con tanto servizio del 
duca s' andava adoprando, eh' egli era per dovere presso 
lui avvanzarsene in maggior grazia ancora e benevolenza 
che prima: se Francesco Piccinino; il quale nelP esercito 
di Filippo avea il titolo del generale governo ; tocco da 
mortale odio ed invidia, che alla crescente gloria di quel- 
l'uomo portava; non avesse con villana insolenza pòrto 
occasione al Colleoni di provocate Filippo a vecchi e nuovi 

. Bospetti. Conciossiacchè avendo Bartolomeo costretto Gastel- 
lione ad arrenderglieli e patteggiato co' soldati del presidio, 
che sotto sua fidanza con le cose loro n'andassero; furono 
dal Piccinino, in disprezzo del Colleoni, e contro ogni ra- 
gione di guerra/ presi e svaliggiati. Di che Bartolomeo 
grandemente sdegnato, evenutone con Francesco a risen- 

' timento di paróle oltraggiose e mordaci ; concludendo, che 
égli si sarebbe recato a vergogna di più portar anse 
eotto il suo governo, e la cosa rapportatasi a Filippo ; egli 
'sùbito comandò, che Bartolomeo con la sua gente d'arme 
nel piacentino n'andasse. Ed indi fingendo mandarlo a' 
danni dèlio Sforza sopra Pontremoli, nel passare del Po 
11 fé' prendere 1 da Nicolò Guerriero e condurre nel Castel 
di Piacenza: avendo ancor commesso, che di castello Adorno, 

' tutto ciò, che del Colleoni v'avea, si portasse nel oastel 

' r di Pavia! e se ne licenziasse la moglie. Né presso italiani, 
nella presura di tanto capo, si tenne lungo silenzio. Conèios- 

* si&'c'os'achè parendo, che dall' eccesso del fatto, l'onore e di- 

* gnità tanto dì Filippo quanto dei Colleoni, grandemente 
''si macchiasse , con non poca meraviglia delle genti; con- 
fóndendo cose vere e false cominciò per tutto a parlar- 
' 'schei E quanto più altamente la cagione della cattura si 
' copriva, tanto maggiormeniè gli uomini si studiavano d'in- 
1 vèstigarhe il vero. Mormorandosi d'alcuni, ohe presso ai 

bergamaschi facoa Bartolomeo in segreto il'eapo e prin- 
cipe della parte Guelfa; della quale il duca Vii Milano 



— 57 — 

grandissimo persecutore fu sempre. Altri d'affettata ti- 
rannide incolpandolo: perciocché le castella, ohe nel cre- 
monese egli avea preso, più frequentemente il nome del 
Colleoni che del duca Filippo nelle loro dedizioni grida- 
vano. Né con altra condizione lui aver voluto Castellione 
ricevere, fuori che al suo nome arrendutosi. Ed altri ri- 

. ducendo nel di presente le antiche ingiurie: essendo cosa 
volgata, che suo padre il Pùho ( come dinanzi dicemmo, a 
Giovanni Visconte il castel di T rezzo togliesse. Ma più di 
tutte l'altre l'opinione di coloro fu vera; i quali afferma- 
vano, lui non aver mai di fede, né di buona condotta a 
Filippo mancato: ma tutto ciò per instigamento ed opera 

..dei suoi concorrenti, più nell'altrui calamità, che nella 
propria virtù confidanti, avvenuto essergli. Da' quali fu 
il Duca Filippo con facello di cieco odio infiammato, ed 
alla indignità dell' eccesso precipitosamente sospinto : du- 
bitando egli non Bartolomeo il primo luogo di grazia 
presso il duca occupasse. Cosi nelle corti de' principi 
niuno è per il più, che sappia superior sopportare. Di tal 
maniera gli uomini tutti sono da questa vile invidia ac- 
cecati. Ed ella è cosa certo da dover facilmente all'umana 
ambizione concedersi, che molti insiememente e con pari 
passo, quanto alto il desiderio lor porta, di avvanzarsiin 
onore e dignità procurino. Ma egli è il male, che tra que- 
sti tali bene spesso tu trovi, ehi del suo innalzamento, 
senza la tua oppressione e rovina non può contentarsi» 
Perchò nò l'avarizia, né la libidine, né altri vizi si fatti» 
estimo io doversi pareggiare all'invidia: quando qualun- 
que s'ò di loro, può senz'altrui offesa, dal suo possedi- 
tore esercitarsi facilmente e adempiersi. Ma con l'altrui 
invidia, senza tuo danno gravissimo, già non potrai, tu 
mai aver pace. Questa sola fu adunque (per bocca dei più 
parlando) della prigionia di Bartolomeo cagione. Fuori 
della quale, altra poter essere stata più vera, non è pupto- 
verisimile, Imperocché sono ancor di quelli. che affermino; 

Vita di Colleoni. 4* 



— 58 — 

il duca Filippo essersi in un subito d'animo mutato e 
pentito del fatto. E se non ch'ei dubitò di dover appa 
reme incostante, egli V avrebbe indi a poco in libertà ri- 
messo. Ma di si fatta natura sono il più de' principi e dei 
magistrati , che poscia , ohe o per ira o per altrui falsa 

1 accusa t'han giudicato colpevole, tuttavia più pertinace- 
mente verso te incrudeliscano, acciocché* ei non pai* ohe 
ingiusta o temerariamente veruna cosa abbino fatto. E 
colui il quale, conosciuta la causa, dovevi sperare detta tua 
assoluzione autore; colui trovi appunto, che continuando 
nella sua perfidia tuttavia più ti perseguita. Tu ohe a 
gran torto se' offeso , non puoi altro intanto* che richia- 
martene a Dio, testimonio allora muto dalla tua innocenza. 
Parendo oggimai dunque la deliberazione del Collesni* più 
che nel principio della sua cattura difficile, egli fu nelle 
scure prigioni del castello di Monza, che si chiamano i 
forni, mandato a rinchiudere. Ove tra fama di vita, e di 
• morte incerta, oltre un anno egli stette. E dubitandosi in 

' ogni modo ch'ei s'avesse a condannare- nel capo, sopra- 
vénne insperata ed opportunissiriia morte del duca -Filip- 
po. Come non sopportasse Iddio , che della vittima 'di ogni 
virtù, all'altare dell'iniquità si facesse macello. Veggeusi 
tuttavia ancor lettere , le quali il duca Filippo, subito 
preso il Colleoni, gerisse al oomun di Rumano: esortando 
è pregando quegli uomini a non dover per cotale cattura 

/punto dubitare della salute di quello". Trovafonsi eziandio 
trel castello di Pavia, Quando ella venne in potere dello 
Sforza, « furono restituite a Bartolomeo tutte le reto sue, 
non mosse punto, né tocche; ma concie ancor nelle casse, 
in quella stessa maniera, ohe di sua mano ve le ave*- Ma- 
donna Tisbe rifoste: ed èbbevi di ducati d'oro ancor quat- 
tro mila. Di che quasi in Sul certo eisipuò argomentare, 

- eh' ei non avesse Filippo , nò eagion mai, né meutfe, di 

'dover di Bartolomeo pigliare alcun crudele partito* A 
compiacimento de' curiosi lettori, ed a testimonio -ancora 



— 59 — 

della diligenza e fatica, che pure abbiam posto in ricer- 
cando il vero di ciò che scriviamo, sarà qui presso V esem- 
pio delle suddette lettere: le quali appunto furono queste: 
cioè nella soprascritta^ Ijilectis nostris communi, et homi- 
nibu8 Rumarti: Nel dì dentro: 

Dux Jjdediolani. % db. Papiae,, Angleriaeque Comes, & 
Januae dominUs. ; 

u DILETTI nostri : acciocché non vi maravigliate, e non 
pigliate affanno di alcuna cosa fatta contro la persona 
dello spettabile Bartolomeo Colleoni; vi avvisiamo, che 
quello è fatto, non è fatto perchè abbiamo animo di far- 
gli male, né rincrescimento alcuno alla persona: quale 
averà quello mftle. averài»jiQ»tra propria. J^a.è stato fatto 
per esser più chiari di alcuna faccenda. Avvisandovi, e 
confortandovi, che stiate di buona voglia ed allegri. Per- 
chè in poco di tempo esso sarà in grado ed in maniera 
che '1 sarà maggiore che mai: e voi ne sarete consolati, 
e ben contenti. Confortandovi ancora /'e caricandovi, che 
abbiate buona cura della terra, e la conserviate, e guar- 
diate a nome del detto Bartolomeo. £ se vi bisogna al- 
cuna cosa, per aiuto, e difesa di essa; richiedetene: per-, 
ciocché faremo per la (fcfesa d'easa terra quello, che ave-j 
remo ancor fatto innanzi alcuna novità fatta a) detto Bar- . 
tploneo, e meglio ancora, e come faremo per le nostre^ 
terre proprie, $ per le : più care, che abbiamo. 

Datate, Me4iola*d t dk 26 Septembris 1446+ , ...,j 






ISTORIA 

DELLA VITA E FATTI 

dell' eccellentissimo 

CAPITINO DI GUERRA 

BARTOLOMEO OOU.EOVX 

LIBRO QUARTO 

Mentre Bartolomeo fu tenuto prigione, mortosi ancor 
poco prima Nicolò Piccinino ; le cose al duca Filippo poco 
felicemente successero. Conciossiaohè i veneziani obbliga- 
tisi nella pace gli anni avanti fatta alla protezione di 
Francesco Sforza, e perciò rinnovata con Filippo la guerra; 
assoldato per lóro capitano Micheletto Attendolo; non so*' 
lamento Cremona difesero, e ricuperarne le perdute ca- 
stella; ma la Giara d'Adda ancor tutta, con quanto da 
quel lato possedeva Filippo, da Crema e Lodi in fuori, 
occuparono. E passato V Adda a Casciano, scorsero infino 
a Pavia saccheggiando per tutto, e guastando. E tornan- 
dosene con gran preda, cavalcarono sulle porte a Milano, 
e piantarvi gli stendardi marcheschi, con speranza, ancor 
che vana, che ad eccitar sene avesse qualche tumulto nel 
popolo. Imprenditori di quella nobile prova, furono liberto 
Brandolino, Dieti Salve Lupo, Lodovico Malvezzo e Gi- 



— 61 — 

berto da Coreggio. I quali in testimonio e titolo di sin- 
goiar valore, furono dai capitano, secondo il militare co- 
stame, fatti cavalieri sopra le porte della città nimica. Indi 
volgendo l'esercito verso Brianza, assaltarono la rocca 
di Brivio, e costrinserla a rendersi: ed in un quasi subito 
corso occuparono e miserabilmente guastarono tutto il 
monte Brianza. Di che Filippo perdendosi d' animo, ed 
oppresso da gravissime cure infermatosi; egli usci (come 
poco sopra dicemmo ) della presente vita. Laonde i mila- 
nesi in speranza di libertà levatisi , con subito e popolare 
tumulto a rovinare la rocca, e seggio del tiranno con- 
corsero. La quale a terra gittata; in capitano, e difendi- 
tore del nuovo loro reggimento Francesco Sforza dalla 
Marca chiamarono. Ancor che questi, come genero del duca 
morto, con altro disegno quella maggioranza pigliasse. Ma 
mentre i milanesi l'impero di tutte le città della Liguria 
affettavano; abbandonati dal più delle suddite loro rima- 
sero. Piacentini e lodigiani, nella fede de' veneziani, rice- 
vuto il loro presidio, si commisero. Pavia e Parma, disde- 
gnando ubbidire a Milano, il governo d'una nuova libertà 
si usurparono. Per le quali cose quel popolo, d'ogni in- 
torno intronato da rumore e strepito d' armi nimiche, ei 
si trovava in grande perturbazione e spavento. Aggiun- 
gevasi al nuovo e vacillante impero , un altro peso di 
guerra, eziandio più grave: ohe gli Allobroghi, popoli alla 
Savoia contermini ; i quali al duca d' Orleans di quel tempo 
ubbidivano, con innondanfento e colluvie dimezza la Fran- 
cia, erano di qua dai monti passati: e contro i milanesi 
nella region traspadana aveano mosso l'armi. Pretendendo 
lo stato di Milano* a Carlo duca d'Orleans, nato dalla Va- 
lentina* di Filippo sorella, per ragiona ereditaria spettarsi. 
I milanesi adunque fra il timore ed il pericolo di tante 
guerre posti, « perciò grandemente bisognando loro capi* 
*ani; al ricordarsi di Bartolomeo divennero. Perchè trat- 
tatosi detta sua liberazione- in senato , fu a prima vooe 



— 62 — 

rendutone un. consenziente e favorevole applauso : quella 
città poco anzi d'argomento e di consiglio, povera* dalla 
speranza ed aspettazione, di lui ripigliando animo e forza. £ 
da ciascuno affermandosi, ohe o capitano il Colleoni o nessun ' 
altro mai; alla rabbia de' francesi: dover potersi por freno.. 
Ma in tanto che con debito mezzore, decoro di: quei magi* 
strati, dell'assoluzione in prima,, e della condotta .aneor 
poi deliberando venissero;: comandarono :, «he tratto dai 
forni in più libera e eomoda prigionie si guardasse. Ab- 
biamo tuttavia in contrario ehe dicono.; - i milanesi nulla 
avere a salute deli -Colleoni terminati , contrastandogli 
Nicolò Guerriero : , per no» aver a; lasciarne la condotta 
di queUe squadre, le quali nella presura di Bartolomeo, 
dalla munificenza del pri&cipe*;a lui furono concesse; ma 
sibbene il capitano di J&onza, essergli stato d'aita, il 
quale, alla sciagura dell 1 uomo innocente compassione 
avendo; morto il duca Filippo; con non so quale speranza 
di liberazione futura» dai luogo ^ov? egli era, nella pia 
alta stanza trasmutollo. Comunque ciò si fosse;: Bartolomeo 
al quale già la fama del morto prinelpa, era con la sua 
lubricità penetrata; sentendo d'ogni intorno* strepito: e 
rimbombo di guerra, deliberatosi «* di prigione uscire o 
morirsi, ed alla .propria sua industria rivolgendosi eou 
non minor pericolo» eh© con iniquità ei fosse preso, liberosai. 
Perciocché fintosi. una notte gravemente assalito da dolori, 
di pancia e prosteso nel letto, jeon infinte: preghiere a 
procurare rimedi i guardiani mandatine; fatto prima, avendo 
fascio ^alcune lenzuola, e quelle insieme aggroppate; l' un 
decapi loft} bene ae^eomodato ad un forte uncino,: dalla 
sommità dellaròoeair JnfiuUeibraccja.sospeso, giù (per- le 
fa^iesoeudeadoj e# calò nek fosso. Ha tosto che ì guardiani 
tornando, della fuga s'avvidero,; e con te. grida awitaimet 
il ( capitano , e gli altri^ sonosei; campana a martello, * e tutù* 
lai ferrai fu in. arme;, traendo, al rumore e gridari*); jcbéisi 
9*gUas£$itìelui che fuggiva*, BÌ!4h*tra:teaaaza«tì*|jCÌreo*M 



— 63 — 

Tieni, moltitudine grande per il buio della cotte tumul- 
tuosamente accorrendovi ed intanto avendo il Colleoni 
valicato il fossa e guazzato l' Ambro fiume, il quale passa 
accanto e quasi indente la ròcca, per no* dare di sé in- 
dicio, con ardimento ed astoaia pressa che incredibile, 

'Hnèeeolossi ira, loro: secondando egli ancora e ripetendo 
le- grida, che di dover lui pigliare da per tutto s' udivano: 
e contro sé medesimo usando fra Pignorante brigata, voci 
ditminaeeie e d'ira alle loro consimili. Nò tra tutto quel 
déneorrimento e tumulto, potò la perturbazione degli animi 
ài àonoBciménto dell' errore dar luogo; «e «non poscia, che 
•il Colleoni s'abbattè in un de» suoi soldati: col quale egli 
-area segreto ordine dato, che gli conducesse un cavallo. 

■■; Di costui s'ha memoria, essere stato un Giorgetto, nobile 
toergam&soo della famiglia da- Póma, d'alcuna affinità e 

• parentado a Bartolomeo congiunto-, il quale ei tenne poi 
- sempre 'nel numero de'pife cari amici, ed oltre al grado 
-datogli 'nella milizia onorato, «he fu tra capi di squadra 

^ de? euo£ uomini -d'arme, in processo ancor di tempo con 

'segnalato esempio di liberalità e gratitudine, Bartolomeo 

'ili riconobbe del già predato servizio. Conoiossiachè essendo 

fJft-Oarabello suo padre*; «omo a fautore e seguace delle 

"pitti ciuchesche; l'anno 144? stato confiscato nn gran 

valsente di beni, che a Giurano e Boltiero, a Bottanuco 

? *fei «Dorrò >;ed al Castelletto egli avea^ ed appresso: a venti 

11 awntv eh* erano stati nel 'fisco, avendogli Bartolomeo in 

^deno» ottenuti dal principe* esso ne fe? spontanea e libera 

•■*» donazione' ì a *G4ojgettot' ampliato ài*ehe< il •dono ed aggihn- 

' %óvi Sperpetue immunità ed esenzioni; Salito dunque/Bario - 

* -'lomeo à cavallo ed &- gran corso spingendolo, lasciossi 
•'queTla^- turba schernita di gran spazio alle spalle*- -fi con 
: -l* prima Ttìce del giorno 'si drizzò' a Mandriano, ìk dov* e- 

■ 'gli ave* iritetìo i suoi nomini d' ariM trovare 4rile stanze. 
^ l *lla prfmst voce che quivi della ima giuntai si uòV subito 
"'per- tóttf ^gQi : allog ^amenti un grande rumop^^ smento 



— 64 — 

sentissi: correndo cupidissimamente ognuno, e sforzandosi 
d'essere il primo a tanto insperato lor gaudio con gii oc 
chi e con gli orecchi propri ricevere. £ ragunatiglisi in 
torno, come dono loro rimandato dal cielo, il loro capitano 
ammiravano: altri la mano gli porgeva; altri per alle- 
grezza piangendo gli si gettava ai ginocchi, ed altri gli 
occhi innalzando, da questo avvenimento Iddio confessava 
conoscere ricordevole del diritto e del giusto: di congra- 
tulazione e di festa ogni cosa riempiendo. I quali poi che 
tutti egli ebbe umanamente raccolti, imposto con tacita 
mano al loro rumore- silenzio ; egli comandò loro che in- 
continente si: armassero ed a cavallo montassero e lui se- 
guir dovessero. Perciocché divisando egli con giudkio 
ed animo grande, ciò dover poter essere, ohe alla nuova 
libertà de 1 pavesi d' alcun difenditore suo pari facesse me- 
stiere, l'occasione prevenendo si drizzò ver Pavia. Mane 
quindi eziandio senza aleun pericolo e molestamento ei si 
tolse» Perciocché alla fama già della sua fuga spartasi* gli 
uomini dei villaggi d' intorno, seguiti da buon numero di 
soldati presidiali delle vicine castella , con speranza di 
guadagno e rapina, dietro alla traccia dei primi, a lui per- 
seguitar concorrevano. Ma Bartolomeo per niente estiman- 
do , né tempo , né luogo aver opportuno al combattere, 
cavalcando in ordinanza ben chiusa, e colora che 1* infe- 
stavano dalle spalle, non senza loro danno da sé ribut- 
tando: s'andò a por dentro il Baroo alla città vicino. Il 
ohe sentendo i pavesi, non aspettando ch'egli s'offerisce 
loro; ambasciatori a lui mandarono. I quali gli omeri della 
nuova repubblica da soverchio peso aggravati, e Ja città 
non pure di pecunia, ma di sangue ancora esausta* come 
quella, che da civili discordie era gravemente afflitta, eon. 
esso lui scusassero; e niente di mena per l'opinione: e stimai 
ohe di tant'uomo facevano; oome né il conducessero, né 
eziandio il licenziassero; di ordine e dono pubblico, stanze? 
ed alloggiamenti nel loro territorio, gli offerivano. A&antr 



— 65 - 

tatosi da Bartolomeo ciò che la presente condizione di 
tempo portava; pochi giorni appresso fu da' milanesi con- 
dotto e destinato capitano alla guerra francese: i movi- 
menti e furore della quale erano in tanto di spavento ac- 
cresciuti che ad una sola vittoria che i francesi ottenes- 
sero se ne aspettava allo stato totale esterminio. Condot- 
tosi adunque il Colleoni con un valido esercito su quel 
di Alessandria; egli andò senza indugio a trovare i nimici, 
i quali già buon pezzo assediavano e combattevano il 
Bosco, nobile e forte castello di quel territorio Ed erano 
i boschesi oggimai ridotti a mal termine, perciocché per 
tutto appunto quel giorno, nel quale Bartolomeo vi giunse, 
e co* nemici oonflisse; aveano patteggiato e dato loro ostag- 
gi, non venendo soccorso, di dover arrendersi. Alla fama 
di Bartolomeo quei barbari niente commossi, perciocché 
lui ancor prigion essere fermamente credevano, con ludi- 
briosa ostentazione ed ischerno a gridare fra loro il nome 
del Colleoni cominciarono. Ma come dalle spie della certa 
presenza di Bartolomeo ebbero nuova; cosi l'oppugna- 
zione lasciata, e ne' campi spediti d' un luogo, che la Fra- 
scheda si chiama, in battaglia aperta appresentatisi, con 
aspetto veramente terribile, e mettendo orribili grida la 
giornata offerirono. Ma camminando Bartolomeo con bene 
instrutta ordinanza lor contra , eglino siccome all' espe- 
rienza ed uso della guerra pareva richiedersi, o per astu- 
zia o per tema rifiutando di combattere per fronte, e la 
battaglia de' nostri costeggiando a mano destra, l'ultima 
schiera fatta di nuovi soldati, ed il più d'Alessandria, 
guidata per Astor da Faenza, la quale a presidio degli 
impedimenti e carriagi Bartolomeo avea posta, assalta- 
rono e ruppero: i prigioni tutti con gli stocchi crudel- 
mente scannando. Bartolomeo, il quale nelle dubbie oc- 
correnze non mancò giammai di costante consiglio, con alto 
animo sprezzò la perdita di carriaggi e bagalie, assai 
preveggendo, che vincendo egli la giornata, dover tutta 
Vita di Colleoni. * 



— 66 — 

la preda in mano del vìncitor ricadere. Perchè grande- 
mente nella franchezza e nella disciplina da' suoi confida» 
do; girata l'ordinanza in uà subito, nella primate seconda 
schiera de', nimici, che con P esercito diriso in tre partì 
secando il loro costume combattevano; egli andò eoa • 
ferocissimo impeto a percuotere ,. ossidali' altra parte sopra* 
ogni credenza . fortissimamente e con certa loro ferita- 
bestiale l'impressione ricevendo. Spezzatosi nel primo 
affrontamelo le lancio, le cose a farsi da presso e com 
l'armi, corte incominciarono. Ferisconsi indifferentemente* 
uomini e cavalli e fassene uccisione grandissima, qualunque 
sorte ha d' armi vi si adopera , francesi con italiani, italiani 
con francesi vanno a mischio : l' uomo abbracciatosi all' nomo 
da. cavalli .spaventati a terra si traggono, niuna cosa og- 
gimai con consiglio, niuna con ubbidienza si tratta, ma 
tutto nelle condensate e foltissime armi consiste, di corpi 
morti e di sangue in. tanto la campagna coprendosi. Avea< 
Bartolo me a, prima :ch' ei s' appiccasse la zuffa, mandate' 
dentro al castello, dalla parte ove non erano nimici, iR 
Campanella valente suo capo di squadra. Questi nel mag- 
giore arder della pugna; secondo l'ordine del capitano; 
uscendo , con quei del castello, diede nel retroguardo ai 
l'ratycesifrttn improvviso e terribile assalto. £ Bartolomeo' 
in quel*: mentre, veggendo oggimai la vittoria alla sua-i 
speiaitza gir lenta, d'intorno a' suoi aggirandosi, confo*- • 
tava e rincarava loro, sgridando e spaventando i nemici,' 
ed ,a' già. dubitanti instando- ed • inoalciando • acremente. • Di « 
che d francesi* combattuti da fronte e da spalle, e datori' 
virtù de'noatri e dal lungo travaglio alfin vinti, furono- 
costretti .dar .volta e rotti andarne e sconfitti. Gli italiani' 
vittoriosi scorrendo ed insultando dietro a' rotti e sbandati; 
a quanti ne venian loro nelle mani, le teste tagliavano : nuova 
crudeltà introdotta dal barbaro costume francese. In questo 
mentre una schiera, la quale Bartolomeo avea per gli ul- * 
timi. 'bisogni contenuta dal combattere, fattasi avanti, 



— 67 — 

cominciò bravando apertamente a dolersi , ohe tutti "gli 
.altri tornassero di preda, di onore earichi, ed essi soli né 
del fatto d'armi, né del bottino parte avessero. A cotal 
modo i premii della fatica e della lode* tra eraschedtmo 
, giù stame ite non si dividere, il loro capitano con 5 siffatto 
parlare di parzialità ne' soldati senza alcun ri-spetto accu- 
sando. Il quale già lor rivolto , s* apparecchiava a dovere 
con promissione e speranza dell' altrui guadagno acquietar- 
li quando il terzo squadrone de' francesi, (quello che di- 
cemmo aver rotta l'ultima schiera de' nostri) ritornando 
nel campo comparse. Allora Bartolomeo con mano di- 
mostrando i nimici; u ecco, disse a «gran voce, o soldati 
riscuotete la preda vostra da questi, questi alla fatica ed 
al. valor vostro compartiscano i premii. „ Ed in questa dando 
-di «prose al cavallo, da -siffatte parole infiammati -gli 
condusse lor contra. Quelli estimando la fortuna de' suoi 
stata essere. da tutte le parti uguale, quasi a' loro compagni 
venissero, alzarono di quel modo le grida, che i vincitori 
costumano. 'Ma fattisi più presso e conosciuto il nimieo, 
[già la strage de' suoi avvisando, si ristrinsero nell'armi, 
«aspettando tuttavia e ricevendo intrepidamente 1* assalto,* 
il quale per alquanto d'ora fu assai dubbio ed aspro, 
questi per emulazione e guadagno, quelli per disperazione 
e vendetta ferocissimamente combattendo. Ma gli uni senza 
il loto capitano > e gli altri nella presenza e negli occhi di 
Bartolomeo Colleoui. Il quale fatto finalmente un groppo 
e, goni itolo d'. alcuni qavalieri vaienti, il più de" suoi prò vi- 
sionati «con esso impetuosa/mente percossa ed aperta ai 
suoi l'entrata per mezzo l'-ordinanza nimica, quella non 
pure ruppe e fugò, ma quasi tutta a filo di spada man dèlia, 
incesi eke iin quel fatto d' armi, -per conto che se n' ebbe 
presente, xtuemila de' francesi morirono. Rinaldo Dretìnai 
capitano loro e barone idi grande autorità "presso 7 fi re 
filarlo, tean <da trecento cavalli dolila «nobiltà della arancia, 
nella fuga fa preso ed al Solleoni condótto. Sièftve 



— 68 — 

Baldassare Zailo veduto aver Rinaldo con molti cavalieri 
francesi, menarsi prigione in Ramano e nella ròcca porsi, 
ed esserne riscosso con taglia di 14 mila corone. Combat- 
tuta a vinta dal Colleoni la giornata ad espugnar Fricarolo 
egli se n' andò tantosto col vincitor esercito. Ma quei dei 
castello senza aspettare assalto a lui s' arrenderono. Quivi 
eziandio i boschesi, in soprabondevole segno di sommissione 
e di fede, le chiavi appese a' rami d' oliva gli arrecarono, 
rendendo infinite grazie al Colleoni, che di cotanto pericolo 
liberi e sottratti gli avesse al durissimo giogo francese. 
Indi sopra i tortonesi, che ribellati s'erano condotte le 
genti e scorso tutto il contado, alla città pose il campo e 
per due di combattella aspramente. Perchè i cittadini spaven- 
tati dal nome di tanta vittoria, supplicemente rinunziando 
alla guerra e la loro incostanza iscusando, la pace dal Colleo- 
ni impetrarono. Poiché Bartolomeo ebbe rotti e cacciati i 
francesi e d' ogni loro mal germe ben purgata e monda 
quella regione, tornatosi nella Lombardia ed accresciuto 
di fanterie l'esercito, fu da' milanesi mandato a corno* 
tere il ponte che presso a Lecco in sull'Adda i Venezia» 
tenevano. Era 1' uno e V altro capo del ponte chiuso da 
una torre o rocchetta che dir la vogliamo, ed aveane an- 
cor nel mezzo un'altra. Ove come a passo grandemente 
importante, i veneziani avean posto un potente presidio. 
Quivi Bartolomeo condottosi e con macchine belliche e 
con frequenti assalti di e notte combattendo il ponte, e 
già la prima e la seconda torre espugnatane, egli proce- 
deva ed instava alla non dubbia vittoria. Quando Miche- 
letto Attendolo capitano de' veneziani, col più dell'eser- 
cito passando per vai san Martino vi venne in soccorso. 
Di che fu costretto il Colleoni lasciare imperfetta la ben 
condotta impresa, trattenendo tuttavia l'esercito lungo le 
frontiere dell' Adda per divietarne il passo a' nimici. Avea- 
no i milanesi intanto con maggior esercito, capitanato da 
Francesco Sforza, combattuta e vinta la città di Piacenza, 



— 69 — 

e fatto nel cremonese passare lo Sforza, fecervi cavalcare 
eziandio il Colleoni. Ove accozzatisi amendue gli eserciti 
e nella Giara d'Adda fatto impeto, ricuperarono Mozza- 
nica, Yailate e Tre viglio. £ posto il campo a Casciano, 
castello da' veneziani ben munito e difeso , quello an- 
cor fra pochi di costrinsero a darsi. In questo medesimo 
tempo V armata veneziana condotta per il Po a Cremona, 
capitano Andrea Quirino avea quella città ridotta in sommo 
pericolo. Il che sentendo lo Sforza, e come a facenda, la 
quale per suo proprio interesse grandemente il premeva, 
volendo trasferirvi l'esercito, falli da' milanesi disdetto, 
ed imposto ch'ei facesse V impresa di Caravaggio e Lodi. 
Ebbe fieramente o male lo Sforza, che i milanesi mostras- 
sero si poco esser loro a cuore la difesa e salute di quella 
città non pur sua, ma nella quale egli avea le ricchezze 
sue tutte, con la moglie e figliuoli. Dissimulando nondimeno 
lo sdegno , mandovvi alcune squadre in soccorso, e pas- 
sato a Lodi col campo, si fermò presso il ponte dell' Ad- 
da, il quale ad un tratto di freccia alla città s' avvicina. 
E dal di sopra del fiume fatto su battelli altro ponte , egli 
mandò oltre il Colleoni, con Astor da Faenza, perchè da 
quel lato la città stringessero. Mentre era Lodi in assedio, 
non parendo al Colleoni dai milanesi ricevere premio cor- 
rispondente a' suoi meriti, co' veneziani segretamente ac- 
cordossi. Da' quali fu con grande riputazione condotto, 
e poco meno che assunto alla dignità e maggioranza del 
general capitano , e riconfermato in possesso di Rumano , 
e di Covo, e di Antegnate, le quali castella i veneziani 
avean tolte guerreggiando a Filippo. Molti nondimeno cre- 
dettero, che non di proprio volere; ma per doppia mena 
e pratica, e per inducimento di Francesco Sforza, artata- 
mente il Colleoni a' veneziani passasse. Perciocché avendo 
lo Sforza assai prima concetto nell' animo l' imperio di Mi- 
lano, ed or vie maggiormente per il nuovo sdegno in- 
fiammatovi, e con la prima occasione che ne gli fosse pre- 



— 70 — 

stata, disposto di rivolger Tarmi contro i milanesi, vedea 
per lui non fare, che Bartolomeo Colleoni, il quale dalla 
rotta data a' francesi avea nome acquistatosi d'un guer- 
riero terribile, con l'armi in mano si trovasse in difesa 
loro. Vedeva 6gli ancora il capitano sagace, che scemando 
di tanta e di si bella gente d' arme l'esercito, era un necessi- 
tare i milanesi a divertire la guerra dall'assedio di Lodi, al 
soccorrer Cremona. La qual cosa oggimai non tanto pei suo 
proprio comodo, quanto per abbattere l'invidia di Francesco, 
e Jacopo Piccinini, capi grossi ancor eglino del milanese 
esercito, i quali ad urta e depressione di lui solo, contra 
ogni ragione di guerra , a' magistrati aveano pensuaso il 
contrario; era dallo Sforza grandemente desiderata ed «am- 
bita. Passò a' Veneziani il Colleoni con una banda eletta 
di mille cinquecento cavalli, e congiunsesi con l' Attendolo. 
Il quale infino a quel giorno non avendo ardito passar 
1' Oglio ; passollo con potente esercito , ed assaltata Mot* 
zanica in tre di la vinsero, e saccheggiarla, ed arsero. 17 
perchè i milanesi lasciata l'impresa di Lodi, nell'arbitrio 
dello Sforza tutta la guerra rimisero. Il quale levato fatò 
il campo , ed andatosene a soccorrer Cremona , egli ai- 
salto sopra Casal maggiore, e combatté per terra e per 
acqua, e ruppe , e dissipò la veneziana armata. Fu cre- 
duto che l' Attendolo, il quale con tutte le genti da terra 
era venuto seguendo , e campeggiando presso il nimico , 
• facilmente avesse potuto ai veneziani difendere quella 
grave sconfitta. Ma contro l'appavere de' provveditori èg\ 
campo, e del Colleoni sopra tutti, il quale proponeva ed 
instava, ch'ei s'andasse a trovare lo Sforza e faeessesi 
diffinita ^attaglia, egli non si potè mai indurre a dovere 
gli amici soccorrere. Ottenuta lo Sforza tanta nobil vit- 
toria, e tornatosi con l' esercito nella Giara d'Adda, 
a Caravaggio accampassi: al cui presidio il di ingaggi 
aveano i veneziani mandato Matteo da Capua e Gaspare 
Malvezzi con seicento cavalli, e Dieti Salve da Bergamo 



— 71 — 

con ottocento fanti. Era il veneziano esercito, tenendo die- 
tro al nimico, venutosi a porre tra Formio vo, e Morengo. 
E quivi avea lo Sforza mandato alcune squadre condotte 
da Jacopo Piccinino e dal conte Dolce, i quali in sul fare 
degli alloggiamenti i veneziani assaltassero, e travaglias- 
sero, intanto ch'egli con tutto l' esercito sopravvenisse 
loro per appiccar la giornata. Mentre il campo alloggiava, 
Bartolomeo Colleoni con da seicento cavalli, spintosi in- 
nanzi a scoprire ed a tentare il nimico, quasi a mezzo la 
via , tra vl'uno e P altro campo nelle squadre nimiche in- 
controssi. Era P una schiera e l' altra d' uomini d' arme 
sciolti, ed amendn e parimente venivano animate ad assal- 
tare il nimico. Perchè alla prima vista con vicendevole 
impeto e sforzo elle s'andarono a combattere. La pugna 
per buon pezzo da entrambe le parti bì mantenne viril- 
mente del pari. Ma poi che Anfoniazzb condottier dei Col- 
leoni, uomo d* animo e di corpo franchissimo, combattendo 
nella prima fronte s' ebbe dentro spinto alla battaglia ni- 
mica, e dinanzi agli occhi del suo capitano egli ebbe latto 
prova di valor mirabile , cominciarono P insegne del Pic- 
cinino e del Dolce a far segno di mettersi in piega, quan* 
do soprav venendo altre squadre mandate dallo Sforza in 
soccorso si pareggiò la battaglia. La quale cominciando 
oggimai aver faccia più di fatto d' armi che di scara- 
muccia, sopravvenne la notte e partilla. Essendo tutta- 
via stato il primo lo Sforza, che i suoi richiamasse nel 
campo. Morirono in quella pugna d'amendue le parti 
molti valenti soldati , tra i quali ebbe Antoniazzo , che : 
presso il Colleoni allevato ed accresciuto da picciolo ra- 
gazzo, valorosamente portandosi, avea meritato condotta 
di cento cavalli. Egli assai si dolse della sua morte il 
Colleoni e mandollo a seppellire in Rumano con esequie 
onorate. Era lo Sforza accampato in tal -natura di sito 
che per le molte acque e pantani, eh' avea tra luienimici 
non si poteva assaltare, massime da' cavalli se non a gran 



— 72 — 

disvantaggio. Ed oltre a ciò non meno di verso il campo 
nimico, che di rincontro al castello, egli avea tagliato 
ogni via, e cintosi di maniera con alti fossi ed argini, che ' 
senza altrui manifesto pericolo non si sarebbe potuto 
sforzare al combattere. Uscivasi nondimeno dell' un campo 
e l'altro e combattevasi ogni giorno, quando a squadra 
per squadra e quando a più e meno numero di combattitori 
per parte, provocandosi or questi or quelli, più per osten- 
tazione di valore che per interesse di guerra. Ne' quali 
contendimenti e zuffe, la banda di Bartolomeo Colleoni, 
pregio e vanto onorato sopra tutte le altre portava. Ma 
non cessando in tanto lo Sforza di strìngere e combattere 
con ogni sforzo il castello, e tuttavia più dure le cose a 
quei di dentro rendendo s' andassero , egli si venne a 
consulto tra' capi del veneziano esercito, e deliberossi, 
«he poscia, che con aperta forza pare a non potersi Cara- 
vaggio soccorrere, fosse d' allargarsi con la cinta del campo 
e con una bastia farsi tanto sotto fronteggiando il nimica 
che egli se ne potesse e daneggiar dal di sopra e lui to- 
ner stretto in un quasi assedio. Conoiossiachè dalla parte 
solo di verso Milano, né tuttavia in gran copia, vettova- 
glie v' andassero. Cosi fermo adunque e conchiuso , fu la 
somma di questa fazione importante alla virtù commessa 
di Bartolomeo Colleoni: e datigliene compagni Guido 
Rangone, Cesare Martinengo e Roberto da Montealboddo, 
tutti e tre capitani di eccelente virtù. Co' quali e con numero 
scielto di gente da pie e da cavallo e di guastatori molti- 
tudine grande, nel silenzio della notte uscito Bartolomeo 
del campo e colà pervenuto, ove divisato s' era di rizzar 
la bastia, e quivi disegnato e posto il più de' guastatori 
in opera, egli col rimanente a meno di un tiro d' arco si 
condusse vicino a' ripari del nimico esercito , quivi eziandio 
facendo a' guastatori escavare un fosso. Per dare a dive- 
dere al nimico, ch'egli disegnasse in quel luogo rizzare 
la bastia : e tenerlo occupato nel contrasto di questa, men- 



— 73 — 

tre si fornisse l'altra opera. Sentirono i nimici lo stre- 
pito del eavamento vicino. Ma non pertanto lo Sforza 
per l'oscurità della notte temendo d'insidie contenne i 
.suoi ne* ripari. Venuto il di ed avvedutosi del sopra- 
stante pericolo , egli mandò fuori lina grossa schiera di 
cavalleria, col fiore della fanteria ad assaltare il Colleoni, ' 
il quale per 1' angustia e strettezza del luogo, mal potendo 
lor eontra far impeto, stette come un forte muro in bat- 
taglia, aspettando l' assalto. Capi dalle due schiere nimi- 
che erano, l'uno Roberto da Sanseverino, quel che poi al 
tempo de' nostri padri, generale de 9 veneziani nella guerra 
rethica, combattendo contro i tedeschi s'annegò nell'A- 
dige, V altro il conte Dolce Anguillara della famiglia Or- 
sina, ambidue capitani d'assai chiaro nome. Sostenne va- 
lorosamente il Colleoni il costoro assalto. Ed appiccatasi 
una fiera scaramuccia, combattessi da mattino a terza osti- 
natissimamente, e fecersi davanti il fosso dall' una e l'al- 
tra parte nobilissime prove d' armi. Perivano nondimeno 
alquanto più de» nostri che de* milanesi. Perciocché da' vi- 
cini ripari del campo nimico, i balestrieri e scop pie tt ieri, 
de' quali v' avea copia grande , faceano loro gran danno. 
Di che prese Bartolomeo partito ai ritirare i suoi di qua 
dal fosso e far alto. Quando lo Sforza medesimo, uscito 
con nuova gente del campo, spinte le fanterie innanzi, ed ' 
i guastatori loro dietro, perchè quelle con balestre e scop- 
pietti togliessero i nostri dalla difesa dell' argine , e que- 
sti in tanto spianassero e riempiessero il fosso, facendo 
loro da due lati co' cavalli ala e spalla, e combattendo 
egli tra i primi, rappiccò la zuffa, difendendo dall'altra 
parte acremente, e resistendo il Colleoni, ed in prova ti- 
rando la battaglia in lungo. Mentre quivi combatte vasi» 
i guastatori che Bartolomeo avea prima posti in opera» 
accelerando il lavoro aveano cavato un fosso e ben forti- 
ficato con argine , talché quasi un mezzo cerchio alla vec- 
chia cinta del campo s' andava a congiungere, ed al mezzo 
Vita di CoUeoni. 5* 



— 74 — 

• 

d' esso dirimpetto al campo nemico, aveano già. tirato a 
convenevole altezza , e messo ' in difesa la disegnata ba- 
stia. Di che avvisato il Colleoni, maestrevolmente allear, 
tando a poco a poco la pugna, e parte ributtando i ni- 
mici, che già passato il fosso il premevano, egli si ritira 
a passo a passo dentro a' nuovi ripari Perde: in quel con- 
trasto lo Sforza molti egregi soldati, tra i quali fu Ber- 
nardino d'Orvieto, uno de 1 suoi provvigionati il più caro. 
Jacopo ancor Piccinino, combattendo nel mezzo al nimiei 
e ferito di lancia nel fianco, con pericolo della vita fa por- 
tato in Treviglio. Ma sopra ogni altra perdita e danno, fu 
grave e dispettoso allo Sforza, che poi: dell? avere con 
tanto pericolo e sangue, tutto il. di faticato e combat- 
tuto indarno , in cotal modo vedersi da Bartolomeo de* 
luao, e quasi sorta miracolosamente da terra, in su gli 
occhi rizzatasi la spaventosa macchina della nuova ba- 
stia. Davanti la quale- avendo Bartolomeo tantosto fatto 
tirar malti pezzi, di. grosse, bombarde., ed in questa spin- 
gendo animosamente lo Sforzati suoi per. darle un assalta, 
fu dal Colleoni ributtato con ogni sorte d'offesa, ma s* 
pratutto da' colpi delie paile avventate dalie grosse bom- 
barde, le quali co' loro tiri, arrivando fina dentro ai i ri- 
pari, e ftacellando crudelmente uomini e .cavalli, recarono 
gran danno e scompiglio nel campo nimico. Scrive Balr 
dassare Zailo, questa stata essere al guerreggiar di quei 
tempi nuova e riputata da molti alquanto fiera e crudele 
foggia di combattere, non si essendo più udito, (die' eg^i)* 
che ile bombarde ad offesa degli uomini si. scaricassero 
nei. campi. Di che ha preso, inganno.il Giovio, nobile scrit- 
tore moderno, lasciando ne' suoi libri scritto, che nel fatto 
d'arme della Ricardina, il quale segui poi ben venti anni 
primieramente il Colleprai si servisse delle artiglierie grosso 
da fuoco.. nelle battaglie campali. Erra medesimamente ove 
ei narra, che Ercole da Este, combattendo contro il Gol- 
leoni nella detta giornata,, e ó>lla palla di un'artiglieria,! 



— 75 - 

in un pie ferito, stranamente si dogli esse della non più 
risata, e por troppo crudele maniera di offesa. Perciocché 
né in quel fatto d'arme Bartolomeo prima usolla ,. né , Er- 
cole da Este, che vi rimase ferito, fu dàlia parte contra- 
ria , anzi militava egli allora sotto V insegne, e nel campo 
di Bartolomeo Colleoni. A me qui non pare di dover ta- 
cere quello che contro V opinione d' alcuni , da' quali si 
credè che il ritrovato ed uso di questa bellica macchina, 
foswé'poco sopra all'età de' nostri avoli ; io ho osservatone 
scritto presso Giovan Villani, antico e nobile istorìco. D 
quale nella sua universale cronica, venendo alle cose nei 
suoi tempi occorse, e descrivendo l'apparecchio e suc- 
cesso d'una grande giornata, combattuta e vinta per 0- 
doardo il terzo re d'Inghilterra, contro il re Filippo di 
'Francia, a Oresci, villa della Piccardia, il che fu dell' anpo 
1*346, egli cosi dice appunto. u Ed ordinò il re d' Inghil- 
„ terra i suoi arcieri , che ne avea gran quantità su per 
„ le carra, e tali di sotto, e con bombarde, che saettavano 
„ pallottole di ferro con fuoco per impaurire e disertare 
„ i cavalli de' franceschi. E poco appresso ancor dice: 
„ senza i colpi delle bombarde che facevano sì grande 
„ tumulto e rumore che parea che Iddio tonasse, con 
„ grande uccisione di gente e sfondolamento di cavalli ,, 
Da che chiaramente si pare l'uso di cotal sorte di mac- 
china, né eli moderno forse essere, come altri lo stima, né 
tanto antico forse anche, quanto vuol l'Ariosto, rappor- 
tandolo enfino attempi del re Carlo Ma^no, nei quali egli 
ha 'finto il re (fi frisa Chnosco, usare come arme nuova 
lo scoppio, dal cui ritrovamento senza dubbio hassl a cre- 
dere che 1» artiglierie grosse forma ed uso prendessero. 
Dalla nuova munizione adunque e bastia che i veneziani 
aveano poi maravigliosamente alzata e guarnita, erano 
grandemente i nimici molestati ed. offesi. E "miglioratane 
intanto la condizione de' veneziani, che se eglino saputo 
avessero starsi tenendo a "bada il nimico, era di breve 16 



— 76 — 

Sforza, tra per la carestia del vivere, e la scarsità delle 
paghe, e la disunione e isconfidanza, ch'avea tra i suoi 
capitani necessitato a quindi levarsi o dissolversi Oppure 
volendo ei tentare con alcun moto forzevole di ottenere 
il castello, correva un gran rischio di porgere al potente 
nimico, disposto ad assaltarlo in sul fatto, occasione di 
una bella e grande vittoria. Ma quel fatale destino, con- 
tro cui finalmente poco ha mestiere di umano provvedi- 
mento o consiglio, avea disposto altrimente, invidiando ai 
veneziani per anche l'imperio, al quale aspiravano di tutta 
l'Italia. Avea in Caravaggio un popolo non pur numeroso, 
ma fornito ancor talmente di una gioventù data all' armi, 
che facilmente ei potea coi soldati del presidio di forze 
concorrere. Perchè tra sé rivolgendo i terrieri il pericolo 
che soprastava loro d'essere vinti a forza ed andare a 
sacco, chiaramente si lasciavano intendere, che non essendo 
oggimai soccorsi, erano per darsi allo Sforza. Onde Matteo 
da Capua e Dieti Salve Lupo, veggendosi a pericolo d'es- 
ser dati in preda al nimico, aveano cominciato a penali* 
e dare anche intenzione allo Sforza, se dentro a cerio 
termine non veniva loro soccorso, di dover trattare d'ac- 
cordo: avendo segretamente prima, come le cose loro pas- 
sassero, avvisato l' Attendolo. Di che egli co' provveditori 
ed altri capi dell' esercito , posta la bisogna in consulto, 
e molti e vari a lei dintorno fossero gli appareri propo- 
sti, standosene il capitano e gli altri nella deliberazione 
di un fatto di tanta importanza, irresoluti e perplessi; 
piacque ai provveditori, che il capitano eon quanti nel con- 
siglio convennero, ciascheduno di sua mano il loro appa- 
rerò in iscritto mettessero , per doverne mandare consul- 
tando il senato. Era uno dei capi del veneziano esercito 
Tiberto Brandolino da. Bagnacav.allo , condottiere di otto- 
cento cavalli, uomo grandemente ardito e sagace. Que- 
sti essendo il di innanzi travestito vilmente con due pen- 
zoli d' uva in cojlo per la selva, che da uno de' lati co- 



— 717 — 

staggiava il campo nimico, passato dentro ai ripari, e 
quindi penetrato fino sotto il castello, e diligentemente 
-spiato avendo ogni cosa, per la medesima via tornatosene, 
rapportava d' avere per entro la selva scoperto fuor di 
mano una strada, per la quale senza alcun pericolo si 
potea non pur dare soccorso al castello, ma porgersene 
eziandio al nimico qualche danno notabile: con si efficaci 
parole facilitando l' impresa, eh' egli tirò facilmente molti 
de' capi deli' esercito nella sua sentenza. Il general capi- 
tano, Lodovico Gonzaga e Nicolò Guerriero, i quali am- 
•bidne, dopo morto Filippo, s'erano co' veneziani condotti, 
tennero tutti tre, ma diversamente, ch'egli fosse bene le- 
varsi e porsi in alcun altro de' luoghi circonvicini col cam- 
po. Gentile dalla Lionessa, che fu genero di Gattamelata. 
Guido Rangone , Cesare Martinengo, Roberto da Monte- 
alboddo, Carlo da Montone, sottoscrissero all' opinione di 
Tiberto. Solo Bartolomeo Colleoni contrariando all' appa- 
rar di tutti gli altri , troviamo eh' egli scrisse appunto nella 
infrascritta maniera. " Niuna cosa più dobbiamo cercare 
„ che la salute dell'esercito, poiché i capitani de' mila - 
<* nesi non convengono fra loro più che i cani e le 
m gatte, nò possibile è che un mese possino stare in- 
„ sieme, né poco è da stimarsi fra gli altri incommo- 
„ di, che in quel campo non si dà per i milanesi altro 
„ che un pane al di per uomo. „ Al qual sano e prudente 
consiglio quello de' più, come spesso intraviene, proponendo 
il senato, e rispondendo doversi Caravaggio soccorrere, 
egli ne segui loro quella grande sconfitta; di che forse 
altra maggiore, né prima nò poscia i veneziani non ebbero, 
il successo della quale, per non crescere di soverchio il 
volume , studiosamente io trapasso. Hanne pei curiosi 
lettori presso Marco Antonio Sabellico e Giovan Simonetta 
copiosa menzione. Ma già per me non si deve ciò con 
silenzio passare : ohe nella deliberazione di quella infelice 
giornata, essendo, a Bartolomeo assegnato il grave ed 



— 78 — " 

onorarissimo carico Clelia guardia e difesa del campo, e 
già il capitan generale, andandone ^cod tutti *gli altri ro foga 
e gran parte del vittorioso esercito venendo «quasi a preda 
.certa per. assaltare gli steccati, egli per la rotta delvsuoi 
non isbigottito punto; anzi con grande ardimento da' ripari 
uscito ad incontrare il nimico e -fattolo due e tre volte 
ritirar idi buon spazio, con tanto ardere e fidanza d' animo 
sostenne P assalto , che se i compagni retto per alquanto 
avessero e. fatto pure un poco di testa, egli appariva an- 
cora .dal valore di lui solo, non leggiera speranza di ripa- 
ramento alle cose oggimai perdute. Onde «dimandando io 
Sforza, ohi il ifine della vittoria tanto a' suoi ritardasse, 
.tosto che il nome del Colleoni udì ; o%sl egli .sjtesso con 
tutta la maochina dell' esercito, in quella. parte traendo e 
con un grave sermonaripieei ed animati i suoi al combattere 
con tanta ansietà ed isforzo contro Bartolomeo si condusse, 
che bene dimostrò tutta la difficoltà della vittoria, nella 
stima e virtù di quelì' uomo -esser posta. Combattè Barto- 
lomeo buon pezzo e djfesesi magnanimamente ritirato dentro 
a' ripari. Ma la virtù finalmente a troppo forza cedendo-, 
(conciossiachè i suol pochi contro un tanto esercito, e stracchi 
dal lungo combattere, male oggimai reggessero alla ama 
de'nimici, che da più lati fatto impeto in su i ripari «ali- 
vano) poi eh' egli ebbe visto i cavalli , spianato il -fosso, 
irrompere negli alloggiamenti, già disperate le cose, per 
la deretana porta del campo a pie sfuggendosene s*<usoì di 
man loro. Qui jaoo sia forse soverchio avvertire il lettore 
che venendogli letto ciò, che a Giovan Simonetta in questo 
luogo ha piaciuto di scrivere ; me perciò non dejbfea tenerne 
iper .meno veritiero scrittore. Perciocché dove il Simonetta 
dice, che Bartolomeo da Pergamo, non avendo di ripugnare 
ardimento, se ne fuggi lasciando la cose ed i compagni} 
«gli non può non sua pace, non pur dissimulare l' invidia' 
-ohe per tutta la sua istoria ha mostro portare alla fama 
di Bartolomeo Colleoni ; sa apertamente eziandio in due 



— 79 — 

palmi* di' carta contraddice a sé atesso. Conciossiacosaché 
egli -accordandosi meco poco anzi* pur dica; " E Bartolomeo 
„ da' Bergamo- lasciano cotì camalli e fanti a piedi alla 
r guardiane' ripari, con precetto* cheeon le bombarde del 
„ contìnuo tormenti i campi nlnrici ed a' fanti a pie faccia 
„ tarale scaramucci© usate, £> poco appresso dello Sforma 
„ parlandoy egli segue e dice: e lasciato il Piccinino alla 
„ basti» , egli comandò agli altri ohe lo seguissero, e che 
„ Corrado e Roberto assaltassero inimici, i quali apparec- 
„ chiati parte dentro e parte fuori decampi aspettarano 
r il nimico, e quelli che erano di -fuori vedendo i nostri 
„ ritornarono dentro. Dipnoi con tanto impeto assaltarono 
„ i nostri,- che gli ributtarono lontano da' ripari. Ma il 
„ conte gli fece fermare e comandò a Corrado e a Roberto 
„ ohe si faccino avanti e con impeto fé rischino , e confortò 
„ i braccesehi a seguitar quelli, il perché gli nimici rifug* 
v girono' insino a' ripari, e di nuovo ripreso animo ri- 
v cacciarono i nostri * il che vedendo il conte non po- 
„ tè contenersi v che alquanto non si conturbasse con- 
„ tro» i braccesehi e riprendessegli di viltà; perchè gii 
„ vedea cagione di questa colpa: conciossiacchè sempre 
„ il» ruggire nascesse da loro, il perchè rinnovato P impeto, 
„ ricacciare n in* fuga i nimici dentro a' ripari: dove te- 
unendosi > chiusi e fortificati, intendeva il conte quanto 
„ fosse difficile vincer li ripari: essendo ben fortificati e 
„ dalla fanteria, la quale era in sul fosso, ben guardati. 
„ Ma come nomò prudente in ogni cosa ed in disciplina 
„ militare eccellentissimo, disse: che pensate voi o fra- 
„ tetti? non sapete voi che i nemici sono rotti e presi? 
r, ed» i nostri sono già dentro aMoro campi? e discorrono 
„ pei padiglioni e mettono a sacco i carriagi e le gran 
„ ricohezae de' nimici? Adunque su su usate le vostre 
„ forze, vincete ed entrate ancora voi nei campi, accioc- 
* che soli voi non restiate senza preda. „ Dal quale tutto 
discorso pur pare, con quanta virtù e franchezza di ani-' 



— 80 — 

mo , andandone già tutto fl campo ha foga, Bartolomeo 
Coltami uscito due volte da' ripari assaltasse e ributasse 
il nimico, e quanto poi eh' egli si ritirò no* campi, doro 
ed agro partito paresse allo Sforza di aver ancora alle 
mani, a dover comi vincere fortificato dentro ai ripari: il 
quale con tanto ardimento e valore fuor difesi gli ave*, 
e ben gli parve bisogno l'animare i suoi al combattere; 
sermoneggiando loro non al torneate, cbe s'egli arasse 
avuto a configgere contro le forse intiere d'un irimieo 
esercito. Ma nientedimeno il Simonetta & che gli afone, 
sebi in un sabito si gettino ne' fossi, salgano in so gli ar- 
gini, spianino l'entrata ai cavalli e con quella facilità i 
campi, occupino, che si farebbe una vile capanna. Né di 
ciò contento ei vuol anche che Bartolomeo da Bergamo, 
non avendo ardire di resistere se ne fugga, e lasci i com- 
pagni e le cose: non gli parendo bastare, dove Bartolo» 
meo assalta due volte e ributta lontano da' ripari il nimico, 
l'aver taciutone il nome, in volvendo, ed oscurando ingraia- 
mente la lode altrui propria di quel chiaro fetto sotto una eoa» 
fusa appellazione di nimiei. Furono secondo ilSabellico, dna 
mila cavalli di Francesco e Jacopo Piccinini, i quali prima 
che io Sforza con Corrado e Roberto vi accorressero! 
magnanimamente il Colleoni li ributtò e sostenne. MaGiovan 
Simonetta, morto Francesco Sforza, principe e capitano % 
di guerra veramente chiarissimo, prese i suoi fatti a de- 
scrivere, a compiacimento ed in grazia di Galeazzo il fi- 
gliuolo: dal quale non pure odiato , ma nimicato a morte 
fu sempre il Colleoni. Perciocché oltre ad una ereditarla 
e parziale invidia, che a Bartolomeo portava, il quale aveva 
fatto sempre professione di bracelesco ed al non poter 
soffrire di vedere in lui solo tutta oggimai derivata la 
riputazione e potenza dell'armi d'Italia, per si lungo 
tempo arrogatasi nella casa Sforzesca, non si potea eziandio 
Galeazzo scordare, di dover buona parte dal Colleoni ri» 
conoscere, quanto ei pretendeva i veneziani aver tolto di 



— 81 — 

giurisdizione al suo imperio: con la speranza perduta, di 
dovei? mai lui vivo poter sfogare il veleno di un vendieoso 
ed implacabile animo, eh' egli ebbe loro sempre. Rea con- 
dizione veramente di chiunque scrivendo dalla formida- 
bile autorità d' alcun potente dipenda. Perciocché d' ogni 
poco o assai che all' animosità e passione di quel tale» 
compiaccia lo scrittore e condoni , egli ne rimane in per- 
petuo ai colpi dell' altrui nota bersaglio. Rotto e dissipato 
adunque il veneziano esercito, i caravaggiesi tantosto allo 
Sforza si diedero. Dal quale, salvi i terrieri e le loro cose 
Matteo e Dieti Salve furono fatti prigioni, e tutti i suoi 
svaligiati. Indi proseguendo con celerità la vittoria e 
tutte le castella del bergamasco e bresciano fino al lago 
di Garda, all'ubbidienza de' milanesi ridotte, egli cinse 
Brescia d'assedio, alla cui difesa già era ito il Colleoni. 
Ma mentre apparecchiava lo Sforza le cose opportune al- 
l' oppugnatone di si forte città, la qua! vinta era nei patti 
che a lui rimanesse, incominciando i milanesi ad avere 
la sua futura potenza sospetta, procurarono d'impedii» 
l'impresa, proponendo ch'egli piuttosto sopra i veronesi 
a' andasse, e parte facendo ai bresciani intendere che 
allo Sforza dar non si dovessero, ma nella fede de' vene- 
ziani si stessero, coi quali erano a stretto appuntamento 
d'accordo. Di che lo Sforza avvertito; mentre i veneziani 
raccolte le reliquie dell' esercito , e tuttavia. nuove genti 
assoldando facevano apparecchio di soccorrer Brescia, far 
oilmente. ei s'indusse a tentare e concludere con essi la 
paoe, .rivolgendo in. mezzo la guerra contro loro l'arme, 
i quali egli s'avea preso a difendere. La somma della paee 
fu: ehe Bergamo, Brescia ed i loro territori con Crema e 
Giara -d\ Adda dei veneziani fossero; tutte l'altre città e 
castella che dello stato di Milano g& possedè* -Filippo „ 
essere dello jSforza dovessero, ed infialai loro conquisto 
quattro mila cavalli e due mila fanti pagati L veneziani 
gli (dessero. Ca^tanOh di questa ausiliare esercito fa fatto 
Vita di Colleoni. 6 



— 82 - 

il Colleoni, e datogli provedifcore Jacopo Antonio Marcello. 
Il Marcello co' due mila fasti guidati dà Michiei di Pie- 
monte , andò prima allo Sforza , il quale avendo passato 
l' Adda guerreggiava aspramente su quel di Milano. Segni 
poco appresso con le genti d'arme il Colle ani, avendo egli 
intanto atteso a ricuperar le castella del bergamasco e 
bresciano* Tra le quali Martinengo ancora e Rumano del 
contado di Bergamo, a Pèrsevallo Colleoni, statone già 
podestà e luogotenente di Bartolomeo , a nome di esso 
ondatovi, di libera e prontissima voglia si diedero. Per 
órdine dello Sforza condusse Bartolomeo V esercito all' op- 
pugnazione di Parma. La quale avendo Alessandro Sforza 
con infelici successi tentata, fermatosi con le genti lontano 
alla città dieci miglia, egli se ne stava molestando e dan- 
neggiando ir contado. S' era la città di Parma inveterati 
talmente ne'- pazzi umori delle parti, che da tutti i lati 
volgendosi, non lasciava luogo nò via a cercare ove poter 
ripararsi dal giogo sforzesco. Avendo poco avanti punito 
nel capo alcuni ch'aveano mosso trattato di dover darti 
«Ho Sforza. Contro i Parmigiani adunque, i quali aratilo 
mila loro difesa chiamato e fatto capitano del popolo, Carlo 
da Campobasso, uomo egregio neil 1 armi, condotto Barto- 
lomeo l'esercito, e presso la città accampatosi, e comin- 
ciatala a stringere duramente e combattere, egli fu dai 
parmigiani necessitati da lui assai tosto a dover meglio 
pensare a' loro oasi, dalle mura a parlamento chiamato. 
Ove tanto allora con la lingua quanto già con la spada, 
magnificando ed aggrandendo la virtù e la fortuna di Fran- 
cesco Sforza, facilmente loro diede a conoscere ciò che 
per loro migliore da seguire avessero. Sapessero lo Stor- 
ia destinato dai fati al milanese imperio. I veneziani an- 
<oor, eglino, 'alla disposizione -de' cieli accordandosi, pace e 
lega avere con esso contratta. Nò per loro potersi senza 
«tifosa delle leggi santissime, in protezione i-parmigiani 
ricevere Perchè tutte l'altre speranza dalle menti lóro 



— 83 — 

emaciassero», fuor che del dovere ubbidire allo Sferza. Dal 
qua! parlamento fatti i parmigiani accòrti, e la durezza 
loto ammollita, uomini allo Sforza mandarono: ohe ooit 
atoune condizioni, in principe e difensore della loro città 
il ^ricevessero. Ottenuta la dedizione di Parma, passò nei 
milanese il Colleoat Ove comunicati con lo Sforza i e«tt- 
slgii e P armi, gli fa d| grande aita all' espugnazione di 
molte* castella y ed alle incursioni e guasti, che per tutto 
it dintorno, fino sulle porte à Milano si focene, attendendo 
P uno e V altro in tutti i modi allo stringete quella città 
con assedio* Ma in quel mezzo tempo arando Lodovico 
duca di Saroja mosso da due parti subita ed improv- 
visa guerra allo Sforza, e con più che sei mila cavalli, 
guidati da Giovanni Campese, uomo di grande autorità 
presso il duca, e tra suoi di molta estimazione nell* armi, 
fatto impeto nella Lomellina e su quel di Novara, e per 
ciò avendovi lo Sforza mandato Corrado, il fratello Jaoo~ 
baeeio da Salerno, Cristoforo Torello , ed Angelo da La- 
vello, con da tre mila cavalli; comandando loro, che coi 
murici non si attaccassero; ma solo attendessero a difen- 
der le terre vicine al Piemonte , fino eh' ei vi mandasse: 
pia gente , egli dichiarò poco appresso Bartolomeo Col- 
leoni capitano alla guerra contro t éavoini e francesi: com» 
mettendo a» suddetti capitani, che a lui solo ubbidissero, 
le. Ino detto e francesi, perciocché con intendimento ed 
afoftò eziandìo di Carlo settimo, re della Francia, si racea 
quella guerra: ed aveavi il re mandato il Campese coti 
due mila cavalli. Gonduesesf Bartolomeo obn le genti ve- 
neziane su quel di Novara. Ma prima ch'egttgiuftgiedsè 
al fifetn*, che chiamano la Sesia, tutte le castella che»* 
rimici v'aveva o*<tapate v mosse dàlia sola autorità ed 
opinione de* suo imaè, alta fede tornarono, fuori tuttavia 
Casale Beltramo*. Ma quello Gaudio y essendo il/; Co* 
feefci fier enu*tftf«rloj ttmtm affettare asfaltò ^arrèaai 
8» «ratio te Vertm^àm*P*ìe Vfciaé #wtella,»ia11a>*** 



— 84 — 

ittita di Bartolomeo ritirati i nemici. £ perciocché sape- 
vano non . essere < a' soldati vene^ani permesso il passare 
della Sesia, come un de r termini del milanese imperio; fuor 
4e< quali non erano i veneziani obbligati guerreggiar per 
lo Sforza; eglino' con più temerità- e licenza di qua pas- 
sando! e scorrendo! non senza; loro vantaggio scaramuccia- 
vano co' nostri, potendo, w ogni pressa , e carica che dai 
nimici avessero di là dal fiume salvarsi. Perchè deliberato 
il Colleoni di dover qua dal fiume con inganno tirarli 
ed allettarli al combattere con tutte le forze , egli si ri- 
strinse, e con infinta paura si fortificò ne' ripari: per al- 
cun giorno non lasciando che veruno de' suoi fuoriuscisse, 
e lasciando ai nimici libero il scorrere -e predare di qua 
dal fiume. Di che essi, come vani e leggieri, presa mag- 
gior confidenza, non pure a pochi secondo il loro solito, 
ma il più di loro alle volte passavano la Sesia, beffeg- 
giando dome vili e codardi, e provocando i nimici a bat- 
taglia^ Il che fatto avendo più volte senza movimento 
alcuno de? nostri, egli avvenne un di che essendo il Cam- 
pese con tutto l'esercito passato il fiume, e venendo 
per assaltare il Colleoni nei ripari, esso dalle spie avvery- 
titone, e partitogli tempo all' occasione appostata , coman- 
dato a' suoi che. tantosto sì armassero; tratte .fuori e po- 
ste in < ordinanza le schiere t ed a ciascun condottiero e 
ministro del campo assegnati i Loro ufficio carichi, e dopo 
un breve e grave sermone», inanimando' i suoi al combat- 
tere, fattoi leviure IV inaegne, egli andò con grande animo 
ad incontrare il nimiooi. Chiudevano l'uno e l'altro corna 
della battaglia nimica due./ mila cavalli arcieri Picoardi, 
gente efferata e iche>< tiene 4n~. poco prezzo la. vita. Questi 
nel primoi affrontare 'dei dae/eseroiti^ scaricando per fianoo 
sella ♦ schiera • de', nostri. I fero awhi ieeoro loro asisai danno* 
I quali nei* perciò. <l?;o,rdfoan»ai rompendo ripercossero co» 
tanto impeto] /« sforza inetto, squadron , dei ipa^cesi, efre ; eoo 
tutto. I ohe ali urino taptóa,ie*eti«*imaniaate .reggessero* a 



— 85 — 

la battaglia alcun poeo mantenessero del pari, non potè* 
rono tuttavia sostenerla intanto oh' ella- primieramente non 
eomineiasse a piegare , .indi a eeder pian piano, poi ritif 
nursi a gran passo, ed infine volger le spalle e soompit 
gliata e rotta andarsene in foga* Pochi d'amendua le 
parti perirono a si grande giornata , de' quali tuttavia fa* 
rono più che i due terti francesi. Ma quel che somma* 
mente nobilitò la vittoria, fu Giovanni Gampese il capitano 
dei nimioL II* quale veggendo nell' antiguardo de'auoiha? 
tonar la battaglia, s' era fatto innanzi; e con prova dimat 
ravigliosa virtù combattendo tra' primi, vi rimase prigio» 
ne, : e con . esso . da; quattrocento , cavalli; Gli altri guazzato 
il limme, netta vicina città si raccolsero. Avvisato, della 
«littoria lo Sforza, egli ne mando a lodare e ringraziare il 
Celleoni* richiedendo che gli mandasse il Campese. Gol 
qua^e, gravemente la Sfotta dolutosi di tanta offesa, ohe 
con; tan^ ingiuria gli. avesse Lodovico fatta, dopo il<ter*Q 
giorno a>Bartolomeo il rimandò, raccomandandoglielo strefn 
tamente e pregandolo, ohe: per esBere di nobil lignaggio* 
«oiftesemente nel suo riscatto il trattasse; Rotti e fugati 
i inimici, (Bartolomei agli sforzeschi > permise v e dissimulai 
tamente , anche a' suoi che la Sesia passassero. I quali pei' 
tutte il. contado* idi Vercelli scorrendo, ne riportarono gran 
preda». Mentre di verso il Piemonte sotto 1? auspicio e cón-> 
dotta: diJBactolomeo Golleoni, felicemente le cose in cotal 
guisa , passavamo $, Vigevano, castello della LomeUina, ve- 
nuto poqo avanti in. potestà dello Sforza* ribellato, se gli 
«ra.j.iE poroioecaè» i milaneBÌ, con rla^ comodità/ ed ajuto 
4* quel potente «astetto,? mettano * ferro . « . fiamma tutta 
la t^QmeUin,a; ( funn^ÌQ Bforza; costijetto, , Uvare.il più del* 
l'.flserojtp dalla, <*aidio»;di> Milanoy e condurlo alla rieus 
perenne» di V^evano* eternandovi eziandio da, Novara 
p-anrpartei^llet.gep^jaHe qnaii il Golleoni» comandar** 
{?er, qnestp>4 wm'mi* franasi iprej^awiiao, e sotto nuovij 



— 86 — 

nuovamente m campagna , occupato aveano Carpionano , 
correndo tutti quel dintorni ed empiendo ogni cosa dira* 
piie d'uccisioni « d'incendi. Erano un di in su l'al- 
ba, tacitamente « lontano quanto poteano dai nostri, csm- 
•iinando tango la radice del monte venuti per combatte- 
re Borgo M anero , ed era il di medesimo uscito Barto- 
lomeo egli ancora con parte dell' esercito per ricuperare 
Carpionano, castèllo tanto Ticino a Borgo Manero, che 
incontanènte gli «ni ebbero sentore ed avviso del vanire 
degli altri: £ benché Bartolomeo vedesse pel poco nu- 
mero 'de* suoi dovere a gran disvantaggio col nimico ap- 
picciarsi, nondimeno perciocché noi facendo il castel si 
perdea, di che no» fiiceiol detrimento agli sforzeschi se- 
guiva, egli si deliberò di tentar la fortuna. Dicèvasi che 
i capitani nimioi , con empio e «omo rito di un harbaris- 
simo voto, fatta una compotaaione solenne del loro pro- 
prio sangue, aveano congiurato di dover eoe! bere e suc- 
chiarsi il sangue di Bartolomeo. Con questa «disposifciOBS 
adunque d'animi di rabbia infiammati, vennero i nimioi 
ad assaltare il Colleoni. 11 qua) dall' altra parte veggetido 
lo stabilimento o la perdita, di «quanta riputazione nel- 
l'armi avéa infine* allora acquistatosi, dal successo di 
quel conflitto dipendere, misurando gravemente ogni passo 
egli andò ad Incontrare il nimico. Appicoossi una batta- 
glia ctee da eutrarmto le $arti tantosto divenne spaventosa 
e terribile. Qualunque "de* nimiei o de' nostri era preso-, 
gli cavavano ì' eim$ e -soanna vanto. Tra questi furono Ar- 
rigo Zatnbra condottiero del Goileoni, e Cristoforo da-Sa- 
Herno eoadottiere stotaescoi Per il caso dVyfoafi, presi àk 
uh certo orrore i nostri/ assai ne rimisero del primo ardóf 
disi combattere. Di che prendendo evolto i» nimioi e l'fnv» 
fffeseiéne rinforzando, cavarono- degli ordini, 1 ed in dtìtì 
partì divisero la battaglia de' nostri? r*^na delle ^uali, il 
f iu 'di 'soldati ^for teschi, idaf nimiei «asciata, noti si fermò 
*frfc*a che «kingsns ^**ev*#ay telivi novelfe J po¥tan«ò 



— OT - 

ohe tatti erano rotti. Sostenne con l' altra parte il Col leo- 
ni' virilmente i ni mici, i quali nel mag&iore bollor dalla 
pugna suonarono le trombe a raccolta, e tutti in un luogo 
ridetti di se fecero cerchio , volgendo a sé stessi le spalle 
e la fronte a'nimioi. E gli arcieri smontati, e legati i loro 
eavalli ad alberi e sterpi dinanzi agli uomini d' arme si 
misero; ficcando Aguzzi pali in terra molto presso l'un 
l'altra, e con essi facendosi una quasi siepe e serraglio, 
fi quindi adoperando gli archi, ed a' nostri fieramente no- 
eendo. Era Bartolomeo rimaso che con due mila cavalli 
e cinquecento fanti: ed i nimici erano tre mila e cinque- 
cento cavalli, e de' pedoni avean quanto i nostri. Perchè 
veggendosi egli di numero tanto inferiore a 9 nimici, e pò? 
tersene andare non pur senza offesa, ma eziandio senza 
carico, avendo in ogni modo con sì poca gente assai re- 
presso il furor de' francesi , i quali con queir atto pure, 
d' essere stati i primi a lasciare il campo, si confessavano 
perdenti, egli inchinava quasi al parere del non dover più 
oltre tentar la fortuna. Ma Corrado Sforza, il Salernitano, 
Jacopo Nonnato e Tartaglia il giovane, i quali rispetto 
al Colleoni poca esperienza avendo di quanto valesse 
nell'armi quella nazione indomita, e parte ancor volen* 
tieri avrebbon volato poter cancellare la nota del disor* 
dine e della fuga recente ch'avea avuto principio dalle 
«quadre sforzesche, teneano in contrario, e protestavano 
ohe i proseguir si dovesse e combattere. Mentre sopra ciò 
si stava in disputa, mille de' cavalli nimici, usciti del loro 
cerchio e venuti ad assaltare T uno degli due squadroni 
Be' quali avea il Colleoni, perchè in ogni caso contrarto 
potesse Y una parte essere in sussidio all'altra; le sue 
genti divise, diedero a' nostri a conoscere come ei non 
si tessero punto per viltà ritirati. Avea Bartolomeo dato 
-questo, squadrone a guidare ai 'Salernitano, pigliando egli 
per sé l'altro a conducere. Sostenne* il Salernitano no» pur 
franeanvmbe 4* assalto dei «lilla cavalli, marttmtolltaxwoj* 



— 88 — 

ialino al loro cerchio, dinanzi al «quale ascendo tettavi* 
altri in soccorso, eLa' appiccò una zaffa terribile. Coman- 
dò allora il Colleoni ai capi delle fanterie, ohe mentre con 
l'altro squadrone dall'altra paste egli andava ad assal- 
tare i nimici, con un breve giro di strada, tacita e ratta- 
mente ei n'andassero ad occupare i cavalli che gli ar- 
cieri Piccardi ìaveano, come dicemmo, legati in disparte. 
Su i quali montando, da diversa parte essi ancora impeto 
facessero nel cerchio nimico. Indi dato cara del retro- 
guardo a Corrado, egli con Tartaglia e Nonnato , e con 
una scelta fiorita de' suoi provvigionati ed altri nella cut 
virtù confidava , postosi nella prima fila, ed in. punta ai 
destro corno della battaglia, guidando i suoi a combatr 
tere, come a vista propinqua ei si trovò de' nimici, così 
spinto il cavallo , ed arrestata la lancia, volle essere il 
primo che a ferire gli andasse. Ressero fortissimamente. i 
francesi all' assalto, né punto partivano dal loro ordine 6 
cerchio. Il perchè i nostri già rotte le lancio, e con le spa- 
de appressatisi ferendo al volto ed alla gola, molti dei 
nimici uccidevano, e molti ancor fuori del cerchio *t 
traevano vivi e scannavangli, cosi portando il crudele 
costume francese. Mentre in cotal guisa da. due lati acre- 
mente erano combattuti i nimici, le fanterie diligentemente 
avendo il precetto di Bartolomeo eseguito, e fattesi eli 
pedoni cavalieri, un non leggiere esalto dal terzo lato loro 
diedero» £ Bartolomeo dall'altra parte con un manipolo 
e cogno di quel numera. eletto di capi di squadra. e sol- 
dati che gli venian più presso, impetuosamente urtando 
ed aprendo a' suoi l'entrata nel cerchio, e la battaglia 
portando dentro, e nel cuore all'ordinanza nimica, furono 
i francesi costretti abbandonare, il loro cerchio, ed a con- 
fuso e sottosopra da tutti i lati combattere. Fu la batta- 
glia orrenda, e datutte, leparii un fiero e sanguinoso 
■Dinar delta: mani > ftccompagDajto.da terribili incitamenti 
di grida. QojsbatÉevanaionosainente jsdt<alla disparata S 



— 89 — 

nimici, procedevano con più ordine e riguardo i nostri. 
Perchè durando lunga pezza il conflitto, finalmente i fran- 

. cesi vinti dal travaglio e dal peso dell' armi e più dalla 
disciplina e franchezza de' nostri, dieron loro le spalle, 
e sbarragliati e rotti si misero in fuga. Furono presso a 

- due mila tra combattendo e fuggendo a pezzi tagliati , 
mille se ne fecero prigioni, e con essi il loro capitano 
Jacopo Celiando e Jacopo Abornate condottiere francese, 
gli altri per il beneficio della notte e della vicina città si 
salvarono. Costò però quella vittoria di molto sangue a' no- 
stri, che ve ne perirono da cinque in seicento. Né eziandio fa 
senza gran pericolo e rischio di Bartolomeo. Il quale irrom- 
pendo come dicemmo nel cerchio e dando nella fanteria nimi- 
ca, fullia più colpi di picca atterrato il cavallo. E se non 
che da' suoi provvigionati e ragazzi, fu circondato tanto- 
sto, ed aiutato a montare sopra un altro cavallo, egli po- 
tea leggiermente rimanendovi solvere 1' empio voto francese* 
Dimandò Bartolomeo al Celiando, perchè ai mezzo la 
prima battaglia, si fosse co' suoi ritirato. E' fu per ciò, 
rispose egli, che veggendo il numero de* nostri, a quello 
ch'egli estimava assai picciolo e che più a maravigliare, 
gli dava, senza gli stendardi; perciocché col rimanente 
deTT esercito gli avea Bartolomeo lasciati negli alloggiamenti, 
e di qui temendo egli assai dell' astuzia e militar disciplina 
de' nostri, né senza ragione sospettando, che dentro una 
gran selva che era loro da spalle , potesse avere il Col- 
leoni parte delle sue genti con, gli stendardi riposta, dalle 
quali improvvisamente ei fpsse tolto nel mezzo ed oppresso, 
egli si aveva ritirato credendo fuggire l' imboscata. Diede 
queste due rotte Bartolomeo a' francesi, l' nna il primo di 
aprile, e l'altra al ventitré del medesimo, giorno solen- 
ne a san Giorgio, l'anno 1448. 11 di seguente, tutte le 
castella, che su quel di Novara avevano nuovamente oc- : 
ctfpàte i nimici, a Bartolomeo si diedero. Rendè questa 
vittoria grandemente chiaro e celebre, per tutta l' Italia 1 e ' 
Vito di Colleoni. f* 



- 9.0. — 

fuori, il nome di Bartolomeo da Bergamo. Avendone egli 
acquistato nobilissimo titolo, di aver la terza volta in 
giusta battaglia debellato e vinto una nazione superbissima, 
e per terribilità e fierezza di quei tempi tremenda, e nello 
spazio di pochissimi giorni reso tutta quieta e pacifica 
quella regione allo Sforza, che tra tanto bollimento di 
guerra ed in tanto terrore e strepito d'armi, s'avea preso 
a difendere , avea intanto lo Sforza, con poco felice successo 
combattuto Vigevano. Perciocché difendendosi da batterie 
ed assalti fiera ed ostinatamente quei dentro, v' avevan 
fatto perire un gran numero di valenti soldati. S' orano 
ancor poco innanzi, .Francesco e Jacopo Piccinini da lui 
ribellati e tornati a' minici. Per le quali cose lo Sforza 
ansio gravemente e sollecito, ricevè con allegrezza incre- 
dibile la nuova di tanto grande ed insperata vittoria. Ed 
alla presso che disperata espugnazione di Vigevano egli 
richiamò da Novara il Colleoni t Condusse Bartolomeo 
allo Sforza con una quasi trionfale pompa l'esercito, 
tutto cioè risplendente e carico delle ricchissime spoglie, 
dell' insegne e dell' armi e della presenza de' capitani e 
più nobili de'nimjci prigioni. Fu dallo Sforza e da tutto 
il suo esercito, con ogni spezie di onore e di militare 
applauso, ricevuto il Colleoni. Lodollo in pubblico parla- 
mento lo Sforza e sommamente il ringraziò, conchiudendo 
nessuna età dovere in lui spegnere la memoria di tanto 
servizio, indi consultata e rinforzata con esso l'oppugna- 
zione del castello, dopò un lungo e duro combattimento 
e contrasto, costrinsero finalmente i vigevanaschi a trattare 
di dovére, arrendersi. Ma' il più de' capitani , con tutto 
P esercito rumoreggiando e dicendo; le ricchezze e la preda 
di quel potente pastello tfi ragion loro essere ed ancor 
picciolo premio alla fatica ed al sangue eh' avean posto 
in combatterlo, e sopra ciò perplesso, né qua né là,, pie- 
gando lo Sforza; egli insomma al parere di Bartolomeo 
s'attenne. I) quale consigliò, che gamicamente ai dovesse 



— 91 — 

i vigevanaschi ricevere. Perciocché con siffatto nome ed 
esempio di umanità e di clemenza , tanto presso a' popoli 
grazioso ed amabile , pjp che per forza d' armi , egli era 
per facilitarsi la strada al milanese imperio. Ricuperato 
adunque Vigevano e ragunati guastatori in gran numero 
passarono lo Sforza e '1 Colleòni su quql di Mij^no e tutte 
le biade in erba tagliarvi. E mentre V uno e l' altro intendeva 
con ogni sorte di offesa a stringere quella città, i milanesi 
crearono ambasciatori e mandarli al veneziano senato: 
che la pietà e V aiuto de' padri implorassero a tanti loro 
mali. Dai prieghi e dalle lagrime de' quali commosso il 
senato; (pretendendo eziandio leggittima cagione avere 
d' abbandonare lo Sforza ; il quale usando della] sua auto- 
rità più di quello era lecito, quasi nel principio della 
guerra avea condotto i due Piccinini e contrafatto alla 
lega, nella quale era patto, che niuna delle parti, assoldare 
potesse alcun capitano de'nimici comuni); dopo un lungo 
e maturo consulto, nuova confederazione e lega'co' milanesi 
fermarono, e con oneste condizioni mandarono offerendo 
luogo allo Sforza d' entrarvi. 11 quale a deliberar preso 
tempio ; e mandato Alessandro il fratello con altri suoi 
oratori a Vinegia e solennemente per loro le condizióni 
accettatesi e caviliosamente appresso per lui rifiutate 
mentre egli astutamente frattanto, tirando la pratica in 
lungo e la vittoria affrettando, s' era con V esercito accostato 
a Milano, ed esso dall'una e Bartolomeo dall'altra parte, 
erano in sul dare gli assalti e per entrare né' borghi; i 
Veneziani avvedutisi de' suoi versuti consigli, f e disposti a 
pigliar P armi in difesa ideila milanese repubblica, rivocarorio 
da lui il Colleoni, lì quale della cagione del suo partire 
improvviso, fatto avvisato lo Sforza, levando a mezzanotte 
IMnéegne, passo per quel di Lodi a Crema. 

j. M • * • . • .. . > '..■■■ 

I . . - .: ' ft 



ISTORIA 

DELLA VITA E FATTJ 

DELL' eccellentissimo 

CAPITANO DI GUERRA 

BARTOLOMEO COU.EONI 

LIBRO OLINTO 

Avvegnaché alia subitana partita di Bartolomeo, a\ 
vedessero Sforza, non pur la vittoria della città di Milano 
t in sul fine interrotta ; ma l' armi eziandio dei due potentissimi 
..popoli congiurate a lui contra, e soprapreso ei ne, fowe 
,$a pensieri gravissimi, agli non pertanto non si perder punto 
,4' animo. & risolutosi intrepidamente a dover sostenere il 
peso di cotanta guerra * scostatoci ((alla città per, ajkjuapto 
t e già sepravyegnendo.il verno, per le circonvicine tej?re 
.distribuito V esercito e tuttavia attendendp a* prqvedin>enti 
^ogni sorte dtfesa, per assicurarsi almeno dall' arme* francesi, 
.#i .prpenso d'amicarsi il duca di Savoia. Il quale pei; JLe 
spenti perc9sse r gravissime, dal Colleoni ricevute, 4' anjmjo 
e di forze grangejnente abbattuto „ venne »oJantteri ajla pftoe. 
La quale ricevè e riconobbe lo Sforza, per frutto di non 
picciol rilievo, di nuovo emergente dall'ottimo passato 
servizio di Bartolomeo. Ed era allora frequento per le 



— 93 — 

bocche del volgo un siffatto motto : avere il Colleoni allo 
Sforza, il gioco di maniera in mano concio, che non facendo 
ei torto alle carte, più non potea perdere. Avevano i ve- 
neziani, mentre presso lo Sforza a loro nome guerreggiava 
il Colleoni, fatto loro capitano Sigismondo Malatesta: e 
sotto la sua condotta con assedio stretta e combattuta e 
vinta avevan Crema. Congiuntisi il Malatesta ed il Colleoni 
nel bergamasco e bresciano diedero alle genti le stanze. 
Ed indi col nuovo anno usciti in campagna e per il ponte 
fatto a Brìvio in sull'Adda avendo indarno tentato di 
passare al soccorso della città di Milano, la quale tornato 
era lo Sforza a stringere fieramente e combattere con la 
fame e con P armi, difendendo con potentissimo esercito 
lungo le frontiere dell'Adda ciascun passo del fiume, ed 
a 1 veneziani parendo ogni altra via interchiusa da poter 
gli amici soccorrere, posti ogginiai nelle ultime calamità 
dell' assedio ed in tanta difficoltà di cose avendo il general 
capitano convocati a consiglio i provveditori, con gli altri 
principali del campo ; Bartolomeo, il quale nelle circostanti 
regioni e montagne avea di molte e grandi amistà e clientele, 
di tutti i luoghi e passi singolare notizia al Malatesta, ed agli 
altri consultando ei propose: che per le parti di sopra con le 
genti spedite si pigliasse il cammino: e passando il lago 
di Como, la qual città possedevano i milanesi, giù si 
discendesse nel monte Brianza: e molestando da quel lato 
il nimico, se ne aprissero i passi delle vettovaglie a Milano 
e se ne avesse a dar spalla al rimanente delr esercito nel 
passare del fiume, offerendo egli in somma sopra sé pi- 
gliare il carico d* una tanta impresa. Fu la prudente pro- 
posta dal Malatesta e da tutti gli altri sommamente 
approvata è l' animosa offerta lietissimamente accettata. 
E datosi a Bartolomeo tutte le fanterie, con pochi uomini 
d'arme, egli prese la via per vai san Martino, ed in tré 
di' pervenne in vai Saggina, luoghi air ora posseduti 
eia' veneziani. E quindi ih riva, ài lago scéndendo ', effÙ 



— 96 - 

della beala , terra del veronese a' contini di Mantova : e 
diedergli alloggiamento pei villaggi ivi intorno. Nella qua- 
le stanza e dimora, divisò Bartolomeo e diede opera; 
che riscontro alle torrette, antica fortezza e frontiera nei 
confini di Mantova, si rizzasse una grande bastia : potente di- 
fesa ed ostacolo ad ogni impeto e sforzo, che da quella parte 
avesse tentato il marchese. Ma mentre con sollecita cura 
Bartolomeo era inteso a queir opera, i veneziani data avendo 
licenza a Sigismondo d' Arimino, Gentile della Lionessa 
con titolo di generale governo, e Jacopo Piccinino, con auto- 
rità quasi pari condussero, preferendo con estimazione sover- 
chia e fuori d' ogni altrui credenza, l'uno e l'altro al Colleoni 
Perchè fieramente sdegnando la virtù di dovere alla fortuna 
servire, e rifiutando apertamente il Colleoni di ubbidire a 
coloro , i quali per numero e per grandezza delle cose 
fatte, e per eminenza di titoli e gradi nella milizia ottenuti 
di grandissima lunga egli aveva avanzati; mentre egli 
sopra ciò co' veneziani contende e parte loro addi mandi 
suoi grossi avanzi del soldo, ed intanto a sé chiami • 
raccoglie la sua gente d' arme, i detti due, Gentile e Jacopo 
nimici suoi perpetui, un detestabile ed indegnissimo atto 
ed ufficio di malvagi uomini contro V innocente commisero. 
Perciocché essendosi di siffatta contesa facilmente serviti 
al calunniarlo, e metterlo in sospezione di fede presso 
a quei signori, da' quali nelle cose di stato qual si vo- 
glia sospetto gravemente si pondera, e d'intenzione de' i; 
medesimi, sotto finta apparenza di voler farne mostra nel 
piano di Montecchiaro radunate le genti, e quindi a mezza 
notte verso l' Isola della Scala drizzate 1' insegne a lui 
che ninna cosa meno di questo aspettava, tanto improv- 
visamente pooo innanzi l'aurora sopravvennero, che dal 
calpesto de' cavalli, e dal sonito dell'armi di pochissimo, 
spazio, presentita la rovina che gli veniva addosso, quasi, 
tenjibo ei non ebbe da poter disarmato salire a cavallo, 
ed accompagnato da tre soli fuggirsene. 1 Nella qual fuga 



- 97 -- 

seguitato da' cavai leggieri, e crepatogli sotto per istan- 
chezza il cavallo ; su una giumenta, la qual senza sella 
prestolli un ' villano , ei non fini di correre infino Ih a 
Mantova : rimasane la Bua banda intanto tutta presa ne- 
gli alloggiamenti, 6 spogliata di più che mille cinquecento 
cavalli. Da questa controversia di superiorità e compe- 
tenza, prese argomento il Cipolla, ginrisconsulto assai ce- 
lebre, di comporre un trattato, il cui titolo è, u Della ele- 
sione del capitano: „ Nel quale ei pure si legge, che Barto- 
lomeo Colleoni, s'èra offerto a quel dover farne che aila 
ragione, ed alla sua dignità convenisse t un testimonio 
costante di quanto immeritamente i veneziani prendessero 
la sua fede a sospetto, e 8* indussero a darlo a' suoi ci- 
mici in preda. Peto dove alcun di voi forse, cortesi lettori* 
venisse in dubbio di quanto, o della nobiltà dell' origine* 
o della grandezza de' fatti, o della fede e costanza di 
quest* nomo scriviamo, e non si gravasse di leggere il 
primo trattato del detto Cipolla , io crederei di dovere 
presso altrui acquistarne assai d' autorità e di credenza 
. * nenna mia. Raccolse Lodovico Gonzaga umanissima- 
meni* *ì Colleoni : ed al duca Francesco egli diede tan- 
tosto del : fvvo caso notizia. Il quale un'occasione, di 
che altra più opportuna a quel tempo non se gli potea 
porgere, ciò era di amicarsi e di trarre nella sua milizia» 
capitano di tanta estimazione e valore, ben si seppe pi- 
gliare. Dovendo esso in quella guerra implicarsi, con la 
quale contro una repubblica d'invitta potenza, egli avea 
a difendere e stabilire le ragioni del suo nuovo imperio* 
Chiamato Bartolomeo a Milano, ei fu dal duca Francesco 
con grande benignità ricevuto. Dolsesi gravemente con 
csbo de' veneziani il Colleoni : dimostrando l'oltraggio a 
gran torto fattogli da' loro capitani. Di che sperando lo 
Sforza, eh' ei dovesse loro essere implacabil nemico, die- 
degli onorata condotta di due mila cavalli e cinquecento 
pedoni : assegnatogli ancor maggiore stipendio* eh' egli 

Vita di Colleoni. 7 



^ 98 — 

non chiedea, e donatogli un ricco stendardo cpn V insegne 
sforzesche. Trovasi ancor presso noi la capitolazione di 
quella condotta, autenticata di mano di Cecco Simonetta, 
che si dioea da Calabria, e del suggello ducale* Nella 
quale a favore del Colleoni capitolava e prometteva lo 
Sforza : ohe guerreggiandosi co' veneziani, e togliendoli 
• loro Bergamo e Brescia, egli avrebbe neìl' ano dei due 
territori! a lui dato condecente stato e dominio: E dei 
primi prigioni da conto, che de' nemici s} facessero, egli 
avrebbe fatto cambio e riscatto di madonna Tisbe e 
delle figliuole ; le quali aveano i veneziani commesso a' 
magistrati Ai Brescia, ohe ritener si dovessero* e sotto o- 
sesta custodia mandarsi a Venezia, e di tutti i loro beni 
i tarsi inventario e sequestro. Scrissero parimente a' ret- 
tori di Bcrgatuo, che richiedendo mandassero, a Martinen- 
go e Rumano, che ubbidienza prestassero al veneziano 
• dominio. Ubbidì .senza contraddizione Maartinengo. Ma Per- 
sevalló Colleoni, eh' era podestà in Rumano e oastaUft&o 
> della ròcca, : ai eonte Nieoliao C^lepie* figliuolo di Ttu- 
-sardo, il quale con gente armata per entrarvi a ggenfio' 
ed a Tono! de* Colombi, che oon lettere dì madonna Ti- 
.ehe, nelle quali ella esortava' Persevallo a dover dare la 
••: ròcca, di compagnia v' andarono, egli Wrepid*m*nte ri' 
.spose:, ohe quella ròcca, la quale avea Bartolomeo alla 
aua-fede commessa, mentre ei sentisse lui. vivo,, volo* io- 
inno, alla morte a lui guardarla e- difenderla. Né por loro 
protesti e minaccio, né per priegh» instantiasjmi di tutti 
li terrieri, i quali anai che stare al. pericolo d ? psser visti 
a forza, ed a sacco messi, dicevano voler darpi, e ronzala 
.terra non poter la ròcca lungamente tenersi) egli non si 
potè indurre prima a darla, che da' terrieri medesimi gli 
si rappresentassero comandamenti e lettere «da Bartolo- 
meo impetrate. Il quale con risoluzione di non. meno pru- 
dente, che begnigno signore, anteposta la quieta .e la 
salvezza de 1 suoi, al rispetto de 1 proprir interessi ; egli 



— 99 — 

acconsenti loto ed accordoBsi col tempo, rimettendosene 
alfe speranza di migliore fortuna. Condottò eh* egli ebbe 
Francesco Sforza il Colleoni; dall' armi, e da' consigli 
del quale egli era grandemente animato alla guerra; rac- 
colto su quel di Cremona P esercito, e quindi sopra un 
ponte di barche, con la scorta e braccio di Lodovico Gon* 
zaga, oltre P Oglio nel bresciano tradottolo, combatterono 
ed espugnarono Pont e vi co, castello posto sulla riva del 
fiume: onde per un ponte levatoio e di pietra, i venenia- 
ni aveano libero nel cremonese il passo. Neil' espugnazio- 
ne del castello, ebe per natura e per arte assai da so 
forte, da' veneziani egli era anche ben guardato e difeso, 
e quantunque nello spazio di due giorni e due notti ella 
si fornisse, faticosa nondimeno e difficile dimostrossi la 
virtù e P industria di Bartolomeo mirabilmente chiara e 
cospicua. I veneziani intanto, i quali provedendo alla fu- 
tura guerra, con accelerata e grande opera aveano gittato 
un ponte in sull' Adda a Ripalta, sentendo per lo duca 
fàrsr nel cremonese apparecchio ed assembramento d' ar- 
mi, radunato ancor eglino in sul bresciano P esercito, e 
sotto il Lionessano, a cui dato aveano titolo di general 
capitano, per Pontoglio in quel di Bergamo, e quindi 
nella Giara d'Adda passando, e parte delle genti loro 
per il ponte a Ripalta nel milanese mandata infino a' 
borghi della città erano corsi. La quale per provvedimento 
del duca ben munita trovando, e dentro a' luoghi forti 
ridotti uomini e bestie , e di vettovaglie e strami tutto 
vuoto il contado, ripassati nella Giara d' Adda, e per lo 
Cremasco venuti a Soncino, nobile e forte castello su quei 
di Cremona, e combattutolo e vinto, misero tanto spa. 
vento alle vicine castella , che Romanengo, con P altre, 
poste lungo la via da Pontevico a Cremona, tutte a' ve- 
neziani si diedero. I quali per questo preso animo, a Gio- 
venale passando, minacciavano Cremona: nella quale era 
voce ch'avessero intendimento e trattato. A tanta mossa 



— 100 — 

e progresso de' veneziani, dal suo proponimento niente si 
mosse lo Sforza. Ma come detto abbiamo, egli passò nel 
bresciano. Campeggiavano adunque amendue questi eser- 
citi lungo il fiume Oglio di rincontro l' uno all' altro. Né 
già buon pezzo aveano fatto a' paesani sentirne maggior 
gravezza od incomodo che di alloggiamenti e di strami. 
Cessata 1' una parte e l' altra dalle scorrerie, dal fare 
de 1 prigioni e dal combattere le terre : quelle . solo rice- 
vendo, che di loro volontà si davano: e vicendevolmente 
intendendo a straccarsi, con nudare la guerra su quel 
del nemico. Quando da questa nuova e piacevole maniera 
di guerra piena di una certa civile temperanza e modestia, a 
nimicarsi ed offendersi con ogni sorte d'oltraggio in que- 
sto modo si venne. Avea Guido Rangone, condottiero de' 
veneziani, da Rumano, ove egli era. a presidio con tre- 
cento cavalli, fatto incursione poco anzi sopra . quei di 
Covo, castello che a' contini di Rumano, su quel di Cre- 
mona, possedea il Colleoni. Ad onta di cui solo e di- 
sprezzo, egli avea villanamente fatto dare il guasto, virus 
gran spazio di piano, che si chiama il Co vello. Il quale 
andando già a pasco ed incolto, aveal Bartolomeo, uomo 
intendente e provido, fatto porre a coltura, e tutto era 
allora pieno di morbidissime biade. E quasi tutto in un 
tempo, essendo otto saccomanni del Colleoni iti fuori ac- 
cattando strame, furono dagli uomini di San Zennone, 
presso Brescia a tre miglia, sette uccisi di loro, e nel 
naviglio gettati, ed air ultimo cavato un occhio e tronca 
una mano ; dicendogli, che a' suoi x>r n' andasse, e ne re- 
casse la nuova. Le quali cose sentendo, e gravissimamente 
Bartolomeo portando, con licenza del duca, che ad Orla- 
no avea il campo, fatto i suoi porre in arme, con parte 
ancor di quelli di Lodovico Gonzaga, da quattro mila in 
tutto tra cavalieri e pedoni, scorse spaventoso e terri- 
bile sino dentro le chiuse, ed in su i fossi di Brescia. 
Ributtati nella città, con gran, danno, una grossa banda 



- 101 -r- 

di cavalli, verniti a spalla e difesa d' una gran moltitu- 
dine d' uomini e bestiami, che da tutto il contado, fug- 
gendo la furia nimica, s' era sotto le mura, quasi a luogo 
sicuro, raccolta. Ed il dispregio della superba città fatto 
impeto e prova d' entrarvi a tre porte con terribili as 
salti, lasciatala tutta piena di tumulto e spavento, ed a 
San Zennone tornatosene, la morte e lo strazio de' suoi 
con pari crudeltà vendicando, egli ne condusse al campo 
tra cittadini ed altri più che 400. prigioni, e presso a due 
mila grossi capi di bestie. Da questo si grande ed ani- 
moso fatto, gli altri condottieri, quali per emulazione d'o- 
nore, e quali per cupidità di guadagno incitati, discor. 
rendo a gara, e predando, metteano tutto il contado e 
la città in grandissimo terrore e scompiglio. Di che i ve- 
neziani furono necessitati dal cremonese levarsi: e di 
sotto a Soncino ripassando 1' Oglio in sul bresciano tor- 
narsene. S' era il veneziano esercito fermo presso a Por- 
zano, in un luogo cinto dalle paludi talmente, che fuori 
che .per un passo assai stretto ei non potea andarvisi. 
Perchè vergendo lo Sforza , il quale da quattro miglia 
ivi pressu .'^vea il campo, con quanto loro vantaggio, tra 
per la natura. del «ito, ed il comodo d' aver vettovaglie, 
fossero per accamparsi in quel luogo i nemici, egli era 
con tutto l'esercito venuto per vietargliele, e commettere 
giornata. Aveano allora i veneziani in campo sedici mila 
cavalli, e sei mila pedoni. Avea il duca Francesco di- 
ciotto mila cavalli, e tre mila fanti. Di questo nobilissimo 
e potentissimo esercito, alla espedizione ed impresa di 
tanta. importanza e pericolo, troviamo Bartolomeo stato 
essere conduoitore e guida ; anteposto in ciò dall' auto- 
rità e giudizio di quel principe e capitano sapientissimo, 
a Lodovico: Gonzaga, ed a quanti altri condottieri illustri 
sotto lui militassero. Con bello e maestrevole ordine, e 
quanto la disposizione de' luoghi, pativa, condusse como- 
damente il Qolleoni, e pose in faccia de' nemici 1' esex- 



— ■ 102 — 

cito, e con baldanza grande Bfidò loro a battaglia. I quali 
avendo occupato e fornito di potente difesa* quel passo, 
per cai solo era dato ne* loro campi l'entrata, e quindi 
senza impedimento dalla città e dal contado somministran- 
dosi loro vettovaglie in gran òojtfa, e cosi sperando do- 
versi, senza sfoderare la spada, scacciare da' loro terreni 
il nemico, rifiatarono di porre combattendo le cose loro 
in pericolo. Furono tuttavia di quelli che dissero : il Lio- 
nessano, e Jacopo Piccinino, riguardando più al loro pro- 
prio, che al pubblico pericolo, avere con più tosto sicurot 
che sincero consiglio, rifiutato di venire a giornata. Quasi 
ei fosse loro dato che pensare assai, e òhe guardarsi in- 
nanzi, dal vedere il Colleoni , con tanto d' autorità e di 
forze in queir esercito, minaccioso insultare e fulminare 
in fronte alle schiere- nemiche. Il quale non solo per o 
stimolo della propria gloria, e per o vincolo artissimo del 
militare giuramento, oppure per V ambiziosa gara e eoa* 
tesa di precedenza nelP armi, egli era per dover acremente 
contro essi difendere le ragioni della guerra, per lui buo- 
na parte suscitata e commossa; ma per gravissime ingiu- 
rie ed offese, tutto ancora infiammato ad odio' ed a ven- 
detta privata, egli era per dover trattar loro in ogni caso 
di fortuna contraria, da capitali nemici. Feoesi nondimeno 
in quel giorno a vista d' amendue gtì eserciti una zuffa 
terribile. Perciocché parendo a Bartolomeo, che 1' essere 
venuto con tanto d' animo e forze a trovare il nemico, e 
standone ognuno sospeso nell* aspettatone di qualche 
grande conflitto; il non fare poi contro esso esperimento 
alcuno d'armi, fosse per dovergli dar nota di poco bravo 
guerriero, egli andò ad assaltare e far prova di vincete 
quel passo. Nel quale assalto non pochi, ma tuttavia più 
de' veneziani perirono. Cenciosi», che mentre Bartolomeo 
dal di fuori animosamente assaltava e combatteva il ne* 
urico, avendo lo Sforza inel frift alto margine della palude 
(secondo 11 nuovo uso dal Co-Beoni introdotto)' piantato 



— 103 - 

•due grosse bombarde, e con esse tirando e ferendo per 
fianco, egli offendesse, aspramente, i soldati, che dal di 
«dentro de' campi alla difesa del passo accorrevano. L'e- 
spugnazione del quale conoscendo in ogni modo lo Sforza 
pericolosa e difficile, richiamò il Colleoni dall'assalto, e 
ai ristrinse nel campo, quanto più potè vicino a' nemici ; 
. facendo tuttavia Bartolomeo scorrere, e loro rompere le 
vie della vettovaglia. Ivi a pochi giorni, mosso quindi il 
•campo lo Sforza, egli andò sopra gli Orci, castello, che 
di qua dall' Oglio assai forte, dirimpetto a Soncino, i ve- 
neziani tenevano. I quali essi ancora si mpsser, ed acco- 
sta il castello col campo si posero, Ma poiché i veneziani 
in fine videro, con tal sorte d' armi non potersi da' loro 
.confini scacciare il nemico, mandata parte delle genti oltre 
V Adda, le quali molestassero il Lodigiano, onde il duca 
*vea gran sussidio alia guerra; stimando che per que- 
st'incomodi egli avesse a t0rn9re.su quel di Cremona, 
diedero questo carico a Carlo Fortebraccjk) detto da Montone, 
,$d a Mattea da Papua. 1 quali con tre mila cavalli e 
duemila fanti, passato: 1' Oglio a Soncino, e con celerità 
oav.aìcando per lo Crem&sco a' confini di Lodi, nel silen- 
zio della notte, non lontano da Cereto fatto avendo un 
ponte di navi in sull' Adda, e da ciascun de' capi rizzato 
un gran forte , -e 1' ano e 1' altro ottimamente munito , 
quindi nel Lodigiani scorrevano saccheggiando e gua- 
stando. Onde sentendo lo Sforza di quanto detrimento alla 
guerra fosse per, dovergli essere, che i veneziani, tenesse- 
ro, in sull' Adda quel .ponte; egli avea a Lodi mandato 
£>ier Maria Rosso ed Antonio da Landriano con mille 
cavalli; comandando loro, che dal di sopra nel fiume, 
grande quantità di legname gettassero. La qual mentre 
scendendo ed urtando, ella .sfotvzasse e dissolvesse il 
ponte, essi la bastia posta in capo d' esso, di versa Lodi 
assaltassero, e facessero prova di levarne il nemico. La 
qual cosa per loro con diligenza eseguita, ebbe nondime- 



— 104 — 

no esito alla speranza contrario. Perciocché vèggendq i 
capitani veneziani quella materia- venire alla seconda del 
fiume, diviso da qnel lato il ponte, ove il corso più rapi- 
do la sospingeva e traeva, e lasciatala andar oltre, (che 
per la violenza dell'acque ella passò tantosto) ed indi 
ricongiunto il ponte, ed alla bastia, la quale aspramente 
i nemici aveano comincio a combattere, venendo in soc. 
corso, quella non solo difesero, ma eziandio loro ruppero 
e riscacciarono in Lodi. Né per questo intralasciò il duca 
Francesco l'impresa del ponte, e mandovvi' Alessandro 
Sforza il fratello con due mila cavalli. Co' quali, e con 
le genti che si trovavano in Lodi, e con quanti uo- 
mini avea in quella città atti a portar arme , e con tutte 
le artiglierie, delle quali v' avea gran numero, egli an- 
dasse ad accamparsi dirimpetto al ponte. Il quale secon- 
do 1' ordine andatovi per poca ubbidienza de' suoi, il più 
de' quali in sul fare degli alloggiamenti , attendendo piò 
ai loro comodi, che a* comandaménti del capitano, erano 
giti fuori per vettovaglia e strame, fu da Carlo e Matteo, 
che dalle cime degli alberi altissimi nella ripa di quardal 
fiume osservare facendo ogni suo progresso, cou celerità 
è silenzio incredibile aveano passato il pr ite, assaltato 
improvvisamente e rotto con perdita d * e ampi e car- 
riagi, e di più che due mila cavalli, fuggendosene egli 
con gran rischio della vita ferito. L'aonde il duca Fran- 
cesco, per le due rotte a' suoi date, niente ancor meno 
animato all'impresa; egli comandò a Bartolomeo Colleo- 
ni, che con tutte le genti, che aveano di qua dall' Adda 
le stanze andasse e togliesse a' veneziani quel ponte* 
Raccolto Bartolomeo all' insegne 1' esercito, eh' era con 
tutti i suoi da sei mila uomini dà pie e da cavallo, pel 
territorio di Crema, non avendo più spedito) cammino, s' ad- 
dirizzò verso il ponte. Ed ecco venendo avvisato, 1 ohe 
Gentile della Lionessa, generale de' veneziani, e Tiberto 
Brandolino, con parte dell' esercito, levati dal bresciano, 



— 105 — 

s'erano presso a Crema eoi Fortebraedo accollati, e 
nella via di Lodi stavano con le genti in arme per difen- 
dergli il passo; fatto tantosto fermare l'ordinanza, e con 
brève sermone preparati i suoi e disposti ad aprirsi il 
paflBO col ferro; egli andò alla dritta passando poco meno 
che radente i nemici. I quali spaventati dalla sembianza 
terrìbile, nella quale con saldo passo ed intrepido la 
bene instratta battaglia di Bartolomeo marciava, e più 
dalla vista superba di quel gran capitano, che risplen- 
dente e riguardevole per le ricche armi e pennacchi, 
aopra un nobil corsiere giva or da lato, or da fronte vol- 
teggiando alle squadre, non si attentar d' affrontarlo; ma 
solamente alla coda gli diedero un assalto. Ma egli loro 
ributtò con loro danno, e continuando il cammino, prima 
che il sole tramontasse, alla bastia posta in bocca al 
ponte di qua del fiume ei pervenne. Alla quale accampa- 
tosi, e da due lati applicatovi macchine e stromenti da 
battere, e con indefesso impeto e sforzo di ripetuti as- 
salti tutta notte combattutala, la mattina per tempo l'ebbe 
vinta e presa. Indi per il ponte all' altra bastia passan- 
do, e col medesimo impeto assalitala; quella eziandio fra 
poche ore occupò, parte a pezzi tagliati, parte sommersi 
nel fiume, e preso il rimanente di quanti al loro presidio 
trovarsi. Le quali amendue spianate, e levatone il ponte, 
ei se ne tornò vittorioso allo Sforza. Il quale ancor che 
pel sopravenire del verno egli avesse già mandato tutti 
gli altri suoi capitani alle stanze, e sé ridotto in Cremo- 
na, nel tèmpo nondimeno da osteggiare e combattere il 
più malagevole ed aspro, e quando appunto le strade da 
profondissimi fanghi tutte impedite e guaste in quei luo- 
ghi si trovano ; (ciò era al fine di dicembre) egli avea al 
Colleoni domandata la difficilissima impresa delle bastie 
e del ponte. Di ohe l'onore e il pregio d'averla con 
tanta celerità a fine condotta, tornolli ancor per ciò d'assai 
più chiaro ed illustre. Mentre di questa maniera le cose 
Vita di Colleoni. 7* 



— 106 — 

tra i veneziani e lo Sforo* intona* all' Adda passavano, 
Gngliehno da Monferrato, fratello del marchese Giovanni» 
capitano di chiarissano nome, avendolo Alfonso re di Na- 
poli, ohe co 1 veneziani era ia lega, assoldato e condotto 
con quattro mila cavalli e due mila pedoni, avea rotto»* 
fiati» impeto sn quel d' Alessandria, ed in pochi giorni 
costrettovi il più delle .castella a darsi. E quindi nel Tor- 
toaese passando, e. Pozzuok) espugnato, egli era coreo 
predando fino sa qael di Pavia. Avea il duca Francesco 
pandato Currado, il fratello, con tre. mila cavalli e cut* 
queoento fanti alla difesa di quella provincia* Il quel* 
veggendosi di forze assai inferiore al nemico, s' era mi 
Alessandria ridotto giudicando fare a bastanza se la città 
difendesse. La quale scopertasi in due fazioni divisa* Fona 
parte a' francesi, e l'altra a Monferrato inchinando, e 
per. ciò temendo Corrado di qualche sedizione e rivolte » 
egli avea al duca fetto intendere, che s' ei don vi man- 
dasse più gente, quella città, trovarsi in manifesto peri- 
colo. Laonde poco appresso' avea lo Sforna mandatovi 
Qiovan dalla Noce, con mille cavalli, e con suprema au- 
torità in quella guerra. Alla, venuta del quale ritiratosi 
Guglielmo nelT Alessandrino; mentre egli assediava Cas- 
sino, da Giovanni e Corrado, improvvisamente assaltato 
e spogliato de' campi, s' era in CaetelnuQvo raccolto. Ma 
sentendo ivi a pothi .giorni- la nuova di quella rotta no* 
labile, che ad Alessandro Sforza i veneziani aveano dato; 
in sali' Adda? egli avea ripreso animo, e eoa. forse mag- 
giori ^apparecchiava alla guerra. Avea Giova* dalla Hoeo 
tenuto in quei giorni trattato di passare a Guglielmo. Dtt 
che per lettere di Corrado avvertita ho Sfotta, egli co- 
mandò eh' ei si ritenesse e conducesse a Cremona* Ove 
esaminato e confessato, il delitto fu fatto, morire. Era 
Gtovan dalla Noce uomp nobilmente nàto, nel castello di 
Crema. Ebbe col re Attorno condizioni e gradi nella mi- 
lisia onorati. E, presso lu) ne venne in tatto d' autorità» 



— 107 — 

e di grazia che fattolo cavaliere dell' ordine reale, con 
titolo di viceré nella Calabria mandollo. Ove tentando egli 
eentro il re cose nuove, ed avendolo fatto Alfonso pren- 
dere per dover punirlo, ad intercessione ed in grazia del 
duca Filippo lasciollo. Gol quale mentre ei visse, è co' 
milanesi da poi, ed in fine con lo Sforza ; egli avea mili- 
tando dato ancor prove tali di valore e di fede, che se 
alla sua fama all' estremo ei non avesse mancato, egli 
«ra senza dubbio per dover salirne ad alto grado d'onore 
e di sé lasciar nome tra i capitani più illustri. Se già 
presso altrui forse ei non bastasse a scusarlo quel desi- 
derio impotente insito da natura nell'uomo, di stare so- 
pra gli altri. Perciocché si disse che a' veneziani passan- 
do egli avea patteggiato d f averne Alessandria, o Torto- 
na. Sollevato adunque il duca Francesco per la vittoria 
del ponte a Gereto, della più grave cura, che da questo 
lato il premesse, egli fé' cavalcare con la sua gènte d'ar- 
me contro Guglielmo il Colleoni, il peso di quella guerra 
tutto nell' autorità e virtù sua mettendo. Il quale a sé 
chiamate le genti, le quali alla guardia di quella regione 
Corrado tenea, ed uscito in campagna non pure raffrenò 
e ripresse ogni nuovo impeto e moto del potente nemico, 
ma corse ancor ne' suoi confini assai dentro, e ne portò 
gran preda. Vennergli di quei giorni in soccorso cinque- 
cento cavalli, guidati da quel Rinaldo Dresnai, ch'egli 
avea già vinto e preso nella giornata del bosco. Questi 
era allora pel re Carlo governatore in Aste. Il qual re 
tolto a favorire avea le parti Sforzesche. Diede Bartolo- 
meo a Rinaldo il più delle sue genti a piedi, con tutte 
1' artiglierie del campo, e mandollo a combattere Cornienfo . 
castello. Al quale dato tutto un giorno la battaglia, e 
trovatolo ben munito e difeso egli abbandonò l'impresa, 
tornandosene ii giorno seguente in Aste» Ma Bartolomeo 
nel Tortonese passando e posto il campò a Pozzuolo, ri- 
cuperollo per forza. £ quivi, e nelle tèrre vicine, mise*. 



— .108 — 

svernare i soldati. In questo tempo Renato <T Andegavit, 
volgarmente appellato d'Angiò, della stirpe reale di Fran- 
cia, essendo poi la morte di Lodovico il fratello successo 
nel regno di Napoli, e pochi anni appresso scacciatone 
con 1' armi d' Alfonso , mosso da' prieghi , e promesse, e 
da' grossi stipendj della fiorentina repubblica, al passare in 
ajuto dello Sforza in Italia; egli era giunto in Aste con 
trentacinque squadre elette di cavalleria francese, oltre a 
due mila pedoni. Era il re a Giovanni e Guglielmo per 
amistà e per sangue strettamente congiunto : era pari- 
mente del duca Francesco confidente ed amico. Il perohè 
tramottendosi giudice ed arbitro di pace fra loro; mentre 
egli trattava e sollecitava con Bartolomeo V accordo, e 
dall' altra parte Guglielmo con infinte cagioni ("perciocché 
stimava il re dover in breve quindi partire, ed egli nella 
guerra meglio che nella pace nudriva i soldati) mette» 
tempo di mezzo, e caviliosamente differiva l' accordo ; egli 
non potè lungamente 1' avvedimento sagace di Bartolo»*) 
ingannarne. Il quale come capitano prudente, non lascian- 
do ne' maneggi di pace di pensare alle cose onde egli *- 
vesse potuto, s' ella non seguisse, danneggiare il nemico, 
poiché apertamente ei vide, che a Renato ed a sé dato 
erano da Guglielmo parole, arte con arte beffando; ma 
fatti per parole rendendo egli andò segretissimamente una 
notte, e con gente armata occupò all'improvviso per via 
di trattato la ròcca di Borgo San Martino. Tenea Giovan 
Montaldo da Genova dal marchese Giovanni per denari 
prestati quella ròcca in pegno. Onde volendo egli assi- 
curarne il credito, e sottrarsene a' pericoli della guerra 
imminente; avea mandato offerendo ad Andrea Birago, 
commissario degli Alessandrini che rimborsandogli la pe- 
cunia prestata, dato avrebbe la ròcca. La qual cosa rap- 
portata dal Birago al Colleoni, egli non volle perdere 
-occasione b1 bella da poterne costringere, e trarre con 
.suo gran vantaggio il nemico alla pace. Percioochò oc- 



— 109 — 

cupata la ròcca, tanto spavento quei del castello ne pre- 
aero, che Bubito s'arrenderono. £ Guglielmo, e Giovanni, 
mossi dalla grandezza del pericolo; perciocché il castello 
era posto appunto nel mezzo degli stati loro, e ben mu- 
nito, e pieno d' ogni vettovaglia, liberamente nel re si 
compromisero, e pregarlo a dover mandare innanzi la pace. 
11 quale, preso tempo a doverla trattare col duca, e fatto 
una tregua, che a suo arbitrio durasse; mosso quindi l'e- 
sercito nella Lombardia, e nelle parti inferiori del bre- 
sciano, ove lo Sforza avea i campi, il condusse. Seguillo 
poco appresso con le genti italiane il Colleoni, riportando 
©on singoiar sua laude della guerra con Guglielmo sopita, 
grande e ben opportuno giovamento allo Sforza. Le cose 
del quale, mandato in Alessandria Bartolomeo Colleoni, 
elle andarono nel bresciano tuttavia peggiorando. Percioc- 
ché i veneziani in quel mentre aveano combattuto ed e- 
spftgnato Manerbio. Ove ferito, e fra pochi giorni mortosi 
in Brescia, Gentile il loro capitano, quella maggioranza 
• data aveano a Jacopo Piccinino, giovane bellicoso e fero- 
ce. Il quale avendo tantosto Quinzano e Pontevico espu- 
gnate, parea dover in breve al nemico ritogliere ciascun 
passo dell' Oglio, e quindi con la fame non meno che con 
l'armi scacciarlo. Quando accresciuto il duca Francesco, 
e per gli ajuti francesi, e per le genti da Bartolomeo 
condotte, meravigliosamente il suo esercito, e disposto a 
proseguire con tante forze d'armi contro i veneziani l'im- 
presa, convocati alla presenza del re tutti i principali 
del campo, per dover consultare sopra le ragioni e modi 
del maneggiar tanta guerra, dicesi che primo degli altri 
Lodovico Gonzaga cosi consigliando ei propose: doversi 
da Levante sopra Asola condurre l' esercito, castello, che 
a' confini di Mantova e Brescia già posseduto avea il 
padre. Il quale espugnato, egli affermava, ohe tutto ciò, 
che da quel lato inaino a Brescia i veneziani tenevano, 
facilmente si sarebbe a loro tolto. E quindi nel veronese 



— 110 — 

pasaandos, agii sperami quella ritta poto amica, diceva, al 
veneziano imperio, dover cestro loro sollevarsi all' armi. 
£ non essere punto vano pensiero, ohe passando 1' Adige 
si potesse occupare quanto ha tra Verona e Venezia. 
di tante almeno con le scorrerie arrichirne V esercito, 
che senza altro stipendio ei se ne avesse a nudrire tatto 
il prossimo verno. Offerendo egli in somma di dover son- 
ministrare da' suoi fini, fanterie e vettovaglie con tutto 
ciò che facesse bisogno al passare de 9 fiumi. Gol quale 
consiglio fondato sopra la sperama di cose in apparane* 
grandi veramente e magnifiche, e sostentato dalle gagliar- 
de proferte che dt tutte le cose a tanta impresa opportune 
faceva il marchese, egli era per dover di focile tram il 
duca, e gli altri nella stia sentenza. Se Bartolomeo Col- 
leoni, avvedutosi V apparer del Gonzaga tenderà più 
tosto alla propria, ohe alla pubblica canea, consigliato 
non avesse in contrario, e proposto t prima d'ori" 
altra cosa doversi . ire a prendere i passi dell' fluito- 
I quali occupati, tutte le castella, che nel Cremonese & 
grano abbondantissime, i veneziani tenevano, ed il costa- 
lo di Bergamo con tatto dò che tra 1' Adda e. V Ogtio 
era in potestà loro, volontariamente si darebbono. Ag- 
giungendo, che gli Orci nuovi e Rohado, non erano da la- 
mare in mano de' nemici. Perciocché, ehi quelle due ca- 
stella avesse in balia egli sarebbe signore delia, parte ** 
periore ed inferiore del bresciano. Affermando qua** 6 
cose certe essere, e sommamente opportune alla gnsira 
{presente, e quelle che proponeva il marchese assai dubbie, 
e poco utili Fu la sentenza di' Bartolomeo da tutti ($ 
•altri approvata, fuori Cristoforo Torello e Donnine 4* 
Panna, che eoi Gonzaga tenevano* Finalmente il dati 
.Francesco, nuove altre ragioni adduoemio contro lappai* 
del marchese, e tatto ciò ripetendo eh' avea proposto il 
Colleooi; egli conchiuséed approva, Beeondo il oefcsigtto 
di quello* dover maneggiarsi ila guerra. Divise «doto*» 



— Ili — 

lo Sforza in cinque colonnelli l'esercito a ciascheduno 
assegnando ventìcinque squadre, di più che cento e venti 
«omini d' arme per ciascheduna. Prendendo egli per sé il 
primo a condurre; il secondo dando al marchese, ed a 
Bartolomeo il terso, il quarto a Tiberto Brandolino, il 
qual poco innanzi a lui qra da' Veneziani passato, e l'ul- 
timo a Renato. Con quest'ordine mosso da Ghede il duca 
I>ancesco, egli andò a combattere ed espugnò Bassano, 
«astello tra Pontevico e Manerbio. Indi con maggiore dif- 
ficoltà e pericolo combattè e vinse ancor Pontevico. Per» 
•iocchè avendo il duca a" prieghi di Renato concesso ohe 
la combattendo ili castello isuoi primi fossero a far esperi- 
mento e mostra quanto nel battagliar delle terre i fran* 
oasi valessero^ e quelli più delle sole forze, e d'un furi- 
bondo loro impeto che d' alcun arte e perizia di militar 
disciplina negli assalti valendosi; furono da quei di den- 
tro respinti con notabile offesa, e perdita di buon numero 
loro. Onde avendo intanto lo Sforza da un luogo eminente 
bombardato le mura, e fattone cadere un gran pezzo, a 
Bartolomeo comandò, che per la batterìa ei facesse prova 
è* entrare nel castello. 11 quale ratto una battaglia de' 
più ricappati soldati delle fanterie eh' esso conduceva, e 
con alquante fila d' uomini d' arme a piedi, il più capi di 
aquadra, fortificatala in fronte ; egli appresentò i suoi al- 
l' assalto. I quali tuttavia, lui presente e somministrante 
le cose opportune al combattere, e loro innanzi spingendo, 
ed animando a gran voce ; per le rovine saliti della mu- 
raglia abbattuta; con tutto, che quei di dentro facessero 
valorosa contesa, con prova d' ardimento e di fortezza 
mirabile, per mezzo 1' armi nemiche entrarono nel ca- 
stello. Nella presura del quale i francesi) convertendo in 
efferata rabbia la vergogna della male impresa battaglia, 
uccisioni 1 , rapine ed incendj, con ogni specie di barbara 
crudeltà contro i soldati e terrieri commisero. Di che 
tanto spavento ooeupo le castella, che su quel di Cremo- 



— 112. — 

na i Veneziani tenevano , che fuor che Romanengo e 
Soncino, tutte al duca tornarono. £ quelle ancor del pia* 
no di Brescia, parte combattute e vinte, e parte di Loro 
volontà, dagli Orci nuovi infuori, si:, diedero. Questi re-: 
pontini e gran moti, misero a' veneziani in dubbio, che 
partito pigliarsi: parendo loro, pericolosa cosa lo starsi 
più lungamente a Porzano. Nò d' altra parte veggendo 
dove poter andarsi : tal eh 7 ei non paresse che se ne rug- 
gissero, ed assai ne perdessero di riputazione presao ai 
popoli, vedutisi ogni speranza di soccorso mancare. Con- 
sigliando nondimeno i veneziani legati, . che sopratutto ei 
s' avesse cura di conservare 1' esercito;, postisi con mira- 
bile silenzio una notte in arme, ed apprestate le cose op- 
portune al cammino, e la mattina per tempo tutti. in una 
schiera levate P insegne di buon passo marciando di là 
dalla città di Brescia, tra le radici de' monti ed ili navi- 
glio, che dal Ghesio esce, a' andarono a porre col campo. 
Spiacque grandememente allo Sforzai ed a Bartolomeo 
Colleoni, che con la gita del nemico esercito fosse tolta 
loro P occasione di combattere, e di una bella vittoria* 
Ma avendo essi già, come detto abbiamo, ridotto in pote- 
stà loro fuorché gli Orci nuovi, tutto il piano, di Brescia; 
commise a Bartolomeo lo Sforza, ohe. passando per Pon- 
toglio in quel di Bergamo, egli andasse a ricuperare, Mar- 
tìnengo e Rumano. Ed esso col rimanente dell' esercito 
rivolto alla parte montana, mise campo a Rohado. Cavai* 
co con le sue genti d'arme sopraMartinengo.il Colleoni. 
Ma per non porre il castello, che di sua ragion era, in 
pericolo, egli patteggiò co' terrieri in segreto, che preso 
eh' ei si fosse Rohado, essi ancor si darebbono. Quindi 
cavalcando a Rumano, e lasciate a mezzo il , cammino il 
pia delle genti, e fattosi con alquanti de' suoi in cospetto 
a quei della terra, eh' erano corsi alle mura; dicono oh'ei 
non disse a loro altro, se non : " io son qua. „ Di ohe essi 
radunato il consiglio, e rumoreggiando di dovere a lui 



— 113 — 

darsi, ma perciocché il podestà contrariava loro, fatto a 
Bartolomeo intendere eh' ei potea andarsene, e nel giorno 
seguente per la risposta tornarsi , egli senza fare loro 
motto incontinente die volta. Ma essi saggiamente tanto- 
sto mutato consiglio, dietro mandargli offerendo di dare 
la terra. Ed esso vi rimandò Antonio Colleoni condottie- 
ro di cavalli, e Domenico da Forlì, ano de' suoi oonesta- 
bili, i quali a mezza notte nella terra introdotti, la tona- 
ta in suo nome ne presero» £ Bettino da Covo, il castel- 
lano della ròcca, patteggiando d'uscirne con tutti i suoi 
libero tra due giorni la rendette. Nel brevissimo spazio 
de' quali tutte ancor le castella di Val Gallepio e Tre- 
scorio, e di quel tratto di piano che ha tra Bergamo e 
1' Oglio, più con 1' autorità che con 1' armi Bartolomeo ri- 
dusse all' ubbidienza del duca. Il quale avendo per otto 
giorni continui combattuto aspramente il Castel di Boha- 
do, e Contorno da Carpi, che v' era dentro a presidio, 
virilmente difendesselo , chiamatovi con le sue genti il 
Colleoni, e l' oppugnazione rinforzata, il costrinse ad ar- 
rendersi. Ottenuto Bohado, quei di Martinengo mandarono 
a darsi, e Bartolomeo v' andò a pigliarne il possesso con 
venticinque cavalli. Avea eziandio lo Sforza mandato a 
combattere, ed ottenute le ròcche di Palazzuolo d' Iseo, 
e della Valoamonica: fuor quella di Brè solo, terra prin- 
cipale della Valle, ohe con potente presidio era da' ve- 
neziani guardata, mentre esso Sforza accompagnato pure 
da' consigli e dall' arme di Bartolomeo Colleoni, ito a 
campo agli Orci, e con perpetuo impeto di batterìe e 
d' assalti notte e giorno da più lati combattuto il castello, 
avealo costretto a darsi, e di Solicino parimente la dedi- 
zione volontaria poco prima ottenuta. Dopo l'acquisto 
degli Orci, avea il duca mandato Angelo da Caposelve, 
con parte dell' esercito sopra Romanengo. Ma sentendone 
1' espugnazione difficile, perciocché i veneziani v' aveano 
a difesa buon numero di franchi soldati, egli vi fé' cavai- 

Vita di Conéoni 9 



■ '- »' •' . ••'•• ■■ ■■ ■ ■ ■ .-. '1. 

care il • Colleoiiiv 11 .quale .gravatovi in^uel, punto Qbe^, 
il capha&o delifwosjdio area Mkoxl mondato stawÀ uo^inA».* 
d' arme e-faBtiv«o' iprin<5Ìpaliiodellaitwfara, parafe^, QoKJftr ,, : 
poselve attaccassero* parlamento é 1 acaoidot essi nel vQfto&i .. 
8opr*g^iu«gere ^uoyadgente.nemica^/SOBpettando ,d* ingan^ < 
no e"repentinamea£e svolgendosi /per rifuggii nel, caa,tf)Llq ; j, lt 
allettarono con'la>fuga loro^a mossero a. seguitarli il,Ciolr?i *■ 
leonk^ E la mossa f tk. tale,.; okei,. spiatosi rattam^ntti fra. ;il 
loro; «dia misehie-eon essi c<wrso alla parta. e,JattQ. J im T {,o. 
peto, ei v' entffó «loro malgrado^ aprendo, a',, suoi laivja.^i *» 
entrare»^» saoaheggiaw il: castello. Avea< anaoritra. tan^e,,,, 
il duca • Francesco, per via de* suoi -partigiani sollevatecele > 
castella della Giara d'Adda* talché scacciatine i veu&zia»^ 
ni pre&idj,- «tutte fuor che 'Crema s/ erano, va. lui date. ,$<,„ 
mentre * questa maniera/ eoi/ fomento ed <ajuJx>, ideila ... 
prudenza e <*•> fatti di Bartolomeo Colleoni, n le coaeft-/., 
vorevoli-per «lo* Sforza ^passavano, non^iniralasciava . t Xoi,«.-j 
dovico'^Gkmsaga di*. sollecitarlo, e, pregarlo* cte</Pfi|^v, 
parti' inferiori «del bresciano xonducen do. ,r, -esercito, egli,. . 
andasse» sopra Asola. A' prieghi del quale differendo, \% ; 
Sforza 1' oppugnasene di Orema, e perciocché, il.verjao*. 
era 'presso/ distribuite il .più- del(e genti ai le, stanze, q&so . 
e Lodorieo, con due ■ squadroni espedili, per combattenti.,,. 
Asola, 1 verso^' il mantovane n^andev A*enda;iinna#zi,].a A , 
gita costituito' Bartolomeo* con autorità suprema, capita- . 
no 'aliai gnerra^ed' assedio delle 4ue 4 città, Jfreecia^e Bep Tli 
gamo*? oome» quello il quale ^ di Ruttili Ju$ghi.,e passile,. 
di •ciascun riposto 4 cartone «della f oircostaatì contrade,, ^ 
a vea- particolare, <>e certa cognizione e pratica, lineila pa^o 
tria^ capoterà e* principe della, patte JGtaei£a.,E copie quelli 
sopra tutto, per» il -cui consiglio ^^alore*; egU.&vea^coqu,, 
tanto animo pve*a* e* <5on >ai felice^ rpgrfìaao, Jìnou^qu^l , 
giorno condotta «una- guerna *t>g*ande. ^E, secondo* le* coifo * 
venzioni e patti eh' egli avea con esso, riconfer mollo il 
duca in signoraggio libero di Martinengo e Rumano, con 



— 115 — 

aggiunta <T Urgnaao e. Gdlogao, altre due buone castella 
del piano Bergamasco. Fermatosi Bartolomeo in Urgnano, 

<: <A «*o« M*fcMte'$niito a'baéa pel>*verba oh»*di quett^nno 

■' 111 Wftprì&ArmJ Ma parte canni'* autorità ne 4* benejvoJenza 

>Ms>pGt&riéovV<fiÀ&tv KtHcbm mUfetrij f>arte mi terrore e 

' ' ótfb \* armi* fra fiochi ^giórni 4#i <aèeordt e tr*tse -alla di- 

-•^ofeittce del* duca •■ tolto ir rimanente del < piano, > eoi più 

•» dkflte 1 tndntagtfé. è valli» di Bergamo^ luoghi > per asprezza 
«Ai witd> e> «per ferocità» e><o*pia id> abitatiti ipresso che in- 

t> *vin4itrili. 'Boto Va) Seriaoa inferiore, <*** la- ciatk tettando, 

^ttoti èi'»jrjtea "dàlia foèrffdrf veneiriaiii tojacebre. <£i.quei di 

« «. ^Val^Stai'Martìno/lfwwide^e "popolosa «aliata, .essendo in 

* « ; disparere* fragore del 'dovemmaì duoa> accontarsi* fattovi 
w Barlolomeiy 'un»ncarvaleata^ toso 'dastrinsat ali* accordo. 

*••• a «Stava nella! fedtf *pdr «acher la- rócca *d* Brè .in ■ . Valeamo- 
ri ^aicia; A soccorso d»l*a'^nalo ed >». ricuperar i>le> fortezze 

" >: dtofr nelle parti superiori" del bresciano odfcupara.lo.Sfor- 
' '•"**,; Jrveano; i veneriaai' mandato» tradì fanteria, pagata, 

' "• «A altre 'gtMrti eoUetteVcti f Vài dissabbio» eWaltroppia, da 
•^ durila uomrni"in tatto*' 1 guidati "da . Pietro firunóro da 

- "■ tarmai- Alla cui mossa il CdUeOnij chiamate, i <aw* dalle 
"* : < Btanzef"e^dfa , pceeidj> delle vicine \eas tetta raccolto avendo 
"- " ««* insegne buon numero di gente.nda.ipio e e da cavallo, 
; - p '«fsi mise ih oammtno pefr'+andargtir'al ctontuasto» Ma per- 
-••• «tiotnhò riarmata ohe «i : veneziani' autor tenevano -in sul 

''*• « lagb-tflreo, là quali governata idal-co»fc^ Nicolia»(Calle- 
^ * piò/ costeggiando V uiia, e* l^akra^iripay>e>',eenendft «aperti 

^ftOì jiassi'ideliéfirtttftvagliei era><di sussidia grandette due 

ifv •» città? asseétotev agevolmente «avrebbe potuta norne< intoppo 
r ..ItiM mdugiorMaOI' impilerà, ^laiarfUUàf ideila qpiaJo<> nato cele- 
h ^fijUàr yedea peata f non? fwr sia ^ tóttaHOi^peditaRiiefcponte 
' '* ^a^aAiepe f me pev *atta«zuolo<>neila Franeieottaepassan- 

.-^bénve quiadi:p^-ma1agevt)lj»fima strada/; iessendoid* neve 

.-»• -r»e di ghattedo tognt eoea>aUoiia»pieD^ peteetrandofin Val- 
3 p i (^ateonfcaf'egli^aJndòsMad-r aspettandola d*-Bi&<einqua 

K .>*>"«"•*.': rfj'iri;0 ■♦««>•*«'? >ÌI)ÌP' -j. )' <>vl f <« tf i . * K* 



— 116 — 

miglia presso a Darfo il nemico. Era la maestra via, per 
dove a Pietro Brunoro necessitava venire, tagliata da un 
largo vaso e dalle alte ripeìd'un profondo torrente. H 
quale con tutto che allora fosse senz' acqua, se ne ren- 
deva nondimeno, per 1' erta e dirupata salita, quel passo 
difficile. Quivi Bartolomeo lasciata tutta la fanteria, con 
due squadre d'uomini d'arme, e buon ordine dato di ciò 
che a fare avessero; esso con tutti i cavalli lungo la de- 
stra sponda del torrente montando, e dove prima trovò la 
ripa men ardua sceso giù, e passato oltre, egli si fermò 
ed appiattò poco di sopra la via, dove il terreno abbas- 
sandosi faceva alquanto di valle: per dovere al nimico, 
mentre ei si travagliasse nel combattere il passo, sopra- 
venir da spalle: e dentro quel concavo luogo, colto come 
il pesce alla nassa, dargli una stretta mortale. S'era Bar- 
tolomeo eon tanta celerità e segretezza a questa eapedi- 
zione condotto, eh' egli si trovò quasi prima in sul Atto, 
che sentor n' avesse il nimico. Il quale in si iniqia sta- 
gione dell' anno, nuli' altro meno sperando, che di dover 
trovare in quei luoghi, massime di gente d' arme impedita, 
un sì terribile incontro, e conoscendo aver a fare con 
uomo uso ad abbracciar fatti grandi, e dalla comune sti- 
ma lontani, venendosene a pie sospeso, e tuttavia temen- 
do d'intoppar negli aguati, qua e là aggirandosi, egli 
ebbe a mano destra veduto, da un mezzo miglio lontano, 
da terra alzarsi un vapore, a guisa d'una nuvola. Onde 
il Parmigiano scaltrito, avvisando tantosto ciò non dover 
altro essere, che il sudore e il fiato d' una grossa imbo- 
scata di cavalli nimici, e vistosi a manifesto perìcolo di 
essere tolto di mezzo ed oppresso ; fatto all' insegne dar 
volta, più in atto di fuga, che di rititata, se ne usci dell* 
valle. Perchè Bartolomeo tornandosene a Brè, ed appre- 
standosi di combattere la ròcca; ella non aspettò l'as. 
salto, ma, salvo il presidio, s' arrese. Quindi passando a 
Lovere, terra in sul lago d'Iseo, tra le più ricche e nobili 



— 117 - 

della montagna di Bergamo, e per Val di Oandino nella 
Val Soriana di sotto scendendo, la qual sola delle nostre 
valli aspettava d' esser da Bortolomeo assaltata; egli 
espugno le ròcche, e saccheggiò le terre di Disenzano, 
Comandano ed Albino. E venendo verso la città, trovò 
tra Nembro ed Albino Lodovico Malvezzi, nobile condot- 
tiero di gente d' arme marchesoa. Il quale da Bergamo, 
ov' egli era- al governo, venuto a' valligiani in soccorso,, 
s' era con gran numero loro, e con altre genti da pie e 
da cavallo dalla città condotte, fermo lungo il Serio nella 
pubblica via. Sperando in quelle strettezze di passi, che 
da sinistra hanno il monte, da destra il precipizio del 
fiume, dover loro esser facile l'impeto di Bartolomeo reprime- 
re. Il quale ottimamente instrutto della natura del luogo, 
e visto, che a voler quivi a combattere con tutte le forze, 
e massime co* cavalli della grave armatura, gli sarebbe 
non solo d'impedimento e disordine; ma cosa ancor più 
tosto del tutto impossibile ; egli si diede a pensare come 
ei potesse dividerle, e di quella necessità ed incomodo, 
a danno del nimico servirsi. Mandati adunque innanzi per 
T erta della schiena del monte alcuni pochi fanti di corpo 
. franco e robusto, con guide e guastatori, che per la neve 
assai alta loro facessero il calle; egli comandò loro, ohe 
pervenuti in sul giogo, soprastante al luogo, ove per di- 
fendere i\ passo s' erano fòrmi i nimici, chetamente il più 
che potessero, grosse pietre pigliando, e nella neve invol- 
gendo, ne facessero palloni. E tosto, che giù da basso ei 
sentissero, la battaglia attaccata, cosi con discreto inter- 
vallo, dando a' palloni la spinta, mandassergli a percuo- 
tere sopra lo stuolo dei nemici: i quali constipati per 
l'angustia del sito in schiera di sproporzionata lunghezza, 
ninna di quelle, percosse . riceverebbpno in fallo. Ed ap- 
presso, et comandò Gasparin Colleoni, luogotenente suo, 
che con due squadre d'uomini d'arine, dato a ciascun di 
essi in groppa un pedon balestriere, e' guazzasse oltre il 



— i1« — 

Serio, e cavalcando all' ingiù (perciocché per la decre-l 
acenza che il fiume fa ne' tempi del verno, spazio assai 

. del suo letto dalla sinistra sponda a vea scoperto, e semi 
t acque) lasciasse addiedro i pedoni: i quali come 1 dt qui 
dal -fiume il capitano vedessero' co' nitìiicf alle ' maini; cori 
con le balestra d' oltre il fiume per fianco gli tenesse» 
offesi : ed esso dove prima di sotto ei troVastfè il guadi 
più facile, ripassando il Serio, e salendo nella ' pubblici 
via, con la cavalleria veriissead assaltarli' eia spalle. Diti 
questi ordini adunque, col rimanènte de' suoi, bene ani- 

, ( mati ed in strutti, venne Bartolomeo ad 'affrontare i nlmid 
I quali con tanto d'ardimento e di virtù 1, 1' assalto Sosten- 
nero, che ancor che Bartolomeo acremente loro" combat- 
tesse da fronte, e d' oltre il fiume altrettanto 1{ da : baie- 
strieri sentissero saettarsi per fianco, niènte tuttavia fi 
luogo perdendo, assai ih dubbio il mettevano dell'avveni- 
mento e successo di quella battaglia. Quando dall' aita 
costa del monte, i palloni della neve, l'uno prefìsso Filtro 
in gran copia rovinosamente scendendo, e rotolalo in- 
grossati d'una sformata maniera,' vennero con ''VfenbVte 
fracasso a sbar ragliare da più lati' la schièra nimica. Ed 
aUa vista ancor sola, ed al fotolamento e fragore di tinto 
§ran macchine, fieramente adombrando ed infuriando i «• 
valli, molti se ne precipitarono nel fiume. Di òhe 1 ciascoi 
de'nimici sbigottito volgendosi^ "e lasciato il combattere 
allo scampò' intendendo di quel sólo pericolo, rotto 8 coi- 
fuso ogn| órdine, uomini a miscnlo, è cavalla T Uno sopra 
l'altro affollandosi, è nien tre "sozzamente fuggivano nella 
cavalleria intoppando, che Gasparin conducèa, ed In fine 
d'ogni parte .ìnterchiusi gètiàndò l'armi e rendendosi, po- 
eti ne furono uccisi, ma presi 1 quanti se ne vollero. Tri 
i quali fu U capitano dell' impresa, Lodovico Malvoni, 
con tutti i suoi cavalli, senza pur uno mancarne * E Ov- 
olo ed Antonio' 1 fienzoni, e 1 Roberto da Tiene, capi d'uo- 
mini d'arme. Fu questa di "Bartolomeo Colleohi riputata 

*!•» -:l . • li .: . ri. i/ìti i .... .,..-. Jf . 

••i i» '»-n»-\ ,: : «... i> ,^«| 'nidi , )•■• ■•/».,• ... ..,«.,. 



tra l'altre hgu ignubil vittoria: avendo egli lasciato ai 
- posteri potabile eeeinuto di quanto delle picciolo cose può 
. capitano prudente a grandiaaimi fatti profittarsi alle volte. 
I l'otti e vinti i rumici, le grosse e nccne terre di Nembro. 
*d Alzano diede iìartolomeo in preda a* soldati : avendo 1 '" 
J in si brevissimo spaziò/ che fu tra il fine dell' anno* 145à|, 
é ed il principio del oì, ridottò in podestà eletto Sforza 'la " 
; ' Valcanionica tutta, con tutto il* Bergamasco dalia 'citta in ' *" 
t in ni. La anale senza presidio rimasta, potea far poco 
rutta all' impeto del vittorioso nimico : se, come ei Si te- 
raea, fesse Bartolomeo venuto a combatterla, Il che non 
aver fatto fu attribuito da inoìii a riverenza e 1 carità' 'della 
patria: alla qualo. come che gli tosse facile, ei non volle 
i ìli- ^orza. Anzi lasciò egli ancor poc6 appresso il Mal- 
vezzi con "tutti i suoi libero : cosà' che' assai chVdubitaré''' 1 
aveva dato ai duca Francesco:' non , BariiÒlonlèò , comm-' ".* 
e i a sse vo ^ger t> an | in 6 J 'a* v ad eziani : i ò^uàlì' 'a'à'codò' l riòn gir" l " 
e ra, cne con pr omesse grandi "' il tediavano, ilial ciò dissi- : l 
murandolo Sforza, ed ih tendendo a mangiò rmeiì te 'otbH- 1 à 
garKisij gli dono' Arcuate/ castello ( sV<}uét di Giacenza. J " 
Tenevano ancor i veneziani la' rocca oT feri vìi,' 1 còri * là ! i- 
bastia'àf qua' 'dell^AdJ^ !"«" }* '^c^tìi^ajèto irl ; vai :U ' 

Uoniinii nll.i . , unii ..bnndlr\ 1) li n+j ,l/\m Ar» *|4V tfltb f»/Ì*»TT Ann 1 ' ' 




guerra, con' La sola riputazióne'' è noYné 7 delfè" 'Jh , ecédèritì ,r 
vittorie, ^citi J finalmente j 'duè n esenti, venttziano l4 è : sMr- ,K 
zescóv coi nuovo anno in 'campagna, qù'e'stó' ainnlb&am'èntè >h; 
insultando, e ' quello dìtWdebào L a fatica cfàll'é^scbriteriè^' 
continue le ci ttà'dt 1 aeriamo Brescia,' '1b quitti , ogglmai ,p 
presso erano a ì^]jr^%WW^ tflmicb'' " 
esser vinte; i veneziani "con loro 1 graffe pentimento 1 ' avviò- k 
duttój quanto ìosée J 'cò&ì(i R fora iafo; 1 ' raVer6f f, perdùio v é" 
nimicatoci doIleW/ àeltneràrdrio al còffdurlb, ; dòtf'pro»- 
missióne ai quo 1 ! gradò, di'' cKe sr lurigaitienfé' i suoi mèf- ' ' 
riti aveano tennti in sospeso. Finivasi appunto in qnei 



— 120 — 

giorni la condotta di Bartolomeo col duca: dal quale a 
nuova ferma invitato, rispondea volere star libero. Di che 
fieramente insospettendo lo Sforza, e vergendo con quanto 
suo detrimento, ed accrescimento delle forze nimiche, 
averrebbe che Bartolomeo a' veneziani passasse, ei tenne 
modo d'indurre Nicolò Quinto Sommo Pontefice, ad offe- 
rirgli il gonfalon della chiesa. Ma nulla ciò adoperò nel- 
V animo di Bartolomeo, pur troppo da natura inchinato al 
servizio della veneziana repubblica: senza che tuttavia 
stimolato ei ne fosse da' richiami, e prieghi di Madonna 
Tisbe. La quale in sin dal tempo dell'insulto a lui fatto, 
tenuta in sequestro con le figliuole a Venezia, licenziate 
allora da' padri, e con dimostrazioni umane e cortesi, 
persuasa a dover loro riconciliare il marito; ella nel te- 
neva sollecitato e pregato: rimproverando con isdegno allo 
Sforza, e non meno al marito: che di tanti prigioni di 
grado, quanti in quella guerra de'nimioi aveano fatto, non 
si fosse ancor saputo d'alcuno fare sciolta, con cui como- 
damente di sé, e delle figliuole, già tanto tempo prigioni, 
si potesser far cambio : e non più lungamente defraudane 
quell' obbligo, che per solenne scrittura n'avea con esso 
il marito patteggiato lo Sforza, e contratto. Tra queste 
tali assai giuste querimonie e punture, era Madonna Tisbe 
venuta con le figliuole a Rumano : essendole per tutto il 
viaggio da' magistrati veneziani stato fatto carezze straor- 
dinarie ed onori. Ove Bartolomeo, eon licenza del duca, 
partito dal campo, essendo ito a vederla, e dimorato visi 
alquanto più di quello che a visita paresse richiedersi, 
tanto n'accrebbe la sospezione di lui presa allo Sforza, 
che dove poco innanzi orecchio non dava a chi con i 
veneziani gli proponeva di pace ; egli avea cominciato la- 
sciarsene volentieri parlare. Ed erane già ita tanto in- 
nanzi la pratica, che mentre ella si trattasse, fatto sospen- 
sione aveano d' armi : non cessando tuttavia i veneziani 
di procurare l'accordo e condotta di Bartolomeo. Il quale 



— 121 — 

tutto -eh' ci potesse con maggior vantaggio, anzi fatta la 
paov pigliare l'accordo; pare per non voler peggiorarne 1 
presso a* veneziani la condizione del duca, dando buone* 
parole, giva differendo ed aspettando la conclusione della* 
pace. Nella quale egli si riputava senza altro, d'avere al 
duca Francesco fatto in quella guerra un acquisto assai 
grande. £ proveggendo esso ancora, come poter in tempo 
di pace la propria sua estimazione e dignità tenere in 
grado e difendere, non avere lo Sforza punto cagione di 
gravarsene. S'erano dopo lunghi dibattimenti tutte le dJf-J 
ricolta della pace finalmente ridotte su questo pon tiglio r 
che per sola riputazione e dignità loro non voleano i Ve* 
neziani parere, ehe volontariamente Crema irrnunclasseró 
al duca:' il qual senza Crema pertinacissimamente rifiu- 
tava ogni accordo. E per temperamento di si fatto arti- 
colo, erano poco lontano a convenire le parti: che Bar- 
tolomeo Colleoni sotto un finto trattato s' introducesse fn 
Crema; ed in quel modo se l'avesse lo Sforza. Quando' 
Bartolomeo, senza interesse grande del quale, rispetto alle 
castella ch'egli avea in quel di Bergamo, non potete lo 
Sforza* trattare co' veneziani di pace, e tuttavia trattan- 
done senza parteciparne con esso, in non vano sospetto 
delle sue cose il mettea, datosi ad investigarne i segreti; 
e scoperto avendo che '1 duca, ingratissimamente avea 
da' veneziani accettato un capitolo : di dovere a Bartolo*-* 
meo Colleoni con le proprie armi tor di mano, e dar loro 
tutte le castella che nel Bergamasco teneva, infiammate- 
ne da giustissimo sdegno, egli mandò a' veneziani aver- 
tendo, ehe a patto alcuno di Crema non cedessero al du- 
ca: il quale ei conosceva a termini da dovere ancor sènza 
Crema non rifiutare la pace r e tuttavia stringendo la pra- 
tica, venne apertamente con loro a capitolazione, e Con- 
dotta di general capitano. Di che certificato lo Sforza» 
venne esso ancor dr fatto alla pace: restituendo tutto ciò 
che nella guerra a 9 veneziani avea tolto, e lasciata loro 

Vit» di Colloeni. 8* 



— 182 — 

Crema; che fu nò più. nò meno* ohe se dalla atessa mano 
di ^Bartolomeo ricevuto avessero- quél si nobile e grande 
e fttrtemte cestello* Trovasi nV memoriali .del Zailo, ohe 
cettehiusa la pace, mandò il duoa Ftaaeeftdo dispettosa- 
mente a , Bartolomeo . ; dicendo & . sé > finalmente aver fatto 
tutto ciò cb'ei violea. Né verun degli scrittori oh' io seguo, 
ne* il Simonetta; medesimo, il quale con tanta animosità 
sarisaa i fatti di Francesco . Sforza, ha potuto non con- 
fessar. queste verp: che - quantunque oggimai egli avesse 
nel pugno la vittoria dettai dae citta» Bergamo e Brescia; 
aommo ed. ultimo, premio dì tutta la guerra; per la par- 
tita, sopra tutto di Bartolomeo Golleoiai,to quale ingiurio- 
samente ribellione egli obietta, fosse il duca Francesco 
necessitate aJla pac^Wa pereM forse ei perebbe ad al- 
cuna parere, che nelle tante lodi r che <tt costanza e di 
fede, a Bartolomeo abbiamo date ; assai si fosse co&cesso 
att'ajfesia** d#lla patria in pregiudizio del vere, $oten- 
Rosene a molta ragione, dal suo; più volte avere cangiato 
milizia e stipendio, . argomentare il contrario : k> terrei 
die i discreti e giudiaiosi lettori; oUre alle particolari 
cagioni, ohe per nei se ne eono a' luoghi loro assegnate; 
a ooaeidera^ si volgessero*» ohe i fatti.! e movimenti* degli 
nomini grandi nanne loro? eagioni, e priscjRJ. .tanto aiti 
alle volte, e remoli dalla cornane; oredenea, ohe.ehi dalle 
apparente, o da'rumori (del volgo loro giudiee, berne apesso 
s'inganna. Vorrei ceasiderasaere<. appresso, ohe tutta la 
riputaci**; e tutta, per U più ia< potenza* de' capitani di 
quel tempo, dipendeva. «WJa fedeltà o,dal perpetuo segui- 
to», d'un mille e due mila,, e tato- maggior nittnero di 
soldati loro,. proprj, <$> irosamente sette essi esercitati e 
nudritì in eontteue .guerre. NeJ,fj8njei deUetquali spesse 
yoite avvenendo, «he alla. ingratitudtae, oppure alla im- 
potauaa del prinefre, perii «uale .pittse un,. capitano avea 
l'arme, ed alla nemistà e .dis^raaia di 'quello, eontro cu| 
ravpa «nesso; ei rimaneva 4iime»»e: ne si .trovando aver 



_ 123 -? 

modo, éi cbe potar nella paco supplire a tanta milizia; 
egli era air un* di dae neéemitato appigliane : o levar 
nome ed ingegna di capitano da ventura; o rinunziando 
all'armi, ridarsene a vita d'Homo privato ed Ignobile; Però 
saggio quel capitano sopra gii altri, cbe co» pi& antive- 
duto giudizi; penetrando ne> segréti umori de» principi, e 
bene accertando il line della guerra ; meglio saputosi a- 
vesse provvedere per la paee d'alcun fermo appoggio. E 
di qui si v edeano ben rari i capitami di- quei tempi, che 
passato alcuna volta non fossero da questo a quel prìn- 
cipe. I quali principi ancor ptdy misurando l f altrui dalla 
propria conscienza, gli ritoglievano per buoni, e condii- 
oevano al loro soldo* i Ma qual però testimonio più grave, 
né di più valida prova, della ben nota costanza di Bar- 
tolomeo può darei? Oro i veneziani, signori di tanto occh- 
iata circonspizione e prudenza, nella spada di quello, 
tutta ancor calda e molle di tante* piaghe a lor l fat>tO; 
con quanta autorità» e balia, «^ prima né poscia hanno 
mai fatto ; fidato avete e ebmmeese» la protezione e difesa 
dell' imperio loro*?' Condussero i veneziani co» libero an- 
nuale stipendio di centomila fiorini : confermarlo te dò- 
minio di quanto egli possedeva i» quel di Bergamo? con 
accrescimento ed aggiunta «tolte giurisdteioui di Calcina- 
te, Paleeco ; e liornieo, e parimenti di Soft». Da duo aitf- 
beseiatori della nobiltà/ veneziana gfi#» k> stendardo ed 
il bastane del militare imperio, do* ogtA specie 1 di pompa 
e di onore, a' ventiquattro di giugno, Panno 145ÒH appi-e- 
sentata in Brescia. Indi poscia a tre* .anni, nello* spazio 
de' quali, né per lungo temp* 'appresso, ictolle- parti da teri 
ra i veneziani guerra non ebbero;' invitato B&rfotoitféo * 
nuova ferma e condotta, ed a pigliarne il bastone dalttl 
stessa mano dei nuovo severissime pritei^< Pascal "Mal£ 
ploro; egli v'andò^ e vi fu eoa tanto- fea«©«e» poinj*sy nae*- 
corto, con quantoAppena intelletto d'umana gloria «apatie 
può imagiaarsi: «éeoopag*flitovi:<da~tu«tM tuoi' doadbtiL 



*_ 124 — 

fieri e capi di squadra, e da qualunque segnalato cava- 
liere, o soldato della sua. milizia: dì cavalli e d'arme, di- 
. sopravesti e giornee* e d'ogni sorte di militare ornamento 
.nobilissimamente forniti, E questi potevano fare up nume- 
ro di dugento cavalli; pltrea due tanto, e più famiglia e 
uomini da servizio. Accompagnarlo eziandio non pochi 
de' cittadini principati di Bergamo e .Brescia, e d'altre 
città del dominio. Ed infino a Marghera, ove per maggior 
'comodo di traggettare i cavalli, egli andò ad imbarcarsi, 
yennergli da Venezia mandate, parte per quindi levarlo, 
q. parte per accompagnamelo, più di mille barche. Ap 
prossimatosi poi alla citta, il più del popolo, parte in su 
le fondamenta e per terra; parte per acqua, in lunghe 
schiere di barchette e gondole, tra suoni di trombe e di 
tutte le ftorti de' musicali stromenti; usci ad incontrarlo. 
Procedendo fra gli altri, tre di quella sorte di navigli, che 
bucintori essi chiamano, di maraviglioso artificio e gran- 
dezza: nel primo de 1 quali si conduceva il principe con 
tuttp. il collegio, a' quali' titolo e nome della signorìa si 
dà: nel secondo il senato ed altri magistrati: nel terzo 
P ambasciarle de' re e de' principi, e delle città suddite, 
venute a far. la riverenza al nuovo serenissimo, boga. In- 
contratolo adunque con questa trionfale .pompa, e fattolo 
in sul buoqintoro salire a lato il principe, nella, città l' in- 
trodussero. Ove innumerabile moltitudine di gente cittadi- 
na e straniera, non pur le ripe e le strade, non le fine- 
stre sole delle case, ma da' colmi de' tetti sino all'estre- 
me grondaje, lungo il oanal grande per tutto occupavano. 
Conciosia, ohe tra per. la fama ed opinione concetta d'un 
tanto spettacolo, e la cupidità del vedere Bartolomeo Col- 
leoni, capitano d'inclito nome per tìtoli di tante vittorie, 
accompagnato dalla nobiltà, e la bravura dell'armi d'Ita- 
lia, dalle vicine parti e lontane, un numero quasi infinito 
di gente vi trasse. Smontati nella piazza a San Marco, e 
tota, Bartolomeo dal principe, e da' capi della repubblica 



— 125 — 

in mezzo ; egli fu nel tempio, ed al maggiore altare con- 
dotto, ove i sacri tesori, ne' quali questa sola città del- 
l' Europa, co' ricchissimi re dell'oriente contende, posti 
erano in mostra... Quivi secondo usanza, celebratisi i di- 
vini sacrifici solenni, e recitatosi un sermone dotto e gra- 
ve; il principe in piò levatosi, e preso d'insù l'altare il 
bastone a Bartolomeo, che a' piedi inginocchiato se gli era, 
invocato il nome di Dio, porgendolo disse. „Per autorità e 
decreto dell' Eccellentissima città di Vinegia, di Noi prin- 
cipe e del senato ; imperatore e generale capitano di tutte 
le genti ed armi nostre da terra sarai tu : questo baston 
militare, in segno 4ella tua podestà, oon buon auspicio e 
ventura, dalle nostre mani prendi: la maestà, la fede, e 
le ragioni di questo impero, sia tua cura ed impresa, oon 
dignità e decoro, mantenere e difendere: tu nò provo- 
cando, nò provocato eziandio, fuori de' nostri mandati, 
verrai co'nimici a diffinita battàglia; libera giurisdizione 
e balia sopra ciascun de' soldati; solo che dell'offesa mae- 
stà non ai tratti ; a te diamo." Alle quali parole, prese ri- 
verentemente il bastone; e lor fatto conveniente risposta 
e levatosi ; fu Bartolomeo dal prìncipe sino all' uscita del 
tempio, e quindi da tutto il collegio, con gran parte del 
senato, accompagnato alle case: le quali magnificamente 
dal pubblico gli erano apparate. Quivi Bartolomeo, in fe- 
steggiamenti e conviti di liberalità e splendidezza con la 
città gareggiando, per dteci giorni si ritienne. E con sin- 
goiar piacere del popplo, poco avvezzo a si fatti spetta- 
coli; vi rappresenta bellissimi torneamene e giuochi d' ar- 
me, e tra essi due giostre. Nell'una delle quali non si 
permetteva l'entrare sennon.a cavalieri, o condottieri al- 
meno di cinquanta lande: e. di questa era il premio, un 
palio di broccato d' oro di 500 ducati. Nell'altra era li- 
bero entrare, a qualunque piacesse : e postole premio un 
palio di drappo rosato. Della, prima toccò il pregio ad 
Antonel dalle Corna; cavaliere e condottiero d'approvato 



— * 126 — , 

valore. Della beoonda Y onor ebbe uno degli nomini d'ar- 
me di Bartolomeo, il cui nome rimasto è in oscuro. Tra 
questi armeggiamenti e solazzi, per liberale munificenza 
de' padri, fu Bartolomeo adottato, e tolto nel numero della 
nobiltà loro. Ed avvenne che la prima volta, che dal doge 
invitato, egli andò al gran consìglio, evesifeeea io squit- 
tito, eh' essi chiamano andare a cappello ; a lui toccò per 
sorte cavar pallottola d'oro. Ed in grazia del principe ei 
nominò e propese a podestà di Padova N. Malipiero: il 
quale con larghissimo concorso di voti, ed applauso di 
tutto il consiglio l'ottenne. Avendo poi col principe e coi 
padri delle bisogne ed affari pertinenti allo stato, fatto 
un grave discorso: e confermatone gli animi loro in sicu- 
rezza e confidenza grandissima; egli si licenziò. Ed ac- 
compagnato per ordine pubblico da due gravissimi sena- 
tori, tornossene glorioso alia patria: che fu del mese di 
giugno, l' anno 1458. Tenne Bartolomeo il bastone del 
militare imperio tutto il tempo ch'ei visse: che dafttsaa 
prima condotta fu presso ad anni ventuno : con tanta fede 
e prudenza, e con tanto terrore de' nimici reggendolo, che 
a' veneziani medesimi fa di meraviglia alle volto t reg- 
gendo gli emuli, provoeator loro antichi per 'st lungo tem- 
po star quieti: cosi rattamente gli animi a far nimicare 
infiammati, furono dalla sola autorità, e dalla stima d'tm 
tanto difenditele soppressi. Ma tuttavia non potendo Bar- 
tolomeo soffrire, che la virtù e disciplina dell' tfrtti? sotto 
la sua condotta, in si lungo ozio avvilirsi, e quasi « me»» 
zo il suo capitanato interrottolo, con ardimento: magnanimo 
grandissimi fatti abbracciando; egli andò con fioritissimo 
esercito sopra la Romagna: avendo 1' arme di tutti n 
maggior principi e potentati d'Italia, fuor che del f>apa 
e de' veneziani, al contrasto. Era tino ' disegna d'assaltar 
la Toscana: invitato ali» impresa con precesse g lan d is s l - 
me da Dìeti Salve di Nerone; Nicolò foderili l -eó? ; Angelo 
Àcciajmtti, fuoriusciti di Fiorenza. Irti 1 ivate ocefepflft*, 



— 127: — ~ . 

intende* di passare contro Ferdinando, successore d' Al- 
fonso nel segno di Napoli. Fu questa mossa grande, Catta 
in apparenza, eoa private forze e coupigli di Bartolomeo 
Colleoni. Ma quei, che più a dentro consideravano le co- 
se, furono d'opinione! eh' ei si fosse mosso con intendi- 
mento ancora, e favore 4e' veneziani* ad esso sospinti da 
nuova lega, lo*o grandemente sospetta. Della qual opi- 
nione e credemia, si ha non leggiere argomento, da un 
capitolo inserto: nella pubblica iieenz*,chetji, veneziani in 
quel tempo da lui ^chiesti gli diede ro* il qual capitolo 
dice: n Ghe qniwtunque ei atUaenai ♦ liberi dal servino 
loro 5 essi nondimeno intendono e vogliono che la metà 
gli corra. del suoi Alenale stipendio. Altri dissero ancora: 
ch'egli avea masse* 1* armi a preghiere di Paolo secondo 
sommo pontefice. . Il quale .per la, disnbbidieAZa e riten- 
zione del tributa, debito anticamente alla chiesa; egli in- 
tendea scacciar Ferdinando dal regno di Napoli, e rinve- 
stirne Renato. Avendo Bartolomeo adunque a' nimioi già 
tolto le castella di Mordano, Bagniara, Rubano e Dova- 
dola, e soggiogato con Parme 4ella Romagna una parte, 
raccoltosi da confederati, della lefa su quel di Bologna- 
un poderoso esercito, deliberarono di -venire -con esso il 
nimico ali! ultimo esperimento dell'ami. Essendo Barto- 
lomeo a quei giorni co* le genti nel territorio di Forlì a* 
Villa Franca; vennergii ambasciatore e lettere dell' im- 
peradore Fedorioo: per le quali, con intercessione de' si- 
gnori veneziani* a Bartolomeo richiedeva saivocondotto e 
fidanzar da poter pacificamente ; venire in Italia, per an- 
darsene a Roma e tornarsene» III qual saivocondotto non 
solo prontamente, ma con somma modestia, Bartolomeo 
gli concessa. Da tutta qveUa adunque potentissima le* 
ga,;. oapi della ornale etano il *e -Ferdinando, la repub- 
pubblfca di Fiorenza e tìal&aazo Maria* figliuolo e succes- 
sore nei dueato allo Sfora»* contro >un privato capitano 
di guerra, postesi mano all'anse; ed- alla Ràoardina (altri 



— ■ 128 * - 

Molinella hanno detto) ne' confini di Bologna, venutisi ap- 
pressando amendue gli eserciti, e dal capitano della lega, 
ch'era Federico d'Urbino, nomo peritissimo nella militar 
disciplina, l' antiguardo di Bartolomeo, guidato da Ales- 
sandro Sforza, in sul fare degli alloggiamenti assaltato e 
posto in perìcolo, appiccossene un grande e sanguinoso 
conflitto. Nel quale, per il sopravenire della notte com- 
battutosi a lume di toroie gran pezzo, morirono dall'una 
e dall'altra parte più che trecento uomini d'arme, con 
quattrocento grossi cavalli: tra i quali furono 1 sessanta 
corsieri della propria stalla di Galeazzo Maria. E molto 
ancor più d'uccisione e di sangue ei ne sarebbe seguito; 
se per la troppo densa e fosca cecità delle tenèbre ve* 
nendo soperchiato ogni lume, e per tutti 1 duo Ciampi ogni 
cosa riempiendosi di confusione e d'orrore; se \* un capi- 
tano e l'altro non avesse fatto spiccar la battaglia; Della 
quale, e per maggior numero di morti e feriti, «d ei/ao- 
dio per ciò, che quella stessa notte, levatisi tacitamente 
del campo i nimici, in luogo più sicuro si 'ritrassero*, et 
si confessarono perdenti. In questo fatto d'arme, che dei 
suoi tanti fu l'ultimo; più ohe in altro ancor forse, par* 
tori a so medesimo Bartolomeo gran lode. Avvegga, che 
né per vantaggio di sito, né per alcun fortuite accidente; 
ma per sua propria e sola intrepidezza e costanza d' a- 
nimo e di consiglio; egli sostenne e represse 1 II nimico. 
Perciocché T appiccata battaglia, repentinamente, e fuori 
d' ogni sua credenza ingrossando, e per la poco- sincera 
fede d'alcuno de' suoi condottieri già la prima ordinanza 
dall'uno de' lati sconciatamente inchinando; egli/ il quale 
in gran stretta, e quanto 1' angustia del tempo pativa; 
avendo ordinate le schiere sopra un cavallo grosso, non- 
ancora armato, qua e là aggirandosi, dava a/ capi e soldati 
opportuni avvertimenti e ricordi, visto le cose in un su-» 
bito ridotte a quasi estremo pericolo, delia-propria salti* 
. te e di tutt'altro fuori che della fama, ed estimazione sua 



— 129 — " 

dimentico, nella schiera de* nemici più folta ; la quale sba- 
ragliato l'antìguardo era già presso -agrjoipejiijn^nti ye- 
nuta, : cpn ,1q. stocco impugnatiOjaniwoflajnjBnt^ ..qi &\ spinse. 
Ed appresso armato della soia pelata * che frettolosamente 
un ragazzo venne a porgli in capo ; ; egli combattè, e so- 
stenne lapugna tnfinQ.a tanto, che «nettando isuoi l'or- 
dinanza* con grado impeto; urtarono e ributtarono i perni- 
ci. Nella qua] pressura, e irangente^is'.ei.ynon fosse stato 
uomo di più che grande. ardiménto e^o^gio^dejleoose 
sue tutte , ed' ogni < sua. . oa^sata gloriategli er,a senza 
dubbio per 4oyer cadere in qj^ .^ip'rnor E?' principi e 
capitani, più illustri che Bartolomeo . ebbe # t\\\z] $ e WP° 
sotto le sue .tysegue, i nomi furono, questi: Ercole |a-$ste 
dnca poi di ,F^p-ara ; Alessandro-Sfilza, signore di Pesaro ; 
Bonifacio,, il ^Ujal i'u del Monferato. ni archete; Ucci e>Pjno 
Qrdelafìfi, signori di Forìi; Àstorre Manfredi f signor di;Fa- 
enza ; Gjoyan. Francesco e due figliuoli, Genti della aran- 
dola; Ajfarco cJe'Piied il franilo, signori di Caijpi; Ét$ife- 
bo .conte delPÀpguillaraf Giovanni .Antonio Galdora* di 
Jesi. e d'. altre castella, signor nella Marca; e Sforza se- 
condo, ij quale t morto; .^nce^cp.j.sno, pa^re, disdegnando 
V imperio di Galeazzo sjio ^ratelìo^pon .Bartolomeo si con- 
dusse. Ebbevi àncoj , Cario FprteJbraccJo, il .quale dalla 
palla d' un^ moschettò . trapassato una spalla, fra pochi gior- 
ni morissi, Ercole eziandio. ^à j Éste/d'un^, si. fatta arme 
in un pie ferito, ne rimase stropiato. Ma sopra tutti gli 
altri della fedele aita e della prestante virtù, dei tre ge- 
neri suoi, a molti di quei casi ribattere, che tra tanto tu- 
multo e tiuttu amento di cose sogliono venire in contra- 
rio ; mirabilmente il Colleoni in questa giornata si valse 
di Gherardo, cioè Gaspare e Jacopo, tutti e tre Martinenghi. 
De' quali tuttavia Gherardo il primo onore d* avere, con 
grandissimo travaglio e pericolo sostenuta la battaglia, 
dopo il capitano, acquistossi. In quei giorni poco prima 
eh' ei si combattesse Galeazzo Maria ; il quale con super- 
Vita dì Colleoiii. 9 



— 130 — 

ba alticrczza s' arrogava nome di sopraintcndente e mode- 
ratore delle cose d'Italia; per dare fomento alla guerra, 
8' era con la moglie trasferito a Firenze. Quivi sentendo il 
poco onorato successo della Ricardina, e recandosi ad onta 
e perdita grande di sé e della lega, che contro tante lor forze 
e tanto loro danno avesse retto il Colleoni, venutosene in cam- 
po, aspramente ei riprese Federico d'Urbino, che di presso ad 
" un terzo superiore di gente al nemico rotto non P avesse e 
' sconfitto, dandogliene quasi, carico e nota di mala con- 
dotta. Ma quel capitano prudentissimo onoratamente scol- 
patosene, non più alla fortuna che alla virtù del nemico 
la difficoltà della vittoria imputando, e dando a dividere 
al duca quanto egli avesse a fare con saggio e potente 
avversario, facilmente ei l' indusse al pensare della pace. 
; ' La quale per Gaspare Vimercato, ambasciatore del duca 
"•'- e Gherardo Martinengo ambasciatore del Colleoni, comin- 
'■ ciata a trattarsi presso il duca Borfio in Ferrara, e da) re 
" Ferdinando, il quale sopra di se finalmente vedea tutto il 
peso di quella guerra devolvere, rendutosi intanto a\\a 
chiesa il debito censo e pacificatone il papa, ella fu con 
l' autorità del sommo Pontefice, per ambascerìe solenni di 
' tutti i principi e potentati d' Italia, entrando la signorìa 
di Venezia mallevadore e sicurtà del fare a Bartolomeo 
depor l'armi, e restituire le castella occupate con gran- 
dissima riputazione e dignità di lui, come si dirà più avan- 
ti celebrata in Roma e conchiusa. 



ISTORIA 

BELLA VITA E FATTI 

DELI.' ECCELLENTISSIMO 

CAPITANO DI GUERRA 
BABTOI.OMEO GOU.EOHX 



LIBRO SESTO. 



Alla gloria dell'arme il più degli scrittori antichi 
tante cose attribuirono ch'ella da per se, cioè senza an- 
cor quelle parti che sono proprie dell' animo non si pote- 
rono in altrui pienamente illustrare giudicarono. Laonde 
Cesare, Alessandro, Ciro, Epaminonda, e loro somiglianti, 
veggiamo la posterità grandemente avere sopra gli altri 
ammirato. Ma se io ad esempio de' passati scrittori delle 
dotti e parti dell' animo di Bartolomeo Colleoni, mi sfor- 
zerò di trattare, già mi preveggo, d'avere a coloro so- , 
migliarmi, i quali dopo una lunga navigazione, credendo 
di entrare nel porto, dà un nuovo soffio di vento vengo- 
no alle volte si da lungi respinti che a dovere il loro 
viaggio fornire, un più vasto pelago loro convien ripas- 
sare. Conciosia che le cose che a narrare mi rimangono 
tanto alle prenarrate e per numero e per dignità inferiori 



— 132 — 

siano meno quanto queste all' anima, regina e dominatrice 
del corpo, propriamente appartengono, e le virtù deli' ani- 
mo tra' beni della fortuna e del corpo quasi lucentissime 
stelle nella notte serena per lo cielo sparse ne' loro pos- 
seditori risplendono. Fu questo capitano adunque, né let- 
terato molto, né eziandio senza lettere, in questa parte a 
Mario assomigliatosi piuttosto ehe* a Cesare; IJgU nondime- 
no fu degli uomini- scienziati' e dotti 1 amantissimo.' De* quali 
qualunque volta avvenisse, che nella sua corte ad esperi- 
mentare la cortesia e munificenza del principe si trovas- 
sero molti, grandissimo piacere si pigliava del provocarli 
e porli a contesa fra loro, di si fatte lotte e contendi- 
menti letterali, attentissimo spettatore facendosi. £ dilettava- 
si maravigliosaaaetìte ffMffiFTa^fitoè^aan&fifitfoni degli a- 
strologhi e filosofi : quelle cose nondimeno, le quali ne gli al- 
tissimi arcani di natura sono poste non credendo eh' elle mai 
potute si fossero per ragione umana da chi che sia conoscere. 
Ed era dir solito, che né de' corpi né <Jel}e, potenze delle stelle 
si poteva per uomo certa scietlza avfcf e.riMèdendo ogni scien- 
za e prescienza loro nel segreto solo dell'Onnipotente faci- 
tore del tutto. Di queste e d'altre cose più alte in tempo 
d'ozio e di pace, essendone questionatole e 1 proponitore 
tra gli altri Giovanni Antonio Cornazìanp, nella frréserifca 
sua si disputava alle volte. Conciosla che lì Germinano, 
dòpo la morte di Francesco Sforza cacciato 1 ifi Pinato, 
sua patria, e da Bartolomeo Benignamente raccòlto, per 
assai lungo tèmpo pressò lui sì ritenne 1 . Perché pfti volte 
avdrlo udito dice egli; con la sola esperienza delle cobcS 
e con una mirabile prudenza e pefsptyàcttà; naturate; .le 
preposte e conclusioni aitati impugnare e fcòiftfàctete. !$£" 
vertìnà cosa stata esèere in lui più prestale, di quella . 
facilità e destrezza d'Ingégno, còri )a quale raliSrtir opi- 
nioni alle vòlte, é ìé sofcstièhierie piene d' acutissimi e; sot- 
tilissimi argomenti, sopra le quali altri ayea gridando Mu- 
dato buon pezzo, alcuna bella e nuova ragione à'<Jducen : 



— 133 — 

dovi alle radici della verità, ed a lume e dottrina della 
santa fede cattolica egli riduceva. Di cbè bene spesso av- 
veniva che dopo una lunga tenzone, ciascun de' disputan- 
ti partivasi fornito di salutiferi ammaestramenti e ricordi. 
E confessando tutte le volte avere da un capitano di guer- 
ra alcuna cosa imparato alla vita morale, ed alla salute 
pertinenti dell' anima ; lasciate le scole de' filosofi, e la ve- 
rità ne' loro scritti lungamente' investigata finalmente igno- 
rando, all' opinione di lui passavano nella sola speculazio- 
ne del vero Iddio fondata. Conciosia eh' egli sopra tutto 
fosse principe della religione osservantissimo: e di pietà 
(inverso a Dio, e di carità inverso a* poveri sommamente 
esemplare. Di che molti tempii, monastèri e altri luoghi 
pii eh' egli edificò e lasciò nella patria, rendono ancor te- 
stimonio. De' quali uno fu la Basella, monastero de' frati 
predicanti, fuòri della città sette miglia, lungo il Serio 
fiume, con accerbissimo suo dolore e lagrime da lui ono- 
rato. Perciochè quivi Medea la figliuola che di sessanta 
anni egli acquistò d' una amica, vergine di bellezze e di 
costumi elettissimi, e perciò dal padre tenerissimamente 
amata, venendo anzi, tempo a morte, sepelll e depose en- 
tro un' arca di finissimo marmo. Martinengo, castello della 
sua dizione, egli ampliò ed accrebbe di due monasteri e 
loro tempii ; l' uno dentro le mura dedicato a Santa Chia- 
ra per le vergini sacre, l' altro poco fuori dedicato a san 
Francesco per frati minori. Un luogo pio, intitolato ap- 
punto la pietà, di ben tre mila ducati d' entrata, da do- 
ver dispensarsi in maritando e dotando povere ed one- 
ste donzelle della città e del contado; egli instituì e donò 
alta comunità di Bergamo. Nella piazza della città, pressò 
il maggior tèmpio egli costrusse ed ornò d' esquisitissimi 
marmi e scolture, e del sepolcro suo, con la statua eque- 
stre ad oro, la chiesetta e la capella di san Giovanni Bat- 
tista: con assegnamento di perpetui stipendii, per due sa- 
cerdoti e chierici che solennemente ivi attendono a' divini 



— 134 — " 

offici: opera e monumento, il quale alla magnificenza 
della patria ed alla dignità di tant'uomo veramente ri- 
sponde. In Bumano parimente castello della sua dizione, 
assai ricco e celebre pel mercato delle biade, che da tatti 
i luoghi finitimi quivi fanno concorso ; egli edificò una 
chiesa a san Pietro, £ tutto quel tratto di portico» di bot- 
teghe e di staine che dalla porta orientale a mano destra 
tendono inaino alla piazza, ad ornamento e comodo del 
pubblico fabbricò, e morendo laseionnè la Misericordia di 
quel comune erede. Quivi eziandìo per lui furono da Si- 
nigagna tradotte, e nel maggior tempio offerte, parte del- 
le sacre ossa e reliquie della peccatrice Maria. La quale 
trasportazione in quel tempo ch'egli v'andò capitano per 
il duca Filippo, di questo modo ella avenne. Era un- fra 
Bellino dcCrotti del caste! Rumano, capelluto del Gol- 
leoni. Questi avendo a caso trovate ne* ripostigli segreto* 
del maggior altare d'una chiesetta campestre, che f*& 
di Sinigaglia per la lunga guerra giva senza culto, sta- 
ne reliquie con un memoriale antico attestante: siccos* 
ica uni figliuola d'un signor di Marsiglia, dovendone si. 
conte di Sinigaglia andare a marito, dal padre impetrato 
parte dalle sacre ossa di Maddalena e di Lazzaro, quivi 
ella le aveva devotamente riposte: e di si fatta ventura fl 
frate tutto lieto correndo a Girne Bartolomeo avvisato, e 
proporgli: ch'egli avrebbe fitto opera veramente a Dio 
grata, e le sue castella arricchite d'un prezioso tesoro; 
ae levando quelle sante reliquie del luogo, ove senza ono- 
re eOe stavano, mandassele ad offerire ne' loro tempii ; Bar- 
tolomeo nel licenziò con sì fatta risposta: che a se, cose 
soldato e uomo pieno di molti peccati, non si convenivi 
ne* fatti di Dio o de' Santi tramettere : ma a Ini come sa- 
cerdote e ministro delle cose divine s' apparteneva, ed ers 
lecito d'esse reliquie fare quanto ben gli paresse. Perchè 
fra Bellino quindi le reliquie levando, ed in queste parti 
recandole ; quelle di Lazzaro nel maggior tempio di Covo, 



_— 1£5 — 

e quelle di Maddalena nella chiesa principale di Rumano % 
cu n somma venerazione e giubilo d' amendue que' popoli 
appresentò. Fara, villa e podei* maggiore della Misericor- 
dia di Bergamo, egli migliorò e dotò di queir acqua che 
j,La raggia della misericordia" si chiama : inducendo con la 
. sua autorità il comun di Rumano a liberamente conceder- 
gliele. La città e patria sua, come figliuolo a madre gra- 
dissimo, beneficò grandemente e giovò: conducendovi con 
grosso dispendio per diversi canali, copia d'acque abbon- 
devole: e per l'uso de' uiòlini, e per irrigarne i terreni 
di profitto grandissimo. In Trescoriot, borgo dieci miglia 
dalla città discosto, egli investigò e cavò bagni sulferei, 
specialmente appropriati al mal della lepra, e stanze ospi- 
tali a comodo degli infermi vi edificò. Era ancor suo di- 
segno d' estrarre dal Brembo, e per apriturè e tagliàmen- 
ti di montagne altissime condurre nella città un naviglio, 
' impresa veramente reale, né punto disdicevole' all' animo 
eziandio del magno Alessandro; quando già compassata 
« livellata V opera, gii fu da morte interotta. Solza, dal 
suo nascimento illustrata, di muraglie cingendo a forma di 
castellp ei ridusse , e gli abitanti suoi tutti d* ogni censo, 
e gabejla fé' in perpetuo liberi. Nella casa Colleoni egli 
portò titoli e benefici ecclesiastici di dignità; e d' entrata 
i migliori che siano nella patria. Conciosia che a Battista 
Solleoni, già protonotario, la badia di san Polo, con la 
prevostura di Oalgare, ed a Galeazzo Colleoni, la prevo- 
stura della Magione, egli impetrasse dal Sommo Pontefice. 
Moltri altri eziandio della sua famiglia, e sopra tutto qutel- 
r li che dar si vollero all'arme j egli beneficò e provide 
loro di gradi e condottò. Ed in tanto di estimazione e di 
.grazia presso i veneziani lasciolli, che sé i. loro discén- 
denti, seguendo le vestigia de' loro passati, non avessero 
mancato a se medesimi, erano per dover ritrarne, con di- 
gnità e splendore di essa famiglia, quasi d' un patrimonio 
ampio q stabile, perpetui onori e comodi. Uno de' quali, 



— 136 — 

e tra gli altri di più egregio nome fu Benedetto Colleoni. 
Il quale da' veneziani mandato con Bertoldo da Este alla 
guerra, che Pajazete ottomano nella Morea lor .mosse, ca- 
po principale nell'espugnazione di Misistrà, che presso gli 
antichi fn Sparta, morì valorosamente combattendo, e vin- 
cendo l' impresa» Malpaga, castello sette, miglia dalla città 
lontano, per le guerre e per la vetustà .rovinato ; egli ri- 
storò ed ornò di nobilissime stanze: rendendolo con la 
sua continua abitazione e dimora, il più famoso e celebre 
di tutta P Italia. Quivi diversi . principi e re, non solamen- 
te loro amtjascierie mandarono.; ma essi ancor medesimi, 
quale per trattare con esso di confederazioni e leghe, e 
quale per sola cagione d'onorarlo e conoscerlo, vennero 
alle volte. Cristierno re della Dapia, tornandosene dal pe- 
regrinaggio di Roma, prima ch'egli uscisse d'Italia, volle 
vedere il Colleoni, e visitarlo in Malpaga; ove con gran- 
de e sontuoso apparecchio Bartolomeo il raccolse, e trat- 
tenne in conviti, in torneamenti, in caccio ed altri diporti 
reali: con meraviglia di quel re grandissima, che in una 
quasi solitaria torretta, avesse tanto di magnificenza e 
splendore e copia di tutte le cose elettissime. Ma sopra 
tutto di nuovo e di giocondo spettacolo fu a Cristierno 
l'incontro che Bartolomeo gli fece. Il quale tra, per la- 
sciare al re ed a' suoi, che furono molti, (ed era tempo 
d' estate) libera la stanza di tutta la ròcca, e dare insie- 
me al re straniero alcun saggio dell' armi e della diaci* 
plina militale d' Italia ; s' era poco fuori di Malpaga, lun- 
go la via in un piano per dove il re veniva, posto sótto 
a' padiglioni e tende, e dentro a fossi e steccati in appa- 
renza e forma d'un vero e ben inteso alloggiamento cam- 
pale. Di dove nell' approssimarsi del re, Bartolomeo uscen- 
do sopra un gran corsiere bardato, e ben guarnito da 
guerra, ed esso fuor' che '1 capo, imperatoriamente armato 
a tutt'arme, seguendolo due soli scudieri, che gli porta- 
vano elmo e lancia, e di poco intervallo tutta la suaban- 



— 137 — 

da, eh' era da seicento cavalli, in battaglia co' suoi con- 
dottieri e squadrieri, tutti gente fiorita e nobilissimamen- 
te armata e montata, a bandiere spiegate ed a suono di 
trombe, come se da vero ei conducesse loro a giornata, 
in vista veramente maravigliosa e superba venne ad in- 
contrarlo. L' ordine dell' istoria richiede, che in questo luo- 
go io non passi l' avvenimento d' un fatto di memoria pia- 
cevole. Avea tra i suoi Cristierno un Daco, uomo di smi- 
surata e mostruosa grandezza: il quale pochi trovando 
eh' ardissero, e nessuno che bastasse di contrastargli alla 
lotta ; pigiiavasi il re piacere di gire in lui ostentando la 
ferocità e robustezza della nazione. Ora avendo egli un 
giorno costui, il re e Bartolomeo presenti, giocato e vin- 
to alcuni i quali con più coraggiosità che giudicio erano 
venuti con esso a troppo disuguale paragone di forza, e 
tuttavia sfidando orgogliosamente ogn'uno al certame; 
egli avvenne che fuori del cerchio tra gli altri che atten- 
devano al gioco, trovossi un montanaro de' nostri, il quale 
aveva quel giorno per la corte condotto carbone, giovi- 
nastro d' un venticinque anni, e di persona ben soda e qua- 
drata, il quale come lungamente avvezzo a lottare co' suoi 
pari, avendo notato assai tosto, che quanto di grandezza 
e di corporale forza vantaggiava quel Daco, altrettanto 
di maestrìa e di destrezza egli mancava nel gioco, nò sof- 
frire potendo ohe con tanto avvilimento e disprezzo de* no- 
stri braveggiasse un barbaro, e seco dispettosamente di- 
cendo ; s' egli avesse a far meco, non vincerebbe me for- 
se; fu sentito da tale, che a Bartolomeo il rapportò. 11 
quale fattolsi chiamare in disparte, e da capo a piò esa- 
minatolo e giudicatolo assai atto a quel fare che di se 
prometteva; fattolo spogliare e forbire, e tutto rivestire 
nobilmente in abito militare: „Orva animosamente, gli dis- 
se, e da valente uomo portandoti cotesti vestimenti sian 
tuoi". Scese il carbonajo nel campo, e venne alla prova 
col Daco ; la smisurata forza del quale avendo egli per 

Vita di CoUeoni. &* 



— ias — 

alquanto con nostre e viste false accortamente atteggian- 
do schernita: presa r occasione tantosto cVei se la vide 
bella; curvando il capo. eM dosso «Pun r e putin o laudo 
sorto esso all' avversario awentossi. E sopra V anche ab- 
bracciatolo, e sollevatolo di peso a capo in giù e pied 
in alto l'ebbe steso in terra: con lietissimo rumore ed 
applauso di tatti gli astanti: a* quali si moltiplicò riso e 
festa, facendo Bartolomeo portare al nuovo campione in 
sul campo i noi vili drappi, de' quali coltri fatto un fa- 
scio e gettatolsi in collo, via se n'andò portandoselo 
quasi un nobil trofeo della sua vittoria. Dono Bartolomeo 
al re partendo, ima delle sue armatore di fino e pratoso 
lavoro: e tutta la servita reale onorevolmente di movo 
ei ne mandò vestita a vermiglio e Manco, che fh su» li- 
vrea. Di quel tempo ancora eh 1 ei s* apparecchiava Ai 
guerra, ed a passare con Panni sopra la Romagna; tar- 
sio da Este, duca di Ferrara, con grande e nobfl compi- 
gnia a Ini venne. Dal qnafe niente meno alla grande fu 
incontrato e raccolto, e per alquanti giorni trattenuto io 
Ma! paga. Poca sopra quel tempo, Francesco Sforza, prìn- 
cipe di tanta estimazione e virtù, sentendosi oggimai vec- 
chio ed infermo avvicinare alla morte, e conoscendo assai 
bene, di quanto momento al mantenere in pace 11 nuovo 
principato a' figliuoli, fosse per dover esser loro V amistà 
e benevolenza di Bartolomeo; due d'essi, Sforza e Filip- 
po, fanciulli di nobilissima indole e speranza, avea a lui 
mandati: che riverenza gli facessero, e per padre il sa- 
lutassero : i quali con ogni spezie di carezze e d' onore 
furono da Bartolomeo ricevuti e trattati, per quanto a 
loro piacque dimorarsi in Malpaga : ed appresso con ma- 
gnificili doni rimandatine al padre. Perciocché in qualun- 
que cosa alla riputazione gì' importasse, fu Bartolomeo del 
denajo sopra ogni credenza liberale e profuso. Né in man- 
tenere e difendere la propria dignità e decoro, egli sop- 
portò giammai ch'altri l' awanzasse. Nella conversazione 



— 139 — 

fu senza pari umano ed affabile. Tra i grandi, con I 1 umi- 
le, ei non era uomo più di lui dimesso ; con l' altiero ezian- 
dio niuna cosa era più del suo superciglio superba. Il ohe 
bene assai volte ; ma molto più allora si conobbe, che 
da Galeazzo Maria, potentissimo ed audacissimo giovane, 
dopo il fatto d'armi della Riccardina, provocato a batta- 
glia di mille cavalieri per parte; nella quale della virtù e 
della gloria militare contendessero con taglia statuita al 
perdente di cento mila ducati : egli con si fatto animo 
all' abbattimento si accinse; che appena il Sommo Pontefi- 
ce, con tutti i principi d'Italia, dubitando non da si fatto 
scintille s'eccitassero incendii maggiori, oon efficacissimi 
prieghi il poterono placare, e ritirar dal combattere. Egli 
fu di tanta magnanimità e costanza, che quale tra queste 
due virtù in lui dovesse all' altra anteporsi, fu difficile il 
farne giudioio. Incarcerato ne 1 forni di Monza, e da per- 
sone sottoposte per Nicolò Guerriero sollecitato lungamen- 
te di dover a lui fare volontaria rinunzia delle squadre 
sue, con patto, ohe a conpqguire ei n'avesse la liberta 
e la vita ; egli non si potè indur mai a dovere della di- 
gnità, e del titolo suo militare ^gradarsi : costantissima- 
mente rispondendo» quella professione onorata, che dal mater- 
no ventre ì\ uomo porta, non si dover mai se n*m con la 
vita lasciare. Fu nondimeno per altro di si fatta: lenità e 
clemenza, che questo solo 4a molti gli era imputalo a vi- 
zio. Concioaia che sulla fidanza della sua non punto ven-, 
dicosa natura, egli fosse da persone eziandio abbiettissime 
in cose d' importanza, e con perìcolo ancor della vita* offeso 
alle volte: dal suo mite e compassionevole animo niente 
più abbonendosi, che fuor della guerra lo spargimento del 
sangue. JS perciò del jpigKare supplizio 4 né aacfee de' ne- 
mici medesimi , con tutto che ^Quasiissimamente il p , 
tesse fare, non si rallegrò egli m^. Ansi 1* malignità e 
perfìdia loro con la carità e col beneficio rioowpensò e 
supero più volte: avendo ancor poi, che ali' feperio mili- .■ 



_^- 140 — 

tare fa assunto, alcun de' figliuoli e nipoti di quelli, che 
il padre gli uccisero, a vari gradi di dignità innalzati. Tra 
i quali fu Gio. Guardin cavaliere, figliuolo di Don dacci o, 
ed avolo del cavaliere Gio. Guardino, eh 1 or vive. Uno so- 
lamente in tempo di pace egli punì nella vita: il peccato 
del quale era veramente di perdono indegnissimo. Questi 
fu un suo cancelliere nominato Ambrogio per patria mila- 
nese. 11 quale da Galeazzo Maria con pecunia corrotto, 
aveva accettato, e fatto opera di avvelenarlo. Di che, con- 
tro ancor la natura dell' offeso principe, impiccato per la 
gola in Rumano riportò premio alla sua malvagità conve- 
nevole. Gli emuli ed avversari suoi, non nominava mai 
altro che con parole onorate. E le immagini de 9 principi 
e capitani a lui nimici ; solo eh' ei portassero egregio no- 
me nell' arme ; volle avere in casa con dignità dipinte. 
Dalle lusinghe della gloria ei non si lasciò mai punto al- 
lettare. Conciosia che malvolentieri egli udisse darsi quel- 
le lodi ancora, che con le proprie fatiche e sudori efs'a- 
vea pure acquistato. Perchè a chiunque lui presente aves- 
se preso a parlarne, o non dava orecchio, o da quel par- 
lamento in altro accortamente il poneva: degli adulatori 
Bopra tutti gli uomini nimicissimo. Al culto e studio delie- 
virtù e della gloria, più con veri effetti, che con apparen- 
ze egli intese : e più di fortezza nella prudenza e nel con- 
siglio, che ne' pericoli e rischi delle cose mostrò. Ove 
nondimeno richiedesse il bisogno, fu di tanta animosità e 
franchezza d'animo, di quanta grandemente ognuno, ma 
bastevolmente nessuno potrebbe lodarlo ; avendo egli per- 
ciò molte volte e molte, la presso che acquistata vittoria 
con suo grandissimo rischio, o tolta loro di mano, o ritar- 
data a' nimici. Garzone ancora sbarbato, egli ebbe a fare 
una prova di smisurato valore : dal cui solo esempio!' an- 
tichità di tanti suoi miracoli gonfia, quasi da un nuovo 
Code fu dalla nostra età pareggiata. Aveva Alfonso re di 
Napoli, guerreggiando con Giovanna la regina, assediato 



— 141 — 

Acerra, del? esercito del quale Braccio era capitano. Questi 
facendo poco fuori delle mura cavar sotterra un cunicolo» 
ad andando egli ogni giorno a vedere se secondo il di- 
segno P opera s' andasse fornendo, per non darne indicio 
a' rumici accompagnato da un solo, il quale era Colleoni' 
(che conosciutolo d'animo e di corpo franco e robusto,, 
tolto a continua guardia e difesa della sua persona l'a- 
vea) e quei della terra alcun sentore avendone, 1' occhio in*, 
quella parte tuttavia tenessero , ali* andare di Braccio, 
ch'era d'un pie zoppo, venuti in non dubbia credenza 
ch'egli fosse desso, dato mano all'arme in gran numero» 
con certa speranza di dovervi entro opprimere il capitano» 
nimico, corsero impetuosamente al cunicolo, e Bartolomeo 
trovarvi. Il quale sentendo lo strepito dell'armi nemiche, 
né per la grandezza del pericolo punto perdutosi d'ani- 
mo, con la spada sola, e con un picciolo scudo, fattosi da* 
vanti la bocca del cunicolo a mille colpi bersaglio; sosten- 
ne intrepidissimamente il loro impeto: e ferendo, e ferito 
tanto lor contese l'entrata, che quei del campo vicino 
al rumore accorrendo, gli ributtarono nella terra, e salvo 
il capitano riebbero. Appresentò Braccio ad Alfonso il Col- 
leoni : ed in raccontando il caso gli disse. «Riconosci o re 
dalla virtù segnalata di questo generoso garzone, la Sa- 
lute del tuo capitano, e dell' esercito. Egli solo e prima- 
ticcio soldato, col suo fortissimo petto, propugnacolo ad 
amendue contro a' nemici oggi è stato*. Perchè il re pri* 
mieramente in faccia di tutto l' esercito P autore di tanto 
fatto lodò : e di poi preso per mano, e sollevato il Colleoni 
e baciatolo, con si fatte parole onorollo. «Qualunque tu ti 
sia ; il quale la fortuna oggi alla nostra maestà miserìcor- 
devole ha ne' campi nostri condotto, sii tu sempre salva 
e felice, e della grazia nostra a tuo pieno voto partecipe. 
Oggi la patria tua nel tuo valore ha ben mostro, quanta 
e quale ella debba estimarsi, perchè da ora innanzi, noi" 
bergamasco, e in Aragonese, con vicendevole carità de* 



— 142 — 

ugneremo appellarci. E per questa mano eh' io ti porgo, 
la quale infino al renderti ugual cambio del sangue ohe 
dite medesimo, e de'nimici oggi hai sparto; ella Bara sem- 
pre alla tua debitrice, e per Dio immortale si ti promettiamo 
che la regia casa Aragona, ne a te, né a' tuoi, in alcun 
tempo mai verrà meno". Con queste promissioni magnifi- 
che, accompagnate eziandio da doni reali, raccomandato- 
lo a Braccio, e licenziatolo. Di quel tempo, che pel duca 
Filippo Brescia era stretta d' assedio, combattendosi un 
forte, che ne' monti di Trento aveano presso a Tenna riz- 
zato i nimici, alla cui difesa con buon numero di fortissi- 
mi soldati, era Talian Forlano; spinto Bartolomeo per 
mezzo una .squadra nimica, eh' avea dato fuori* con inci- 
tassimo .corso il cavallo, ed animosamente passato sino 
dentro a' ripari, per doyer a' compagni, se seguito l'aves- 
sero alla vittoria 4el forte con la spada far via; prima 
non si paté quindi respingere, che dallo stuolo da' nemici, 
il qual tutto in un subito gli si mise dintorno, tronche le 
gambe al cavallo, e da colpi di verettoni e df altre armi, 
la celata gli fosse dal capo gettata. In quel fatto d' arme 
nel quale le genti veneziane a Fornovo ricevettero da Fran- 
cesco Sforza, capitano della milanese repubblica, quella 
grande sconfitta; egli diede eziandio nobilissimo parago- 
ne della cpraggiosità e franchezza dell'animo suo, Con- 
ròsia che andandone già col general capitano tutto il cam- 
po de' veneziani in fuga, e gran parte del vincitor eserci- 
to venisse .come a certa preda per assaltare gli steccati ; 
la difesa de' quali era commessa al Colleoni; egli per la 
rotta de' suoi non isbigotttto punto, ma oon grande animo 
uscendo ad affrontare i nimici; gli ributtò due e tre volto, 
alor fece ritirar di buon spazio, £ movendo finalmente contro 
esso lo Sforza .con tutto l' esercito ; egli resse ancor buon 
pezzo e mantenne la difesa de' campi quanto umana for- 
za e yirtù potesse bastare. Ma sopra tutto ia quella gior- 
nata, nella quale, come dicemmo poco anzi, solo ed oggf- 



— 143 — 

mai vecchio di sessantasette anni, egri combattè ultima- 
mente contro il più del? armi d Italia, da quanto pericola 
per il suo maraviglioso ardimento, riscotesse e ripotreBBe- 
le sue cose in sicuro ; da ciò, che racconto n' abbiamo, è 
assai manifesto, Conciosia che in quel canuto capo allo- 
ra massimamente apparve un vivacissimo ardore d' animo 
ed un disprezzo della morte veramente incredibile. Neil' e- 
seguire delie facende fu di tanto spedita ed accelerata 
prontezza, che tutti i capitani del suo tempo superò m 
ciò di gran lunga. Di che spessissimo volte avvenne, die 
campeggiando egli con Francesco Sforza, e levandosi quel- 
lo fa ditaan per tempo a dover ciò porre in opera, che a 
profitto delP esercito area divisato la notte; egli trovò- 
Bartolomeo preoccupato aver l'opera, e con la sua vigi- 
lanza fornita. La prima volta che per la milanese repub- 
blica egli ruppe i francesi, venendo tuttavia la nuova cre- 
scendo di quella tanto aspettata vittoria, dicesi che lo 
Sforza il quale esso ancor capitano de 9 milanesi, allora com- 
battea Piacenza; costantissimamente negolia: e non per 
altro che per la celerità del succèsiso veramente incredibi- 
le, non si potè prima indurre a crederla, che due prigio- 
ni francesi con alcune collane ed armi al loro uso, inno- 
ine del Colleoni gli furono presentati: ed allora finalmen- 
te essersi alla maraviglia del fatto ammutito. Conciosia 
che camminando a giornate grandissime, ed alle diciotto ore 
d' un giorno arrivando in faccia a* nimici, senza punto d'in- 
dugio egli appiccò il fatto d'arme: ed alle ventiuna gli 
ebbe vinti e rotti. Fu nella militar disciplina di tanto an- 
tiveduta prudenza, che per moltissime volte che ne faces- 
sero prova i nemici, né sproveduto mai, né disordinato il 
trovarono. Di che egli rendè chiara prova tra Cartellona 
e sant'Angelo. Ove trovandosi alle stanze, e dàMichèlet- 
to Atténdolo, Cesare da Martinengo e Matteo da sant'An- 
gelo, capitani de' veneziani, con ogni sorte d'astuzia e 
scaltritnento di guerra, tentato e proVòcato più volte per 



— 144 — 

circonvenirlo e tirarlo a disa vantaggiosamente combatte- 
re; egli solo con pochissima gente, ma con virtù veri- 
mente invincibile, or qua, or là campeggiando ne 1 luoghi 
di più forte sito, senza, alcun suo pericolo o dieordhf. 
quasi nuovo Fabio Massimo, tenne loro a bada e aosta- 
ne: sennon giammai d'altro, vincitore almen certo delh 
invidia loro. 1 quali cotanti circostando ed insultando & 
lui solo, niente altro alla fine che contusione e scorno, 
con alto stupore della maravigliosa sagacità e vigilanza 
di Bartolomeo riportarne. Fu presso a prìncipi e re no- 
strali e stranieri, in tanta opinione e credito di sdsnss e 
di potenza nell'armi, ed oltre a ciò d'incorrotta integrità 
e costanza, che egli ne consegui non solo i più iliasnti- 
toli ed eccellenti gradi, che né prima, nò poscia alena- 
ti o mai capitano di guerra; ma molti ancor più maggum 
ei ne rifiutò: con occasioni grandissime da dover avan- 
zarsene in non mediocre stato di signoria e dominio. De- 
liberando Pio secondo pontefice scacciar dalla Romagna 
Sigismondo e Roberto d' Arimino; egli mandò a Bartolo- 
meo offerendo il gonfalonato della Santa Chiesa, con buon 
numero di gente d' armi pagate: con le quali scacciando 
i Malatesti, per sé n'acquistasse il loro principato. Bian- 
ca duchessa di Milano ; morto Francesco Sforza il marito 
e Galeazzo il figliuolo militando in Francia ; ella invitò al 
governo e difesa dello stato il Colleord: offerendogli ol- 
tre un grosso stipendio, Trezzo fortissimo castello già pos- 
seduto dal padre: con tutte le genti d'armi sforzesche: 
onde egli s' andasse ad occupar la Romagna; aggiungen- 
do, ch'ella intendea di dover fermare cotal confedera- 
zione con perpetuo legame d' amistà e parentado : e ciò 
era con le nozze della Medea, eh' ella desiderava per nuo- 
ra. Dopo il fatto d'arme della Riccardina, essendosi per 
opera di Paolo secondo sommo pontefice, le cose d'Ita- 
lia composte; si fattamente però, che tutto il dono della 
pace si ricevè, ei riconobbe da Bartolomeo Colleoni; egli 



— 245 — 

iu dal sommo pontefice, da Ferdinando re di Napoli e da 
tutti i potentati che in quella pace convennero, dichia- 
rato general capitano alla guerra contro i turchi bandita: 
la quale per la morte poco poi successa del papa si di- 
sturbò ed interruppe. Hassi della detta dichiarazione te 
etimonio amplissimo nelPistr omento della pace, ed nasse 
ne il breve eziandio del sommo pontefice. Quasi nel me» 
desimo tempo, Renato d'Andegavia, serenissimo re di Na- 
poli, mandolli una patente solenne d' un privilegio reale: 
nel quale egli ornò e nobilitò Bartolomeo Colleoni, del 
cognome, dell'insegne e dell'arme della casa d'Angiò. 
Intendendo grandemente Renato a gratificarsi quell'uomo; 
con l'armi e co' consigli del quale, egli avea ancor spe- 
ranza di dover nel regno rimettersi. Trovasi la detta pa- 
tente, cumulata di tutte quelle laudi, che a gran capitano 
di guerra dar si possono maggiori, nell'antico registro della 
nostra città: con lettere particolari del re a Bartolomeo. 
Egli fu ancor da' Sanesi ; a' quali Jacopo Piccinino improv- 
visamente avea mosso una terribile guerra, richiesto a do- 
ver pigliare il capitanato e l'armi in difesa loro. La quale 
impresa egli avrebbe volentieri accettata ; si per averne a 
difendere dall' arme oltraggiose ed ingiuste quell' amica 
repubblica, come eziandio per abbatterne l'insolente arro- 
ganza di Jacopo suo naturale nimico. Ma mentre i veneziani 
mettevano indugio al dargli licenza, costretti dalla guerra 
i senesi d'altro capitano providdero. Pochi anni appresso 
Lodovico undecimo, re di Francia; implicato in una gravis- 
sima guerra co' principi e baroni del regno; tentò primiera- 
mente per Lodovico Valpergo, ambasciatore suo, dì condurre 
Bartolomeo capitano di tutti i suoi eserciti : offerendogli 
stipendio di 150 mila corone. E di poi per mezzo d'Ha- 
lano, il cardinal d' Avignone si gli mandò ad offerire il 
titolo di luogotenente e goyernator generale, con signo- 
ria di stato condecente in quel regno, accrescendo oltre 
a ciò lo stipendio sino a 200 mila corone, e promettendo- 
Vita di CoUconi. io 



— 246 - 

gliene mallevadori in qualunque città più gli piacesse di 
Italia; con questo obbligo solo ch'ei dovesse condurre a 
suo soldo una banda di mille cavalli. Ma eh' ei non ac- 
cettasse il partito, il rispetto solo de' veneziani il ritenne: 
a' quali egli conosceva il re Lodovico grandemente nimi- 
co, e contro loro aver sempre favoreggiato i sforzeschi. 
L'anno finalmente 1473 a' cinque di gennaro, Carlo duca 
di Borgogna, potentissimo e bellicosissimo principe, di- 
segnando romper guerra agli svizzeri, gli mandò la, pa- 
tente d' un privilegio ducale. Nel quale magnificando ed 
estollendo al cielo i suoi meriti, decorollo del cognome e 
dell'' arme della casa Borgogna, consanguineo e parente 
suo appellandolo. £ pochi giorni poi venne Bartolomeo 
col duca a capitolazione e condotta di luogotenente e ca- 
pitan generale, con stipendio di ducati d'oro cento e cin- 
quanta mila: e oou tante preminenze ed onori, guan- 
to appare dall' esempio d' essa capitolazione, affermata 
di proprio pugno e suggello di Carlo. Accettò quella 
condotta il Colleoni: avendo egli allora finita co' vene- 
ziani la ferma: e per ciò avvisando essi non dover gra- 
varsene, che le cose loro da mare, per la pace dì re- 
cente col gran turco conchiusa si trovavano quiete: 
nò da terra eziandio soprastava lor pericolo nò sospetto 
di guerra: nel qual caso avea Bartolomeo patto d'esser 
libero della milizia di Carlo. Ma avendo egli a' padri man- 
dato richiedendo licenza, sebbene non mancasser di quelli a 
cui paresse far bene il concedergliele a prò d' un principe 
della repubblica amantissimo, con sollevarne da tanto 
stipendio 1' erario, assai gravato da' carichi della guerra 
passata, l'opinione nondimeno di coloro prevalse, i quali 
consigliarono, non si potere senza manifesto pericolo di 
nuovi eccitamenti d'arme in Italia, levarne il Colleoni: e 
tanto lor più che agli altri dover toccarne il pensiero, 
quanto essi a mancarne verrebbono di più potente difesa. 
Fu la bisogna in somma cosi gravemente considerata dai 



— 247 — 

padri, che preso di non licenziarlo, elessero M. Giorgio 
Cornaro, per autorità e per grado facilmente allora prìn- 
cipe di tutto il senato, il quale a Bartolomeo n'andasse 
e facesse di trarlo nella volontà loro. Scrissero eziandio 
a M. Bernardo Bembo, loro ambasciatore presalo a Carlo: 
che egli ponesse ogni opera per disporre quel principe 
ad assolvere dell'obbligo della condotta il Colleoni. Yen- : 
ne il Cornaro a Malpaga e si con Bartolomeo operò, che 
egli si contentò por termine alla sua gita in Borgogna: 
dentro il quale fosse cura de' veneziani riscuotergliene la 
fede a Carlo impegnata. Sopravennero in questo lettere 
di Carlo al Colleoni; dalla diligenza e destrezza d'inge- 
gno mirabile di M. Bernardo impetrate. Per le quali di- 
ceva il duca, ingrazia della veneziana repubblica, lasciar 
libero a lui di se fare, quanto gli era a grado. Di che i 
veneziani sollevati d* una cura assai grave, vennero con 
Bartolomeo a nuova ferma e coiidotta. La quale per M. 
Andrea Vendramini procurator di San Marco, oratore ad 
ed essa eletto e mandato solennemente, si trattò e si con- 
trasse in Malpaga. £ leggonsi nella prefazione del con- 
tratto parole di si fatto tenore: „ che ancor che per una 
certa loro osservanza di leggi, la condotta dell' illustre e 
potente Bartolomeo Colleoni si restringa in parole dentro 
a' consueti termini; (ciò era d'anno in anno) l'intenzione 
nondimeno del principe e del senato quella essere; che 
egli sia condotto lor generale in vita: ed in testimonio e 
pegno d' una buona e liberal volontà verso lui della re- 
pubblica, di stipèndio gli accrescono dieci mila fiorini.* 
Oredesi che Bartolomeo per V espedizioni di Borgógna 
levasse quel nuota stendardo ed impresa, che alla diritta 
mano nel suo sepolcro ancor pende. Ove dal naturale ei 
si vede: che armato a pie nobilmente all'antica, ha sopra 
la celata il cimief d'un -leone, che rannicchiato si ferma iti 
su le gambe dinanzi. E con ambe le mani, eh' armate egli 
ha di manopole, tien pei capelli di dietro, ed a sé tira di 



— 248 — 

forza, un bellissimo capo di donna. La quale tutta cinta 
di raggi e con occhiute ali, sovra esso insino al petto 
spunta fuori d'una nuvola. Se pure ei si può chiamar nu- 
vola, un certo fascio e viluppo d'alcune bende, o liste 
che intagliate a fogliami e di color diverse, sotto esso il 
petto le ondeggiano. E lo stendardo da alto e parimenti 
da basso, ha due soli un per canto, che d'un viluppo me- 
desimo mezzo coperti risplendono. £d a quel poco di 
spazio d'un fiorito pratello, sul quale ei ferma le piante, 
fanno un bel cerohio e corona tredici teste a lui volte di 
leone senza lingua. £ tutto il rimanente dello stendardo 
è cosparso di raggi e fiaccole d' oro, che dal bel capo 
lucente della donna sfavillano. De' quali raggi ancor par- 
te ve ne ha, cui pure s' attraversa quel nubiloso viluppo. 
L'intenzione e misterio della qual nobile impresa, per noi si 
lascia e rimette a' perspicaci giudicj de' curiosi lettori Ma 
già non ci par di tacere; essere ancor fama costante 
presso il più de' nostri : che Bartolomeo in quella volta* 
con animo sopra 1' età alto e grande, avesse fatto dise- 
gno nel ducato di Milano: e patteggiatone parte col du- 
ca di Borgogna. La qual cosa i veneziani avvertendo» e 
non parendo lor bene, sotto altre infinte cagioni avere 
interrotola. Riferiva M. Bernardo Bembo, raccontando in 
quanto alta espedizione fossero l'armi di Bartolomeo pres- 
so quel gran principe ; aver più d' una volta alla presen- 
za di molti, queste parole udito dir Carlo: ^quantunque 
Iddio mi farà grazia di veder capitano delle mie genti il 
Colleoni, io non mi sdegnerò punto di farmi e di danni 
nome d'un de' suoi uomini d'arme: mentre io n'apprenda 
l' arte dell' italiana milizia.** Ma Bartolomeo senza dubbio 
lasciossi facilmente ritrarre da questa e da tante altre 
occasioni che gli vennero, da dover avvallarsene in mag- 
gior stato e potenza, da un certo suo innato e parziale 
riguardo, ch'egli ebbe sempre più alla dignità ed al ser- 
vizio della veneziana repubblica, che a' suoi proprj onori 



— 249 — 

e comodi. Oltre che il trovarsi egli oggimai nell'età sen- 
za figli maschi, assalii dovesse ritrarre dall'ambizione e 
dal farsi con le speranze molt' oltre. Ma tornando a' suoi 
modi e costumi nella polizia ed ornamento del corpo, ei 
non si curò gran fatto d' avvanzare i principi e capitani 
del suo tempo: ma nell'apparato e pompa militare, egli 
si sforzò ben sempre di gire innanzi agli altri. Tutte le 
corti de' principi di quella età furono dalla magnificenza 
e splendore della sua corte agguagliate. Ove tuttavia co- 
me a suscitatore e riparatore dell'antica milizia, illustris- 
simi principi e chiarissimi capitani a lui concorrevano. £ 
nobilissimi giovani di tutta Italia, de' quali v'avea sem- 
pre buon numero, si recavano favore e grazia d' essere 
al suo servigio tolti. Tra questi nondimeno, per non so 
quale convenienza di natura e di sangue, egli amò sem- 
pre assai i piacentini. E di tutti in somma quei soli, nei 
quali scorgesse alcun raggio di virtù e di valore appari- 
re, egli avea cari e con estimazione uguale a' meriti pro- 
vedeva loro. I sospetti di viltà e codardia e ciancioni e 
maledici; da se già non cacciava; ma in servitù disutile 
e di poco lor futuro profitto, quanto era lor grado con 
speranza vana pasceva. A' seminatori di scandali e risse, 
dava egli bando del tutto: imitatore in ciò del Magno 
Alessandro. Abondio de' Longhi di patria comasco, per 
nobiltà di costumi, per esperienza di cose e per profes- 
sione di lettere, uomo veramente egregio; alla somma 
solo di tutti i suoi segreti fu ammesso. Egli fu osserva- 
tis8Ìmo del diritto e del giusto. Né mai fastidito si trovò 
del dare udienza a qualunque ricco povero a lui ricor- 
resse. Né verun de' suoi soldati, come che egli ne tenes- 
se libero imperio, ritrasse mai dal tribunale e giudicio* 
di que' municipi e terre ove essi avessero, contratto 
debito o delitto commesso. Egli resse e tenne i suoi po- 
poli sotto un si cortese e liberale governo," che qualvol- 
ta avviene, che Baldassare Zaflo ne' memoriali suoi per in- 



— 250 — 

cidcnza ne tratti; ei se ne dilata intanto e compiace, che 
ei pare ch'altrui se ne rappresenti un felicissimo secolo 
dell'età dell'oro. Conciosia che non solo ei non gravasse 
i sudditi di nuove imposte e gabelle; anzi di lor molti e 
molti, quale per munificenza assoluta e quale per assai 
leggier censo privilegiò, ed esentò i loro beni d' ogni ca- 
rico pubblico. Tra questi furono principalmente i Passi : 
antica e nobile famiglia della nostra città: e per ciò da 
da lui molto onorata e prezzata, che di quel tempo in lei 
fiorivano uomini di segnalato valore nella toga e nell'ar- 
mi. Le quali immunità e privilegi, insino al giorno pre- 
sente, dal serenissimo veneziano dominio, s' onorano in- 
violabilmente ed osservano. In tutta la sua vita servò e- 
gli singolare temperamento e modestia: ne' cibi e quelti 
ancor grossi e volgari, e nel sonno parimenti parcissùno. 
Tal che non mai la seguente ora mangiando, né il sole 
nascendo dormendo il sopraggiungeva. La qual buona u- 
sanza sommamente gli giovò quella volta, che Gentile 
della Lionessa e Jacopo Piccinino, all' Isola della scala 
assaltarlo : trovandosi egli allora in pie innanzi l'alba che 
faceva ferrare un corsiere. Dopo il mangiare, per circa 
mezz'ora di spazio in ragionamenti di varie cose piace- 
voli egli soleva trattenersi. E sopra tutto con giocondis- 
sima memoria, raccontava alle volte alcuno di que' fatti 
notabili, che nella sua giovinezza egli avesse veduto dai 
bellicosi capitani, con prodezza e valore operarsi: da un 
cotal modo ed abito, pieno di una gravità venerabile, di 
quel vecchio ben parlante, assai d'ornamento e di grazia 
alla materia delle cose aggiungendosi. Egli non si dilettò 
gran fatto del parlare straniero : ma usando per il più la 
*uo propria e naturale favella, fu nelle risposte e ne'mot- 
ti pronto, grave ed arguto. A Cecco Simonetta segreta- 
rio del duca Francesco ; il quale essendo a lui venuto in 
Rumano per trattare di ricondurlo col duca, e dicendogli 
il Colleoni, eh' ei volea starsi libero ; e rispondendo a fai 



— 251 — 

Cecco, con certo riso mordente ; sai tu ciò che ne potrà 
dire lo Sforza? Che tu sei un gran valentuomo, ma dal- 
le migliaja de' ducati per poco sei vinto : e tu gli potrai 
per me rispondere, disse a Cecco il Colleoni: che con 
maggiore sua onta e vergogna, non dalle migliaja, ma da 
un ducato solo egli ha lasciatosi vincere : alludendo ar- 
gutissimamente al ducato di Milano, per il quale esso 
Sforza, di capitano e difenditore de' milanesi eh 7 egli era; 
in mezzo appunto alla guerra l'arme contro essi rivolse. 
Venendogli rapporto che un principe giovane, al cui no- 
me io perdono, diceva maravigliarsi non poco che un uo- 
mo di si grave età, come Bartolomeo era, tanto ancor si 
perdesse nell' amor delle donne: molto più mi maraviglio 
io, rispose, che un giovane come desso è, tanto nell' odio 
loro si perda, eh' ei non abbia potuto non eh' altro, viva 
sofferire la madre: ritorcendo acremente in lui la mordi- 
tura e notandolo del patricidjo imputatogli. Egli fu di 
vigoria di corpo e d' agilità e destrezza sommamente mi- 
rabile. Nuovo e privato soldato di Braccio, e lui presente 
alle volte, armato di corazza superò nel corso ogni, spe- 
dito pedone: disarmato andò quasi del cavaliere al pari. 
In questa sua vigorosità e destrezza, egli si conservò e 
mantenne sin presso all'estrema vecchiaja. Conciosia che 
non senza tedio ed istanchezza bene spesso de' giovani 
che l'accompagnavano, egli ancor camminasse per via d'e- 
sercizio, quasi ogni mattina lo spazio di ben cinque mi- 
glia. Fu d'alta e ritta e ben complessa statura e di pro- 
porzionata, e ben rispondente unione e collegamento di 
membra. Fu dK pellagione alquanto più al fosco che al 
chiaro tendente: impressa tuttavia d'una carnagione san- 
guigna e vivace. Ebbe occhi neri, nella guardatura ed 
acutezza del lume, vivi penetranti e terribile. Ne' linea- 
menti del naso e di tutta la faccia, egli rappresentava 
una certa viril nobiltà, accompagnata dà bontà e prudenza. 



— 2Ò2 — 

Ma perciocché il presuporre che un uomo^ nato massimamente 
e nudrito nella licenza dell'armi; deggia poter vivere libero 
d'ogni sorte di vizio ; ella sarebbe cosa non pure incredibile, 
ma eziandio una quasi manifesta bestemmia, ei non si deve 
tacere: che questo solo difetto, insito da natura nell'uo- 
mo, a tante sue virtù potè opporsi: che all' amore e pia- 
cere delle donne, alquanto più là del convenevole ei la- 
sciasse portarsi. Inchinatovi assai tuttavia, oltre ad una 
certa disposizione corporale, la quale in lui sino all'ul- 
timo si conservò lieta e vivida, dal desiderio d'averne e 
dopo sé lasciarne alcun figliuolo maschio. Conciosia che 
di Madonna Tisbe nata de' Martinenghi, famiglia illustre 
e potente nella città di Brescia, matrona di mirabile pru- 
denza e di costumi santissimi, 'la quale essendo egli og- 
gimai vecchio mancolli, non gli rimane8.se che una figliuo- 
la femmina detta Catterina : la quale egli maritò in Ga- 
spare Martinengo. Raccontava con alacrità e con qnelh 
saporitezza di riso, ch'altri fatto ayrebbe d'una burla pia- 
cevole, che avendo egli un giorno la dote delia mogVte 
tutta ricevuta in contanti, e tantosto prestatala a tre dei 
suoi soldati, essi il giorno medesimo gliela portarono via 
passando a' nimici. Ebbe due figliuole non legittime, Ur- 
sina ed Isotta-, le quali amò e trattò come legittime. La 
prima maritata a Gherardo, i' altra a Jacobo, essi ancor 
Martinenghi, condottieri suoi tutti e tre, ed uomini valorosi 
nell' armi. Alessandro Estorre e Giulio Cesare, nipoti a lui 
rimasti d' Ursina, sommamente egli amò e tenne cari. £ 
due di loro Alessandro e Giulio privilegiò, eò> onorò del 
suo cognome e dell'arme. Nel suo testamento egli istituì 
eredi per la terza parte Alessandro ed Estorre, assegnan- 
do loro oltre a di molti altri beni nel bergamasco e bre- 
sciano, le giurisdizioni e dominj di tutte le castella. Aven- 
done egli da' signori veneziani ottenuto mero e misto im- 
perio : con privilegi amplissimi, da poterne a suo libito e 
come di proprio patrimonio testare e disponere. A Giulio 



— 253 — 

loro fratello legò e lasciò nel bresciano, terreni e niolini 
(T un valsente assai grande : e similmente a Gherardo il 
loro padre. A Caterina figliuola e per la terza parte ere- 
de, assegnò con altri beni un palagio grande e nobile, 
che per sua stanza egli avea nella città di Brescia pres- 
so la Palata, con tutto il suo ricchissimo fornimento ed 
arnese. Ad Isotta parimenti figliuola ed erede, egli asse- 
gnu nel bresciano a San Zeno altre possessioni di non 
picciola rendita. A Doratina e Ricardona, figliuole sue 
naturali e non ancor maritate, lasciò per ciascuna ducati 
quattromila di dote. Tutti i detti eredi e legatari suoi, 
ogli obbligò ad alcuni fitti perpetui, da dover essere da- 
ti alla Pietà già per lui instituita e dotata. La quale in 
difetto de' discendenti loro maschi e legittimi, egli sos- 
tituì a ciascheduno d'essi ultima erede. I discendenti di 
Gherardo e d' Ursina, vivono oggidì tre fratelli ; Francesco 
Estorre e Gherardo conti di Malpaga. Il primo de' quali non 
arrivando ancora ai ventanni, dal duca di Savoja condot- 
to con cento cavalli, ha nella guerra di Francia contro 
gli Ugonotti, con tutte le prove d'un maturo ed intrepido 
militare procedere, di sé reso tal conto e tanta opinione 
lasciatane presso il grave giudicio di quell'inclito e grande 
non meno guerriero che principe, che con solenne patente 
inaino a casa mandatagliene, hallo di nuovo condotto co- 
lonello maggiore di tre milla fanti e di trecento cavalli: 
con titolo e grado onorato, di gentiluomo ordinario della 
camera sua e di consigliere della guerra: certissimo au- 
gurio e presagio che a non lungo andare, casa Martinenga 
e Colleona, per lo costui valore ancor deggia, rinovare 1' 
antico pregio e la gloria de' suoi progenitori nelP arme. 
Di Gaspare e Caterina, discendente è Giulio con tre suoi 
figliuoli, Marco Antonio, Mario e Gaspare: e Lodovico 
loro cugino : ciò sono quei della Palata signori d' Urago. 
Pi Jacobo e d' Isotta ci è il conte Francesco, e Silvio 
suo figliuolo, e '1 cavaliere Leandro: che dalla Motella si 
Vita di Colleoni, io* 



— 254 — 

appellano. Nobilissimi tutti germi e rampolli, ne'quali ril- 
etta generosa virtù delli due ceppi illustri non tralignò 
ancor punto: ma con mirabile decoro tuttavia vigoreggia 
e fiorisce. Qualunque uomo legge ed esamina il detto testa- 
mento; sente stupefatto tirarsi alla considerazione d'uni 
facoltà e ricchezza dicevole piuttosto a re, che a princt 
pe: dispensata con alto e maturo provedimento e consi- 
glio: con animo fuor di misura pieno di liberalità e gra- 
titudine: ma con zelo sopratutto ardentissimo di religio- 
ne e pietà. A' signori veneziani lasciò ducati centomila di 
oro contanti : con uno scrìtto di mano di dieci altri nula 
eh' egli dovea avere da Ercole duca di Ferrara : ed ol- 
tre a ciò tutto il rimanente de' suoi dovuti stipendi, di- 
chiarando che a sostegno e difesa della santa fede, egli 
8* avesse il detto lasso a dispendere nella guerra ch'a- 
vea il turco di quel tempo lor mossa. Dioesi eh' egli an- 
cor lasciò loro in testamento un ricordo, da dovergli as- 
sai più caro essere che tutti i legati. Conciosia che a due 
senatori ; i quali per nome del veneziano dominio il vtav 
tarono nell' estremo ; per ultimo e sommo di tutti i buoi 
lidi avvertimenti e consigli egli ricordasse; che a nessun 
altro mai con tanta potestà e balia, quanta a lui data a- 
veano, fidar volessero l'arme dell'imperio loro: con ciò 
volendo inferire, che a qualunque altro di meno sincera 
tede concedessero tanto potrebbe lo stato loro riceverne 
non leggier detrimento. A' monasteri de? frati e delle mo- 
nache, già per lui fondati e dotati, lasciò da dover inve- 
stirsi che in terreni e che in fabbriche, da otto niili 
ducati. Ad ornamento e culto delle chiese e cappelle, che 
egli avea construtte,, lasciò argenterie, vesti e drappi di 
prezzo, che potevano fare il valsente d'un cinque in sei 
mila: e lasciò lor anco nella Kiviera di Salò un perpetro 
fìtto di dodici moggia d' oglio, da mantenere i lumi al 
Sacramento santissimo. Tutte le biade che a tempo di 
sua morte ne' beni suoi si trovassero, fuori tanto formen- 



— 255 — 

to, che sino al nuovo raccolto fosse bastevole al vitto 
della famiglia in Malpaga, egli comandò che per amor di 
Dio si dispensassero a 9 poveri. A Giovan Pietro Colleoni 
nato di Capigliata, suo cugin fratello lasciò il Castel di 
Bottanuco, con tutte le possessioni di quel luogo e di 
Cerro, terra ivi contigua. Fu Giovan Pietro Colleoni un 
prode e valente soldato: ed avea sempre seguito la fortu- 
na e l'arme di Bartolomeo. £ dicesi che il capitano ebbe 
già intenzione destituirne ancor lui per quarto suo erede. 
Ma sentendo che della sua intenzione avvisato, con ani- 
mo troppo confidente e libero, egli avea avuto a dire : 
se io no 'l merito ei no'l faccia; sdegnatosene mutò opi- 
nione. La servitù e la fede d' Abondio, suo principal se- 
gretario, riconobbe liberalissimamente; lasciatogli nel ber- 
gamasco su quel di Martinengo, di Ghisalba e Moinico, 
grandi e belli poderi. A tutti altri segretari, a' camerieri 
suoi ed araldi, egli lasciò e donò, a quale più a qua! me- 
no, in proprietà e contanti, per molte migliaja di ducati. 
A Filippo e Giannotto, figliuoli d'Antonio detto Tonol dei 
Colombi, nobile cittadino nostro, i quali insieme col padre 
s'erano fedelmente portati nel tesorierato e maneggio dell 9 
entrate sue; rilasciò e liberò i loro beni da perpetui fitti, 
importanti all'anno delle libre mille. Ad Alberto Quaren- 
ghi, che fu suo sescalco; già per lui beneficato assai e 
di bei privilegi onorato, lasciò eziandio in sua vita libera 
stanza e ricetto nel palagio di Brescia. Dal quale Alber- 
to, la famiglia de'Sescalchi ancor si dinomina. A' suoi la- 
voratori di terra e massari, egli cancellò e donò molte 
migliaia di libre, a lui debite. Sòpravesti militari, arme, 
cimieri e pennacchi, volle che i fìdecommissari del suo te- 
stamento tra' suoi provigionati e famigliari più cari com- 
partissero e donassero. Ricordossi il benignissimo princi- 
pe sino d'un Simone pazzo, dello Schiavetto e Giannone; 
uomini della sua corte i più vili : della semplicità e scioc- 
chezze de' quali pigliavasi piacere alle volte, proveggen- 



— 256 — 

do e lasciando loro perpetua stanza ed alimento in Mal- 
paga. Fidecommissari, interpreti e giudici, ove nascesse 
alcun dubbio dell'ultima sua volontà, lasciò Antonio Bon- 
go, giurisconsulto gravissimo e i due già detti, Abondio 
segretario ed Alberto Sescalco. Ed in difetto d' uno o 
due d' essi tre, volle che i due, o V un sol rimanente, a 
tutto ciò bastassero. L'amministrazione e governo di tanta 
pecunia palesemente legata, ed eziandio di tutta la som- 
ma, che sopra l'ammontar de' legati presso lui si trovò, la 
quale fu stimata notabile; egli fidò nelle mani e nella 
spettata bontà d'essi due soli Abondio ed Alberto : aven- 
do loro in segreto commesso quanto a fare n'avessero: 
e con severissima legge agli eredi interdetto il farne in- 
ventario o dimandarne lor conto. Il medesimo Bongo egli 
istituì generale e perpetuo giudice di tutte le cause, che 
appellassero sotto il suo dominio. La podestaria di Mal- 
paga e sue pertinenze, (ciò erano le castella e terre di 
Calcinate, Palosco, Mornico e Ghisalba) lasciò in sua vita 
ad Alessio Agliardi, avolo di Bonifacio, cavaliere di mo\- 
to pregio eh' or vive : giovane allora Alessio di trentadue 
anni; ma per virtù e per bontà in molta estimazione e 
grazia presso il principe. Il quale oltre a ciò instìtuillo e 
dopo lui alcun de' suoi posteri ; fra il numero di quei sette, 
che per la città d' anno in anno al governo della Pietà si 
eleggono: preminenza eziandio concessa alla famìglia Col- 
leona e Colomba. Questi furono in somma i costumi e 
modi di vivere di Bartolomeo Colleoni nel suo glorioso 
capitanato invecchiante. Il quale divenuto tuttavia com- 
battendo e vincendo canuto ; e latini e francesi e la for- 
tuna stessa avendo superata e doma, e dall' un mare al- 
l' altro l'Italia tutta di monumenti e trofei de' chiarissimi 
fatti suoi piena: primo ancor di tutta la nazione italica, 
che fuori della provincia, con l'eccellente virtù della militar 
disciplina, il generale imperio dell' armi, e titoli co' re comu- 
ni acquistasse, la famiglia e la patria di superbe insegne e di 



— 357 — 

regio sacro cognome lasciando illustrale; Panno settante- 
simoquinto della sua età, corrente col millesimo nel terzo 
di novembre, che fu un giorno di venerdì, il corso delle 
sue mortali fatiche cristianissamente egli termino in Mal- 
paga. Quindi la prossima notte portatosi il corpo alla 
città e davanti 1' aitar grande di Santa Maria Maggiore, 
sopra un catafalco riccamente adorno, con gran numero 
di torci accesi, lasciato per tre giorni scoperto, ed ap- 
presso positivamente deposto, a' quattro poi del seguente 
gennaro con solennissima pompa gli furono celebrate l'e- 
sequie. Nelle qual! Guglielmo Pajello, giurisconsulo e ca- 
valiere vicentino, e Michele Carrara da Bergamo, dottor 
fisico e conte palatino cesareo, con orazioni dotte e gra- 
vi pubblicamente il lodarono. Piangerlo i piccioli ed i 
grandi di tutta la patria, come ottimo protettore, benefat- 
tore e padre. Piangerlo tutti i soldati, come solo soste- 
gno ed ornamento e splendore dell' arme d' Italia. Le 
squadre della banda sua, disdegnando l 1 altrui governo] 
con 1' auspicio ed autorità del suo nome, per quattordici 
anni militarono senza capo. Ed I veneziani, confessando 
aver perduto il difenditore della loro libertà, sopra quan- 
ti ancor n' avessero prudentissimo ugualmente e fortissi- 
mo; in testimonio e monumento perpetuo del suo valore 
e merito, una statua equestre di bronzo dorata, sopra un 
gran piedestallo di marmo, per mano d' eccellentissimo ar- 
tefice, nella piazza di San Giovanni e Paolo, con tale in- 
scrizione gli drizzarono: 

BARTOLOMEO COLEONO 

BERGOMENSI 

OB MILITARE IMPERIUM 

OPTIME GESTUM. 



Onde l'antrore abbia tatto <ài> di' figli 
ha scritto. 



Da'cpgwentari latini di Giovanni ,Antp.nio Cornazj?ano. 

B^ mimm gtormtfi di Classare Zajlp, 

DaUe istorie iatin* di Michele (forma U V$c,cfcfo. 

Dalle istorie milanesi 4q1 Gorift, 

Dalla Sforziade di Gipyan Simonia, 

Dalle istorie veneziane del SabeJJipQ- 

Dal supplemento delfc croniche di Fra Jacopo Filippo, 

Dalle oraziani funejwi di Guglielmo Paiello e M^bele 
Carrara. 

Dalile capjjtolagioni e contratti solenni di Paci g con- 
dotte ed d* altri pnJAJicbi fetranepti, 
'Dalla fema .costante di mano, in mano passatacene. 

Da diverse note ed memorie di mano privata. 



INDICE. 



Al lettore , . . pag. Ili 

Libro I 1 

- n «a 

• ni 39 

n IV „ 60 

» v va 

, VI 131 

Onde fautore abbia tratto ciò ch'egli ha scritto » 358 



r 



f 



.A 



T" 





t 



* , 






* .• 



•#jE